Citazione al rovescio da Tutte le voci di questo aldilà

Leggere il mio romanzo nel verso sbagliato. Un saggio di Ladolfi

Andare in pellegrinaggio sull’ermo colle, serve all’interpretazione dell’Infinito?

Sul numero 80 di Atelier, dicembre 2015, Giuliano Ladolfi dedica diverse pagine al mio romanzo, in una lettura tanto generosa e appassionata quanto, a mio parere, incapace di oltrepassare quella soglia di sbarramento, quel limite iniziatico e protettivo che, me ne rendo sempre più conto, metto a recinzione delle mie opere.

Questo lavoro mi appare quindi, in definitiva, depistante, almeno per una certa tipologia di potenziali lettori, ancorché ovviamente rimanga una lettura del tutto legittima. Si sta sommando ad altre interpretazioni che mi giungono, anche in modo informale, che stanno generando in me una serie di riflessioni, che mi riprometto di formalizzare e pubblicare quanto prima. Intanto, basti questo spunto: il romanzo, afferma Ladolfi, è la “trasfigurazione” di eventi di cui egli stesso è stato testimone. Ebbene, possono l’aneddotica delle origini, il feticismo biografico, la storia spicciola spiegare il valore dell’opera? Grazie comunque a Giuliano per il suo amarcord, che ci ha permesso di incrociarci ancora, sebbene si andasse in direzioni opposte: lo rileggo con piacere, senza nostalgia, misurando anzi il senso di allontanamento, di crescita, di sviluppo del desiderio.

La storia di «Atelier» in un romanzo di Andrea Temporelli

  1. Il romanzo e il ricordo

«Il poeta è solo. Non ha più lettori. È un crudo dato di fatto. Tutti i tentativi per restituire la poesia ai suoi lettori – tramite la scuola, le riviste, i convegni, i festival – non sono serviti, perché la nostra epoca – la Postmodernità, se volete – è più forte. È un martellamento costante, come quello della pubblicità». Questo passo è tratto dalla relazione di Fortunato Bellonzi dal titolo La poesia non ha futuro, pronunciato in un convegno nazionale a Buccione, località sull’omonimo lago. Ci troviamo di fronte a un passaggio cruciale del romanzo di Andrea Temporelli Tutte le voci di questo aldilà (Rimini, Guaraldi, 2015), dedicato alla poesia. È la posizione dell’autore? È una professione di sconfitta da parte di chi ha fondato la rivista «Atelier» e che proprio nell’assunzione del nom de plume ha tentato di sanzionare una svolta nel proprio lavoro di critico e di poeta? La risposta non è facile, perché l’autore si cela tra i diversi personaggi dello squallido “teatrino poetico” che si costruisce durante i tre giorni di conferenze e di relazioni.

Per chi scrive, che ha vissuto, nonostante la “trasfigurazione”, letteraria degli eventi, molte situazioni descritte, risulta difficile esprimere un parere motivato. Cercherei, pertanto, la soluzione del problema, del resto in linea con la citazione, nella vicenda stessa: Max, di professione insegnante, che, dopo aver pubblicato in una grande casa editrice un testo poetico di valore, si trova ai margini del “giro” dei grandi, scopre in Davide, l’amico di una sua alunna, un poeta di eccezionale grandezza. Questi, però, non si lascia convincere a pubblicare le sue composizioni. Max tenta allora la carta del convegno: raduna nella località lacustre il fior fiore della critica italiana nell’intento far cambiare idea al giovane. L’epilogo tragico, più che rievocare la vicenda di Simone Cattaneo, “proietta” come rito di “sublimazione”, la vicenda poetica dell’autore stesso, che (per il momento, speriamo) ha lasciato la scrittura in versi.

