Lo scrittore Eraldo Affinati

Eraldo Affinati

Criticare il Premio Strega è da anni ormai un genere letterario specifico e molto frequentato. Chi volesse un aggiornamento sulla questione, legga per esempio ciò che ha scritto Antonio Moresco.  Un giorno, forse, mi cimenterò anch’io su un ragionamento intorno ai premi, ma la mia sintesi è semplice: il problema è stare nel sistema, senza appartenere al sistema. Questo è il solo modo per mandarlo in tilt. Credo che, in tal senso, Moresco ci abbia provato, anche se il suo sfogo finale lo riconsegna alla schiera dei contestatori del sistema, che in fondo non fanno altro che alimentare il sistema stesso. Non che sia facile, sia chiaro. 

Non è di questo, tuttavia, che volevo scrivere. Ho dato un’occhiata alla lista dei finalisti, i magnifici cinque titoli sono: La scuola cattolica (Rizzoli) di Edoardo Albinati, L’uomo del futuro (Mondadori) di Eraldo Affinati, Se avessero (Garzanti) di Vittorio Sermonti, Il cinghiale che uccise Liberty Valance (minimum fax) di Giordano Meacci, La femmina nuda (La nave di Teseo) di Elena Stancanelli. Non ne ho letto nemmeno uno, per ora, e come sapete l’eventuale vittoria di un autore è per me un deterrente. Conosco la produzione poetica di Albinati e ho letto, di Eraldo AffinatiPatto giurato. La poesia di Milo De Angelis (Tracce, 1996). Si tratta di un autore che mi incuriosisce, per cui sono andato a riprendermi questo saggio di Martino Baldi, che vi propongo in lettura:

Sulla propria pelle: Eraldo Affinati e il canone dei testimoni
di Martino Baldi

È la vita che ci connette, Benjamin, non l’artificio
Chaim Potok

Non ci vuole molto a capire che, contrariamente a quanto potrebbe sembrare sulla scorta di un ingannevole sottotitolo (Storie di viaggi, bombe e scrittori), l’ultimo libro di Eraldo Affinati (Compagni segreti, Roma, Fandango 2006) non è un florilegio di divagazioni aneddotiche di un romanziere all’apice della propria maturità, tanto meno una semplice “raccolta” di articoli e saggi letterari. Basta a significarlo un volo alto sulla calibratissima struttura del volume: un’ouverture tragica scritta con le ineludibili domande suscitate da Hiroshima, una dolorosissima pavana finale composta dalle vergogne sollevate da Nagasaki, in mezzo dodici sezioni tematiche (Frantumi, Sbarre, Soglie, Zone grigie, Il vecchio e il male, I corpi, Mastro di Germania, Solitudini, Senilità, Nelle vene dell’America, Visioni, Padri e figli). Ogni sezione è introdotta da un reportage, da luoghi-simbolo delle cicatrici del Novecento (le battaglie di Stalingrado e Cassino, l’estrema resistenza delle truppe naziste a Berlino, la spiaggia del D-Day) o dai mausolei della propria fede nella grande letteratura (le tombe di Hemingway e Tolstoj, la dacia di Boris Pasternak, la casa di Mario Rigoni Stern). Disseminati nelle diverse sezioni una settantina di scritti letterari, per lo più note a margine di libri dell’ultimo trentennio. Basta poco a capire che cosa Compagni segreti non è. Eppure non è immediato capire cosa sia, forse perché la risposta è molteplice.

  1. Sulle tracce dell’uomo

Il libro sicuramente si presenta come una lunga rapsodia di domande sul senso della vita e della letteratura e quindi sulle paure e gli errori degli uomini, sulla loro cecità e sulla loro maturità. È, e non potrebbe essere altrimenti date le premesse, un libro sulla Storia, sul rapporto tra evoluzione e memoria, sulle opere e sulla memoria da salvare, come provare a farlo e perché. Affinati cerca i segni di quanto di decisivo è accaduto nel ventesimo secolo, ma racconta anche la loro scomparsa. Cerca le cicatrici lasciate da Little Boy e le trova circondate dalla «letizia dei ragazzi di Hiroshima». Cerca i segni della sanguinosa battaglia di Stalingrado e si imbatte, in prossimità del monumento che segna il punto di massima avanzata settentrionale dell’esercito nazista in Russia, in un mobilificio Ikea, piantato lì, indifferente come il muschio cresciuto sulla lapide di un cimitero dimenticato. Così, sin dalle prime pagine su Hiroshima e Stalingrado, emerge una visione dell’umanità come di un bosco che rigenera sempre e comunque se stesso, nel bene e nel male, sovrapponendo le nuove fioriture anche alle ferite più profonde. È ricresciuta l’erba sui segni della Storia ed è una vegetazione che appare diversa, ma che sancisce la riaffermazione dell’identico: il tempo è un tutto indistinto, «la natura vincerà sempre sulla storia» e, se qualcosa persiste o acquista significato, è per la capacità dell’uomo di capire, ricordare, raccontare, elaborare sensi, trasmetterli e su questi edificare un presente o un futuro.

