Ritratto di Mario Luzi, di Luca Macchi, 2003, Centro Studi La Barca, Pienza (SI)

Il secolo di Luzi

(L’opera scelta come copertina è di Luca Macchi.
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Dopo aver introdotto la figura di Mario Luzi e aver analizzato i primi tre libri che compongono la sua ultima stagione poetica, tracciamo un bilancio complessivo su questo poeta.

Il secolo di Luzi

Se Montale viene considerato, fra i contemporanei, il «poeta centrale, normativo, integralmente novecentesco», il nostro secolo trova in Luzi il poeta che lo ha attraversato più intimamente e che si avvia ora a superarlo [1]. Le sue opere si dispiegano, senza soluzione di continuità, lungo il corso di oltre sessant’anni, da La barca del ’35 all’attuale silloge inedita, anticipata in parte nell’Opera poetica curata da Verdino.

Luzi è stato indubbiamente il maggior rappresentante dell’Avanguardia ermetica, ha partecipato attivamente a quella stagione culturale intervenendo sulle principali riviste, si è reso interprete della tradizione moderna secondo l’ottica simbolista, si è poeticamente fatto carico delle istanze postbelliche criticando l’astrattezza e il problematicismo spicciolo tipico anche della Neoavanguardia, è divenuto spontaneamente, in tempi recenti, il referente principale delle ultime generazioni di poeti e si spende tuttora con la sua opera cercando continue contaminazioni di genere, attingendo a insospettate risorse creative.

Ma la sua recente produzione rivela i caratteri di un’avventura umana totale, che impone una rilettura dell’intero suo percorso, e con esso del nostro secolo, su basi ben più ampie rispetto alle categorie dell’arte.

Attraverso molteplici strategie egli scardina il testo letterario fino a liberarne il nucleo più puro, adamantino e sfuggente.

L’apparente casualità della misura dei suoi versi rivela ben presto un’estrema educazione musicale nel prodigioso talento che gli permette di coniugare libertà e rispondenza a un’intima ragione ritmica, contingente e perfetta, così come il singolo componimento si riverbera mirabilmente all’interno delle macrostrutture, fluide e cangianti ma sempre più nitide, definite dai suoi libri, tanto da superare la stessa natura poematica di talune sue esperienze precedenti per accostarsi a un andamento polifonico, aperto, straripante. La sua scrittura abita ormai una soglia di perenne eccedenza sia rispetto alle attese del lettore sia rispetto a sé stessa, reinventandosi al limite di un tour de force che non ha nulla di esibizionistico e di intellettuale, ma che supera le antinomie della ragione (i colori dell’intelletto umano) attingendo a una luce creaturale e profonda, connaturata a un tono magari raffinato, a tratti prezioso, ma riflessivo e quasi mormorante, proteso ad libitum. Così, ogni livello lessicale e ogni registro espressivo vengono attraversati, definendo una lingua grandiosa che dà esecuzione, in base ai momenti, a una musica di fitte tessiture foniche, di sontuose sequenze avverbiali, di raffinati francesismi, latinismi, neologismi.

La condizione che spesso si associa a tale ritmica profonda viene spesso equiparata a uno stato di coscienza dilatato, prossimo al sonno, ai messaggi che pullulano al fondo del ‘grande codice’ della natura e nello stesso tempo alla veglia e alla contemplazione. Il soggetto poetante diviene così angolo di rifrazione di una memoria che lo trascende e lo confonde con tutte le forme che l’essere può assumere, senza contrapporsi alla stessa materia e superando così le Néant esistenzialista e lo scacco gnoseologico del Romanticismo, in virtù di un’umiltà fondativa che si apre alla grazia della trasmutazione: all’Assenza (fantasma poetico centrale dell’esperienza simbolista) subentra la Presenza e gli intermezzi temporali, le continue crisi evolutive che scandiscono l’eterna metamorfosi del creato accolgono il mistero come stoffa irriducibile, come ‘fondamento’ positivo, sebbene ‘invisibile’, del reale. La ‘fisica perfetta’, che forniva il primo orizzonte dell’avventura poetica di Luzi, si era presto smaltata in forme assolute e iperletterarie che tentavano un’estrema resistenza al demone della perdita; l’angoscia che nasceva dall’ipotesi di un realismo radicale al limite dell’impossibile, trascolorava poi nell’elegia dolorosa di fronte alla figura dell’attesa, ma soltanto per aprirsi internamente al ‘magma’ e ricongiungersi all’anima del mondo, così visibile e splendente in svariate epifanie femminili.

Il varco che immette nel mare dell’essere non è infatti inseribile in alcuna metafisica, che inevitabilmente concresce su un a priori razionalistico vizioso, ma risiede nell’apertura della coscienza al confronto intimo con l’ignoto, in una totale disponibilità spirituale all’esperienza. Per questo la religiosità luziana, pur senza abbracciare alcuna confessionalità esteriore, non ha nulla di vago e consolatorio, bensì riscopre come evento fondativo di ogni apparenza e di ogni divenire il mistero dell’Incarnazione. La creazione poetica, attingendo alle sorgenti in cui i dialetti umani vincono la nostalgia del tempo eterno per lasciarsi riconsacrare dal desiderio dell’unità nel suo darsi storico, esperienziale, risente in particolari frangenti l’afflatto del Verbo che ne illumina la vanità estrema, rovesciandola in plenitudine.