Mi sorge un dubbio: è meglio conoscere o è meglio non conoscere le vicende, i personaggi, le allusioni, i depistaggi, le idee e i giudizi dell’autore? Francamente vedo nelle due condizioni vantaggi e svantaggi. Se non si sono vissute le esperienze descritte, sia pure con tutta la libertà creativa che Temporelli si riserva, ci si pone di fronte al lavoro in se stesso, che in fin dei conti è l’unico canale cui attingere per una lettura critica, ma non si ha la possibilità di conoscere i retroscena concreti delle tematiche trattate. Se invece si sono vissute, è giocoforza affrontare il rischio di scorgere dietro ai nomi, alle situazioni, ai personaggi la trama delle vicende, “proiettando” sul testo interpretazioni tratte dall’esperienza piuttosto che dal romanzo. Lo scrittore, del resto, non sottrae all’appello della memoria. Scrive, infatti, nella Nota finale: «I nomi dei personaggi di questa storia rimandano in parte a persone reali e in parte sono frutto di invenzione. Nel primo caso, la raccomandazione è di intenderli sempre rivolti non all’individuo effettivo, ma all’idea che rappresentano, come inflessioni di una piccola mitologia del presente. Nel secondo caso, invece, benché siano stati costruiti, talvolta, seguendo precisi accorgimenti, non alludono in alcun modo a persone reali». Ed effettivamente nessuno può riconoscersi con certezza nell’uno o nell’altro personaggio.

Per chi scrive, il romanzo si configura come la rievocazione di una vera e propria “passione comune” per la poesia, scoperta sabato 27 novembre del 1999, nell’aula 7 della III B del liceo scientifico “G. Galilei”, quando per la prima volta ho letto una poesia di Marco Merlin. Ne è nata un’“educazione reciproca”: le interrogazioni di italiano con lui si trasformavano in vere e proprie discussioni letterarie che coinvolgevano anche un gruppo di compagni. Ricordo una visita didattica a Salisburgo, Praga, Budapest e Postumia. Il giorno prima di partire come assemblea di istituto ci si era recati al cinema per assistere alla proiezione dell’Attimo fuggente. Da Borgomanero fino alla città di Mozart non si è parlato di altro, salvo una visita a una pasticceria di Innsbruck con tanto di degustazione “obbligata” di una meravigliosa fetta di sacher. La sera ci trovavamo nell’atrio degli hotel per leggere poesia e per discutere con la Setta dei poeti resuscitati, i quali rievocavano quella degli estinti del film. In seguito, con altri appassionati fondammo l’Accademia “Amici della poesia” e, dopo il Convegno La poesia e il sacro alla fine del Secondo Millennio (17 giugno 1995), Marco ed io ci dedicammo ad «Atelier». Fin dal liceo gli avevo ventilato il desiderio di fondare una rivista di poesia, perché ero assolutamente insoddisfatto degli sperimentalismi che giravano nel “bosco” e nel “sottobosco” italiano. Sentivo la necessità di una poesia “a misura d’uomo” che parlasse di vita, di problemi e di speranza. Con altri giovani due amici, Paolo Bignoli e Riccardo Sappa, iniziammo nel settembre dello stesso anno a pianificare il lavoro per giungere nell’aprile dell’anno seguente al primo numero. E poi… un lunghissimo lavoro, fatto di studio, di manualità, di ingegno pratico e di soddisfazioni. In realtà, della rivista non si parla nel romanzo, ma ho voluto accennarvi, perché le discussioni, i contatti con il mondo della poesia, i convegni sono scaturiti rimandano senza dubbio a questa sorgente.

Ricordo le ore passate nello scantinato di San Maurizio d’Opaglio, nella casa natale di Marco, e dopo a Talonno di Invorio, attuale sua residenza, come pure nella sede di Corso Roma 168 a Borgomanero, a incollare gli indirizzi, imbustare e a “reggettare” i pacchi per le spedizioni, a parlare di poesia, a progettare, a credere e a confortarsi a vicenda all’insegna della comune passione. “Confortarci”, sì anche a confortarci, perché ben presto moltissimi “acapisti”, non appena la rivista iniziò a circolare, si gettarono con lupi affamati sulla preda e, nel chiedere una valutazione, si aspettavano non un parere, ma soltanto una conferma della loro “eccellenza”. Marco con l’ardore giovanile non aveva mezzi termini e incominciò a inimicarsi la maggior parte di loro e la maggior parte dei “mostri sacri”, argomentando con schiettezza il proprio pensiero senza timori reverenziali e senza ricerca di consensi. Basti un esempio. Pur avendo la possibilità di chiedere inediti a Mario Luzi, ancora oggi da noi considerato indiscusso maestro, con il quale avevamo organizzato a Firenze un convegno dal 26 al 29 settembre 1997, preferivamo pubblicare testi di autori assolutamente sconosciuti nella convinzione che la stima e la considerazione di una rivista non va ricercata nell’autorità degli autori pubblicati, ma nella validità dei testi presentati e nella forza delle idee dei direttori.