Questo può avvenire nelle profondità del collettivo se non accade anche nell’intimo dei singoli individui? È importante davvero solo l’universalità e la durata di queste acquisizioni e non l’esperienza singola di chi percepisce la qualità spirituale di un luogo o di un evento?

Questa duplice domanda, variante dell’interrogativo sul modo in cui affrontare la presenza del male nella Storia, sul ruolo e la responsabilità di ciascuno in questa battaglia, soggiace a tutta la ricerca dello scrittore romano. E proprio l’assoluta repulsione di Affinati per ogni ideologia, e quindi per qualsiasi risposta preconcetta, trasforma la questione nell’appello estenuante a rinvenire ogni possibile traccia e a trasformare ogni persona e ogni cosa in testimone.

In questi brevi diari di viaggio o di lettura lo scrittore viaggia e scava, rievoca e osserva, soprattutto interroga le persone e le tracce («il detective e lo storico sono impegnati nello stesso lavoro, cercano verità nascoste, sepolte»), fa riecheggiare le perplessità e mantiene una costante e pietosa distanza dalle possibili sentenze sia per religioso rispetto nei confronti dell’animo umano e dei suoi misteri («A cosa serve, nel fondo, esprimere giudizi se gli uomini si dimostrano comunque capaci di sbalordirci, nel bene e nel male?») sia per un atteggiamento di responsabilizzazione rivolto al lettore («Chi scrive formula le domande, chi legge è chiamato a dare le risposte»). Nessuna forzatura dialettica, nessuna abbreviazione del percorso. Il sangue dei soldati, le vergogne e gli eroismi, il dolore e le tragedie, le derive, le prigionie imposte e subite, le evasioni, la dignità di portare il peso del proprio destino e il coraggio (o la disperazione) di non temere il ridicolo, senza distinzione di schieramento non sono semplicemente inchiostro dei libri, ma sillabe della Storia, atomi della materia di cui siamo composti.

La ricerca può allora apparire come l’indagine di un biologo appassionato che voglia scoprire la sostanza dell’animo umano, come nascano e dove maturino i germi dei più grandi e terribili misfatti, come si sviluppino gli organi della speranza e della salvezza, sapendo che stiamo parlando sempre e comunque di una realtà che ci riguarda sempre molto da vicino, della pasta dell’uomo, e che questo rende impossibile giudicare qualcosa o qualcuno illudendosi di non chiamare in causa anche se stessi; più facile a dirsi che a farsi, ma Affinati pratica davvero questo comandamento. Tra i suoi principali obiettivi si propone di ricostruire “l’insieme”, prima di tutto dentro di sé, per santificare, celebrare, tenere in vita l’invisibile, non un invisibile appartenente al mondo dell’ideale o del trascendente, ma un invisibile che è sotto gli occhi di tutti eppure non si vede, «l’invisibile concreto» degli eventi, l’invisibile di vivi e morti, di azioni e conseguenze che non si dovrebbero dimenticare. La lunga opera di Affinati, finalizzata a comprendere la Storia attraverso la lente della “condizione umana” («non come gli uomini fanno la guerra, ma cosa la guerra fa degli uomini», scrive Lucia Borghese a proposito dello sguardo di Heinrich Böll) e iniziata un quindicennio fa con il saggio tolstoiano Veglia d’armi (Genova, Marietti 1992) e con la metafora autobiografica di Soldati del ’56 (Firenze, Marco Nardi 1993), riscatta il peccato originario di gran parte della letteratura storica o bellica del Novecento: la presbiopia. Vedere da vicino: e questa la sfida di un viaggio ininterrotto, intrapreso ripercorrendo a piedi e in treno l’itinerario dei deportati da Venezia ad Auschwitz per raccontare tutto in Campo del sangue (Milano, Mondadori 1997), passato per Un teologo contro Hitler. Sulle tracce di Dietrich Bonhoeffer (Milano, Mondadori 2002), giunto alla suddetta domanda su universalità ed esperienza individuale proprio nell’ultima tappa di questo libroviaggio, a Nagasaki. Una risposta viene individuata nelle parole di Günther Anders, una delle cento e più voci orchestrate in questa partitura sinfonica, ed è, naturalmente, una risposta che apre altre infinite strade: «Il nostro compito è di produrre l’una e l’altra». Ecco il fine della letteratura, ecco lo scopo del viaggiare.