Espropriata di sé in tali regioni di senso, la parola poetica non si appartiene, non afferra e isituzionalizza alcun significato razionalizzabile: per questo le iterate interrogazioni risultano le uniche cadenze possibili al suo incedere oltre i limiti saldi della conoscenza; per questo la dimenticanza diventa processo coessenziale al mantenimento dell’ispirazione, alla salvaguardia dello stesso soggetto poetante all’interno di un divenire ciclico e cosmico, modellato sui ritorni delle stagioni e delle epoche. La ripetizione di forme e figure è in questa prospettiva l’indice non di una trasandatezza o di una incontinenza poetica, ma del concreto superamento delle ragioni estetiche, in completa rispondenza alle istanze ontologiche insite nella scrittura.

L’allusività estrema della più recente poesia luziana non palesa una perdita di referenti ma, all’opposto, il completo aderire della voce alle forme, fino a un’immedesimazione che soltanto la struttura prolettica dei componimenti evita di confermare, ripristinando il dilemma che apre la via all’esplorazione dell’esistente e sgombrando il campo da qualsiasi preclusione dimissionaria così come da qualsiasi ottuso slancio assertivo. Si mantiene dunque intatta la libertà nel dramma della salvezza, si ritrova sempre l’identità individuale al termine di ogni vortice creativo: «Oh mia indecifrabile conditio, / mia insostenibile incarnazione!» [2]

Diversi per struttura e per impostazione, i tre volumi finora rubricati sotto la significativa sigla di Frasi nella luce nascente sconcertano soprattutto per la loro attitudine a bruciare ogni emblema e offrirsi oltre la lettera, in una dimensione suggestiva e ambigua che dichiara il carattere fenomenale di questi versi, la cui vivezza linguistica chiude i conti con il naturalismo. La naturalezza non consiste nella riproduzione dei fenomeni, sancendo una separazione dello sguardo che congela il vivente in un’icona preziosa ma pur sempre letteraria, illusoria, consolante. In questo Luzi oltrepassa gli esiti toccati nei libri che finora vengono ascritti ai suoi vertici creativi, senza però devitalizzare il nervo che coniuga parola e cosa, scrittura e vita.

Per il battesimo dei nostri frammenti è anzi fra i libri che più inseguono la storia e mordono da presso la cronaca di anni difficili e contradditori, per cui non sarà possibile equivocare la motivazione profonda che spinge il successivo Frasi e incisi di un canto salutare a un’indiscutibile rarefazione, che ne rende più ardua la lettura. Proprio mentre si fa più tersa e musicalmente riconoscibile la voce maturata dal poeta, le sue pagine sembrano farsi evanescenti, ma nel prendere congedo dal mondo, invece di lasciarsi incantare dallo spettro della morte e dalle facili variazioni ottenibili su di esso, tornano a farsi risorgive e veritiere. Partito dai ‘canti’ dell’esordio, il nuovo ‘canto’ cui il poeta si inoltra ora non è più sofferto come in anni addietro, quando esprimeva effettivamente una vita strozzata nell’agonia di una ‘vicissitudine sospesa’. Gioia e dolore si fondono in un solo spettro che sostiene un incredibile vigore nominale, anche celebrativo dell’esistente, seppure mai incline a giustificare le occorrenza del male e teso anzi a denunciarlo risentitamente, quasi retoricamente. I fantasmi che si agitano nella fantasia dànno così vita al Viaggio terrestre e celeste di Simone Martini, che congiunge magistralmente il grado di luminosità intellettuale raggiunto con una nuova materia, ricca di sostrati biografici che hanno valore soprattutto nell’offrirsi come corpo sacrificale della nuova creazione, piuttosto che nel loro metodico disvelamento.

L’apparente fuga dal tempo presente al tempo eterno risulta in verità un inabissamento più completo nella coscienza individuale, successivo perciò all’abbattimento dei margini canonici che garantiscono una tenuta, una resistenza alla scrittura. Come un fuoco che continua ad ardere, la parola luziana sembra così progressivamente involarsi oltre sé stessa, ma soltanto per fedeltà alla vita. Nell’hic et nunc del poema si celebra il naturale consumarsi dell’arte, che riconosce la suprema magnificenza della vita: si tratta, a ben vedere, della stessa legge della metamorfosi che il poeta ci ha proposto da sempre con la opera costantemente e fatalmente in progresso: «E detto questo posso incamminarmi / spedito tra l’eterna compresenza / del tutto nella vita nella morte, / sparire nella polvere o nel fuoco / se il fuoco oltre la fiamma dura ancora» [3].

La dynamis che sostiene la poesia luziana obbliga il poeta a non sostare nostalgicamente nei pressi della morte, ma di seguire il desiderio fino alla sua estrema risalita «dalle foci alle sorgenti», come aveva saputo dirci precocemente con il suo giovanile inno Alla vita [4].

NOTE

[1] È Giorgio Zampa nell’Introduzione a Tutte le poesie (Milano, Mondadori 1984, p. XI) a riutilizzare per Montale un’affermazione dello stesso poeta riferita all’Ottocento, in cui si avvertiva la mancanza, appunto, di un autore centrale e normativo.
«La formula dell’“attraversata di un secolo”, cronologicamente inesatta, poeticamente calzante, così a rischio di retorica, per Luzi assume un carattere naturale, e legittimo» (G. Gramigna, Con Simone Martini dietro l’onda di un sogno, «Corriere della Sera», 4 giugno 1994).
Un recente intervento di Luzi sulla figura poetica di Montale si trova in Aa. Vv., Il secolo di Montale: Genova 1896-1996,  a c. della Fondazione Mario Novaro, Bologna, Il Mulino 1998, pp. 693-700.

[2] SM, OP, p. 1073.

[3] OV, OP, p. 237.

[4] B, OP, p. 29.

 

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