Eravamo fedeli alla nostra concezione di poesia che Andrea Temporelli chiarisce nell’Epilogo del romanzo in due pagine nelle quali “si toglie la maschera”, come afferma egli stesso, diffondendosi in un vero e proprio inno alla scrittura in versi: «Bisogna aver ottenuto e perso ogni cosa, aver ascoltato l’erba crescere e confidato nella morte, giacché solo nel nostro essere mortali alberga la possibilità del senso».

 

  1. Le tematiche

Quale dunque il contenuto del lavoro? La Repubblica dei poeti, sarei tentato di rispondere, sfruttando il titolo di una sezione della raccolta di poesie Il cielo di Marte (Torino, Einaudi 2005) [in realtà questa sezione poetica appartiene a un altro libro, Terramadre], che considero una pietra miliare nella storia della letteratura italiana contemporanea, testo purtroppo non adeguatamente valutato dalla critica. Di fronte a un’opera che avrebbe potuto rivoluzionare la poesia, non ci si può non domandare il motivo di un “assordante silenzio” con la conseguente disillusione di chi aveva inteso proporre un esempio di un rinnovamento delle patrie lettere non solo come teorico o come critico, ma anche come poeta.

Ma torniamo al romanzo. Tre sono i temi fondamentali: il mondo giovanile, la scuola e la poesia.

Il mondo giovanile vede come fondamentali interpreti Elisa, Sabrina e Davide, e si gioca sulla passione erotica della prima per il ragazzo, sentimento da lui contraccambiato soltanto platonicamente per una sorta di grande rispetto per lei, per sé e per il sentimento d’amore. Nonostante tutte le strategie poste in atto, Davide non cede alle proposte (come è cambiato il mondo: ora l’iniziativa viene assunta dalla parte femminile!). Sabrina è al tempo stesso confidente e innamorata dello stesso uomo.

La scuola è il luogo privilegiato dove si muovono diverse figure, alcune di queste, vere e proprie “macchiette” che con l’educazione ci stanno come una coltivazione di mango al Polo Nord, tra le quali spiccano due insegnanti innamorati della propria professione, Max e Silvio, personalità assolutamente diverse, il primo sposato, il secondo scapolo, i quali, giunti all’età dei quarant’anni («Nel mezzo del cammin di nostra vita», in considerazione con l’aumento dell’età media di sopravvivenza maschile) si interrogano sulle loro scelte: il primo sul mondo della poesia, il secondo sulla propria solitudine. Temporelli, docente di Scuola Media Superiore, conosce molto bene le dinamiche scolastiche e le rappresenta in un Liceo Scientifico assai “speciale”, dove è presente un insegnante di Tecnologia e un bidello che va in pensione ad anno iniziato, un mondo che superficialmente tutti conoscono, perché ci sono passati, ma che in realtà è per tanti aspetti molto, molto vario e irriducibile a schemi fissi, spesso preda della burocrazia o affidato a personale frustrato. Assistiamo ai retroscena dell’aula insegnanti, ai rapporti con il Dirigente, alle relazioni segnate da piccole invidie, alla generosità e dedizione di persone che credo- no nel loro lavoro educativo, unite alle piccolezze proprie della natura umana. Serrato è anche il dibattito sui metodi didattici e sula ricerca dei motivi del difficile accostamento allo studio da parte degli alunni.