Merita indugiare sulle modalità con cui la prosa di Affinati cerchi di suscitare l’empatia con il lettore per produrre quella suggestione estetica che è il viatico dell’arte all’esperienza spirituale: egli alterna il ritmo serrato della marcia e il largo della riflessione, l’improvviso della domanda e l’allegretto della divagazione, varia e sospende l’andamento a sorpresa, orchestra nel vero senso della parola la tensione della lettura, attraverso un perfetto controllo della suspense e dell’agnizione.

Per descrivere questa intensificazione del linguaggio non ci sono parole migliori di quelle del poeta Stefano Massari, che in questa prosa scorge «un andamento ritmico (e non ritmato, com’è proprio della prosa, ma davvero un personalissimo andamento ritmico, oscillante: lentezza e colpo improvviso – lentezza e colpo annunciato – silenzio – ascolto – lentezza e colpo annunciato – lentezza e colpo improvviso – silenzio – ascolto…, andamento stranissimo e originale, caratteristico della poesia. Mi pare che la sua lingua in moltissime fiammate, che compaiono in tutto il tessuto narrativo, provenga da uno stato poetico e quindi di transito, quasi Affinati governasse/orchestrasse le sue domande conoscendo già come il lettore darà le risposte (e dico come, non quali… qui sta il poetico».

  1. Per una mitologia della maturità

Vedere, dunque, vedere, conoscere e infine testimoniare attraverso la letteratura. Ma per far questo è necessario spogliarsi di una vista/testimonianza che non funziona più e acquisirne una nuova, nuovi occhi, nuove mappe, nuove rappresentazioni. E allora Compagni segreti presenta altri aspetti e precisamente è, nel suo ampio e sistematico percorso dentro la letteratura (forse con qualche inclusione incongrua), una grande operazione di “sostituzione di mitologia” (mitologia intesa come rappresentazione profonda della condizione e del destino dell’uomo): fuori tutta la zavorra scolastica scaduta, le parole d’ordine della critica (il mitteleuropeismo “alla Magris”, la crisi della borghesia, la perdita d’aureola…), le mode d’importazione coatta, le mitologie estetizzanti, “l’ombelichismo” e il minimalismo di certo sedicente e cinico realismo, il neo-maledettismo pop, il pulp; dentro ciò che deve essere dentro e che per lo più non c’è stato perché mezzo secolo e più di ideologismo radicale (o di disimpegno generale) ha prodotto come conseguenza anche una grande manifestazione di cecità dell’arte.

Il canone di Affinati è generato da un grande padre e da una grande ossessione. L’ossessione è quella bellica, la guerra nella Storia o la guerra quotidiana combattuta anche dai suoi personaggi “finzionali”: Uomini pericolosi, come li ha definiti nell’omonimo libro (Milano, Mondadori 1998), per il loro sfuggire al controllo di ogni potere, fedeli soltanto a quell’unico ordine che l’eroe non elude mai, l’imperativo categorico dettato dalla propria coscienza. Se l’ossessione è la guerra, il padre è Tolstoj, un vero padre spirituale, per la compiuta sintesi di tutto ciò che in letteratura e vita sia sintetizzabile (banalizzo poeticamente e brutalmente: cielo, terra e sogni della filosofia). A giudicare dai percorsi di quest’opera, il narratore russo si è frantumato in tre grandi maree che ne ereditano un carattere e hanno a loro volta un capostipite: l’elaborazione della storia/memoria/cultura (capostipite Heinrich Böll); l’elaborazione del vitalismo/natura (capostipite Ernest Hemingway); l’elaborazione della tradizione letteraria (capostipite Saul Bellow). A una di queste tre ascendenze non sarà difficile ricondurre i diversi “compagni segreti” di Affinati: da Aleksandar Hemon a Sam Shepard, da Varlam Salamov a António Lobo Antunes, da Alice Munro a Rubén Gallego, da Cormac McCarthy ad Haruki Murakami, fino a Philip Roth, J. M. Coetzee e tutti gli altri più o meno noti; tutta gente che, come si legge a proposito del protagonista del Buon dottore di Damon Galgut, a differenza della pur grandissima letteratura novecentesca, «va a fondo. Precipita nel gorgo. E basta. Senza medaglie spirituali. Né insopportabili compiacimenti, neppure eleganti e nascosti». Tutta gente che, come il novelliere australiano John Murray, «vorrebbe quasi occultare una saggezza vissuta come orpello», perché «chi sa la verità non può dirla, altrimenti la vita non avrebbe senso», tutta gente che ha imparato a «pensare contro se stessi», stigma della maturità.