Il mondo della poesia domina incontrastato anche nelle tematiche precedenti: all’interno della trama il romanzo traccia una panoramica della situazione attuale. Per alcuni versi potrebbe anche essere considerato, soprattutto nelle parti finali, un vero e proprio repertorio di poetica contemporanea. L’escamotage del convegno permette di passare in rassgna teorie e posizioni, ma soprattutto di ritrarre personalità, che nelle relazioni e nelle parole testimoniano il profondo disgusto dell’autore per questo ambiente, dove domina la piccolezza, la mediocrità, l’inconsistenza, cause fondamentali del degrado di una critica incapace di illuminare il mondo della cultura, mondo tutto chiuso nell’orticello dei vantaggi degli “arrivati”, con il conseguente degrado della vera poesia. Max, avendo trovato in Davide il grande autore, per un attimo crede di poter esercitare uno scossone, ma la vicenda tragica gli annulla ogni velleità. Nulla muta: rimangono i “tromboni” che dalle cattedre universitarie, dalle collane editoriali, dai luoghi di potere sentenziano sul vuoto, badando bene di rimanere incollati sulla propria sedia, convinti che la poesia si risolve nelle parole, come testimonia il principale critico dall’emblematico nome di “Pesavento”. L’ironia con cui Temporelli tempera il proprio sdegno è sempre leggera; egli sa ritrarre situazioni paradossali come quando introduce un critico di fama internazionale Zmorovič, che contro ogni logica di buon senso attacca l’insegnante che aveva assegnato al figlio Vladimir votazioni insufficienti: «Io mi sono spiegato male. Io non sono affatto deluso da mio figlio, ma per mio figlio», quasi ci fosse uno ius excellentiae per i figli dei grandi personaggi.

 

  1. La metafora di una scelta letteraria

Ma l’atteggiamento fondamentale del romanzo (mi sembra riduttivo indicarlo come figura retorica) che l’autore lascia trasparire soprattutto nel delineare la figura di Davide è l’ossimoro, da intendersi come strumento di difesa, di “autoconvinzione”, di costruzione di una maschera… Emblematica la scena in cui il prof. Max cerca di convincerlo a pubblicare le poesie. Questi osserva: «Avrai pur bisogno di verificare il valore del tuo lavoro mediante il giudizio altrui». A lui il giovane ventenne risponde: «Non ho bisogno di verificare il valore di quello che ho scritto. […] Ecco, questa volta mi giudicherà davvero arrogante». Dopo questa affermazione l’autore “commenta”: «Il suo sorriso, però, era sincero, umile». Non si può non rilevare l’intima contraddizione in questa “superba umiltà”, soprattutto se la completiamo con un’altra risposta a identica domanda: «Se però può consolarla, lascerò in dono all’umanità le mie opere, il giorno in cui: così potranno divenire di pubblica inutilità». Come può una persona di quell’età essere certa della propria eccellenza basandosi solamente su un giudizio personale? Come può sfiorarla il semplice che l’umanità possa trarre giovamento dalle sue “opere” senza una presunzione senza limiti?

Le ragioni del rifiuto di pubblicare si aggirano all’interno di meandri oscuri, contraddittori, privi di consequenzialità logica, della personalità del giovane poeta. A Max che insinua: «Hai paura di pubblicare e di rimanere deluso?», Davide risponde: «Certo. È così. Sono una creatura fragile, come ogni scrittore. Ho un’anima di carta. Semplicemente, ne sono consapevole, e sono consapevole che la poesia nel nostro mondo, nel nostro tempo, non ha più senso. La poesia sopravvive solo come esercizio privato. E io sono geloso di questa nuova natura della poesia, le sono fedele. Non potrei agire diversamente. Ma le dirò di più. Anche se pubblicassi e ottenessi tutti i riconoscimenti possibili, resterei comunque deluso. Perché il dialogo con il presente è falsificato». Che la poesia si sia ripiegata oggi prevalentemente sul privato, è un dato difficilmente discutibile, ma il fatto di giustificare questo atteggiamento con una sentenza generica, apodittica e incontrovertibile, “il dialogo con il presente è falsificato”, testimonia come il personaggio, nonostante l’apparente normalità di una vita sostanziata di studi, di amicizia, viva un rapporto con la realtà profondamente alterato, enormemente egocentrico. Del resto, il vezzo di sentenziare per slogan, siano pure questi originali e arguti, è diffuso in tutto il romanzo, riflessioni e digressioni comprese. Non dimentichiamo che, anche i motivi del suicidio di Davide, riferiti dall’amico Lapo a Max, rivestono praticamente solo carattere letterario di ascendenza leopardiana con venature foscoliane. Il tentativo del giovane di cercare invano salvezza altrove, nelle periferie, il suo carattere intransigente, la sua ricerca di perfezione, il suo pessimismo cosmico ed esistenziale, la sua scoperta dell’inutilità della poesia come supremo ideale di vivere con fatica giustificano un gesto così estremo, direi anche sganciato dal resto del racconto.

Si tratta di una metafora dell’impossibilità di vivere fino in fondo, senza compromessi e senza esitazioni, il rapporto tra poesia e vita? Non è forse in forza di questa immagine che l’autore si è allontanato dalla scrittura in versi?

 

  1. Lo “specchio” stilistico

In realtà, spesso Temporelli dà l’impressione di compiacersi di alterare la materia della memoria giocando a modificare i personaggi come si modificano le foto sul computer, a creare allusioni la cui interpretazione è nota a lui solo, quasi ammiccasse al lettore o, meglio, ai collaboratori di «Atelier». Si diverte a variare registri stilistici, sfruttandoli per ironizzare e per demitizzare tipi, mode, situazioni. Mescola con dosaggi assai calibrati riferimenti concreti, come quelli al gruppo dell’Opera Comune, con trovate esilaranti. I momenti più felici sono quelli in cui l’ironia sul mondo della poesia si congiunge con quello dell’erotismo: «Gli animi, dopo la performance della Bugiani e una tale presentazione, si erano effettivamente rizzati e l’attenzione del pubblico era cresciuta, quando finalmente il Pubellini lesse il suo poematto (con la “a” si badi), peraltro interminabile, dedicato ai suoi due maestri, Leopardi e Sanguineti, e intitolato La passera solitaria. L’autore ci teneva a far sapere al suo pubblico (immaginando quanti nuovi lettori avrebbe conquistato in tal modo in tutta Italia) che un estratto di questa sua opera ancora inedita sarebbe apparso molto presto su un noto periodico sentimental-ginecologico». Aggiungiamo anche le scene in cui si bolla la boria vanesia di poeti di bassa lega, che tentano la scalata con tutte le vie possibili, come Luca Ghiselli, in attesa di essere pubblicato da una grande casa editrice per intercessione di un potente cui aveva offerto in moglie la sorella.

La panoramica è veramente superba. Non viene trascurato alcun aspetto: dal carrierismo alla vanagloria, dall’insulsaggine al vuoto sperimentalismo, dalle Avanguardie al sentimentalismo romantico, al neoformalismo. Non mancano situazioni prettamente comiche, come la scena in cui Riccardo, poeta amico di Max, entra nel Bar Boni e zittisce istericamente i poeti immersi in accesa discussione, provocando surreali scene di panico nei presenti colti da improvvise afasie, da crisi di nervi, dal timore di un’improvvisa chiusura del locale, dall’abolizione di pubblici dibattiti, dalle dimissioni della cameriera con improvvisa adesione ai Testimoni di Geova, dalla fuga verso i Paesi nordici di due turisti, presenti solo per caso…

La vicenda si svolge in due località. La prima parte viene collocata a Paneropoli, termine che pare alludere a una lettera di Ugo Foscolo ad Antonietta Fagnani Arese, in cui si parla di una grande città lombarda chiamata anche Butirropoli o Paneropoli (da pànera, panna o crema), abitata da affaristi, dediti unicamente al bere e al mangiare. Azzarderei un’altra etimologia dal greco antico con la fusione di tre termini: πἀν ogni cosa, ἔρως amore carnale, e πόλις città, ossia “città in cui l’intera esistenza è finalizzata all’accoppiamento”. Del resto, se eccettuiamo Davide, le amiche, Max, Laura, Silvio e diversi “convegnisti” non pensano ad altro. Bellissime sono le descrizioni dell’ambiente nel quale si svolge il convegno, il lago di Buccione ossia il lago d’Orta (Buccione è una frazione di Gozzano, posta a sud dello specchio d’acqua) con la rupe della Madonna del Sasso, cara all’autore, sotto la quale egli ha vissuto fino a poco tempo fa.