In queste letture e in questi ritratti non c’è spazio per un’ammirazione “tecnica” nei confronti dell’intelligenza o del risultato letterario compiuto, così come non c’è spazio per il giudizio puramente estetico. Questi scritti sono anzi pervasi da qualità diversa, quasi opposta: un’attrazione magnetica, fraterna. Pensare contro se stessi, se non è solo un atteggiamento, non può che produrre come esito un sentimento di irrilevanza nei confronti all’ammirazione comune: «La conquista del disincanto passa attraverso la pratica dell’austerità». Tra le cose davvero importanti, le stesse nei libri e fuori, non c’è spazio per i convenevoli e le qualità si testano alla prova del fuoco, che è un po’ come dire, rubando una citazione da Art Spiegelman, «chiudi loro insieme in una stanza senza cibo per una settimana, allora tu vedi cosa è amici».

Non solamente a tratti balugina la sensazione che proprio nella distanza che corre tra i sentimenti dell’ammirazione e della fratellanza si dispieghi l’allontanamento a marce forzate di Affinati dalla mitologia imbalsamata della letteratura novecentesca. Siamo tutti segnati dallo stesso destino e i grandi scrittori non fanno altro che prestare la propria voce a chi voce non ha, parlano per conto di chi non può farlo (riprendendo una nota dichiarazione di Camus citata nel libro). È questo il punto di partenza (e anche di arrivo, tanto è fondante) che rende possibile, per esempio, l’esercizio di ventriloquismo con cui Affinati presta la propria voce a Saul Bellow in una toccante intervista immaginaria in cui il grande maestro del romanzo contemporaneo sostanzia in poche parole quello che tutti gli “uomini pericolosi” sanno (e non possono dire): «il compito della vita, il vero compito – portare il proprio fardello, provare vergogna e impotenza, sentire il sapore delle lacrime trattenute – il solo compito importante, il più alto compito, era proprio quello».

  1. Trasfigurazione del romanzo

Ma se è vero che Compagni segreti racconta una fedeltà assoluta all’ossessione bellica e al modello di Tolstoj, e quindi alla grande letteratura, racconta anche altro: la consunzione del modello, e quindi della forma-romanzo, per il tipo di testimonianza a cui si è chiamati. Il romanzo dunque costituisce anche l’esito di una travagliata riflessione sulla congrua forma di testimonianza per lo scrittore contemporaneo. Il tema è anche esplicitato in uno degli interventi più complessi del volume, l’articolo su Art Spiegelman (l’autore del fumetto Maus): «Il testimone parla: può e deve farlo. Chi appartiene alle generazioni successive è costretto ad affrontare un problema etico-estetico di non facile soluzione: il romanzo garantisce universalità ma può risultare incongruo, il saggio consente maggiore analisi e tuttavia allontana dal calore della rievocazione diretta, il diario rischia di far slittare l’attenzione sull’autore, configurandolo come un oggetto del desiderio». Una chiave di interpretazione del problema, nell’intricata tessitura di echi e richiami, è additata poco prima, in uno dei due interventi su Winfried Georg Sebald: «La vera grande letteratura contemporanea è quella in cui avverti l’insufficienza della catalogazione per generi. Romanzo, saggio, poesia, documento, invenzione: che differenza fa? L’energia creativa pulsa alla maniera di una vena sotto sforzo». Ci troviamo di fronte ad un passaggio, forse tautologico, ma non certo superfluo nel contesto in cui è calato, a stabilire le condizioni per una valutazione più congrua dello stesso libro che abbiamo tra le mani. Dopo quindici anni di inseguimenti, avvicinandosi e allontanandosi dal modello tolstojano, di volta in volta con gli strumenti del romanziere (imperdibile almeno Bandiera bianca, Milano, Mondadori 1995), del saggista, del viaggiatore, del lettore, Affinati sembra raggiungere una sintesi proprio in questo volume, apparentemente secondario e invece rilevante come una pietra miliare, in cui tutte le sue forme, le sue inquietudini, le sue passioni, vengono riunite. E lo fa parlando in prima persona e prestando la propria voce, chiamando in causa tutti i testimoni possibili, moltiplicando le domande e lasciando al lettore l’onere delle risposte, non su un tema soltanto ma sull’insieme delle proprie carte interiori, sfuggendo alle classificazioni, restando fedele al proprio perno poetico eppure allontanandosi definitivamente, per amore della verità, dal sogno del grande romanzo. Del resto non è così che funziona? «Si diventa adulti non solo scoprendo nuove vie, anche strappando qualcosa dentro di sé: gettandolo via, ai cani», oppure, afferrando un’altra voce tra quelle che si sollevano dall’esercito dei compagni segreti, quella di Steve Heighton: «Ciascuno di noi diventa ciò che ha conquistato o che si è tenuto stretto, ma anche ciò che ha perso». Questa forse è un’altra delle «verità che ogni generazione inutilmente cerca di trasmettere alla successiva» e che Affinati, non limitandosi a scovare, cerca caparbiamente di incarnare fino in fondo, fino a provarle sulla propria pelle.

 

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