Sotto il profilo cronologico il problema si complica perché Oreste Folicaldi, il mecenate coetaneo di Max e cioè quarantenne, colui che finanzia il convegno, «cresciuto fra gli agi», è figlio di genitori che «si erano arricchiti occupandosi di batterie per cellulari». Devono essere stati pionieri mondiali dal momento che la data di invenzione va fatta risalire al 1973 negli Stati Uniti e che il primo cellulare in commercio è comparso nel 1983.

 

  1. Il senso della contemporaneità

In conclusione, oserei affermare il romanzo si presenta sia come testimonianza dell’attuale crisi della poesia, sia come una precisa e compiuta metafora del Postmoderno, con la contraddittorietà delle valutazioni sul futuro dell’arte in versi, sui giovani, sul mondo della scuola, sull’amore, sugli obiettivi di vita mediante giudizi che si “trasformano” non solo in rapporto ai personaggi, ma anche in rapporto allo svolgersi degli eventi, con il riuso dei materiali culturali e stilistici, con l’assenza di prospettive da parte di una cultura che ha distrutto se stessa senza un progetto “edificante”, con la mescolanza stilistica che va dall’aulico, al quotidiano, per scendere nel comico fino al grottesco, con le impennate di superbia e un’aprassia paralizzante, con megalomani progetti e il tentativo di esorcizzare le sconfitte con la demitizzazione ogni valore, con il desiderio di decodificare ogni atteggiamento umano mediante una psicologia spicciola, con la fondamentale dichiarazione di non riuscire a conoscere nulla pur sentenziando su tutto, con l’insulsa mania dell’autorità (il critico riconosciuto, il marchio, il brand), con l’amore per la retorica pubblicitaria a scapito della profondità delle idee, con un bagaglio di idealizzazione del passato e l’incapacità di affrontare il presente, con uno strato oscuro di nichilismo strisciante e con il suo carico di sofferenze, di delusioni, di frustrazioni e di morte.

(Giuliano Ladolfi, La storia di «Atelier» in un romanzo di Andrea Temporelli, «Atelier», XX, 80, dicembre 2015, pp. 45-51)

 

2 commenti
  1. Avatar
    Monica Ambrosi dice:

    Ho letto tutto con interesse. Non sono all’altezza perciò non esprimeró un giudizio critico circostanziato sul romanzo di Andrea/Marco nè sulla posizione di Ladolfi. Ad Andrea ho già scritto in privato le mie impressioni “d’impulso ” sul suo romanzo che a me è piaciuto davvero tanto infatti l’ho già consigliato e regalato ad amici e colleghi. Ritengo che ogni opera possa essere letta e interpretata a molti livelli e che ciò sia sempre legittimo. Dipende dall’esperienza personale, dalla sensibilità e dal proprio patrimonio culturale. Personalmente preferisco non conoscere troppo dell’autore e cogliere nel testo ciò che è più vicino alla mia vita che non alla sua. Magari è una posizione adolescenziale ma tra i diritti del lettore ormai arcinoti aggiungerei anche questo. Comunque sia a me piace molto sentire il parere di tutti coloro che l’hanno letto e mi impegno a riportarli prossimamente col consenso dell”autore ovviamente. Buona lettura!

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  2. Andrea Temporelli
    Andrea Temporelli dice:

    Tutti i giudizi e le impressioni saranno sempre ben accolte. Chi crede che possa offendermi per una stroncatura, mi metta tranquillamente alla prova.
    Domani comunque spiegherò un pochino le mie perplessità in merito a questo approccio, fermo restando che oltre a essere perfettamente legittimo il saggio di Giuliano è profondo, generoso e intelligente.

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