Yves Bonnefoy (Tours, 24 giugno 1923 – Parigi, 1 luglio 2016) è stato un poeta, traduttore e critico d'arte francese.

Yves Bonnefoy

Sono morti in questi giorni due giganti della poesia del nostro tempo: Geoffrey Hill, poeta britannico classe 1932, ci ha lasciati il 30 giugno; il 1 luglio invece è toccato a Yves Bonnefoy (nato nel 1923), che possiamo considerare, per intenderci, il Mario Luzi francese (i due tra l’altro erano amici e non mancano grandi analogie nel loro percorso poetico).

Vorrei soffermarmi un po’ proprio sul secondo. Non sono un particolare amante della poesia francese, vi trovo spesso un’aria troppo rarefatta, per i miei gusti, e un sostrato filosofico che a tratti mi sembra di maniera, o comunque riferibile a una matrice che mi genera sospetti. Ma non c’è dubbio che Yves Bonnefoy sia una voce imprescindibile del nostro tempo. Io ho faticato ad apprezzare i suoi ultimi libri, ma non è detto che, un giorno, rileggendoli, non debba ricredermi.

Mi stavo comunque domandando quanto influisse su di me il senso di una continuità di fondo nei suoi libri. Forse io in un poeta cerco troppo l’evoluzione, un’acquisizione di campo di testo in testo, mentre, come mi diceva anche recentemente un amico, “un uccello canta sempre allo stesso modo”. L’immagine è efficace, peccato però che l’uomo non sia un uccello e il suo canto non sia solo una questione di corde vocali. È comunque il caso di tornare a rileggere, a rimeditare, a riconoscere il contributo dei grandi poeti nei confronti dell’umanità intera. Sembrano frasi un po’ reboanti e di circostanza, lo so. Ma, per quel che mi riguarda, sono vere.

Di seguito trovate due interventi critici sulla poesia di Yves Bonnefoy, ricavati dall’archivio di Atelier.

Yves Bonnefoy e la presenza
di Davide Bracaglia

L’epifania della présence rimane la fascinazione più importante di tutta la poetica di Yves Bonnefoy. Che cosa è la “presenza”: un’esperienza, un messaggio poetico, una nostalgia, la realtà, il sogno? La presenza è semplice, accogliente, immediata, comune e verbale; è l’Essere nel suo superamento nell’evento, è l’Uno e il suo raggiungimento nel Molteplice della contemplazione. Il percorso, che da Douve (1953) porta il poeta francese ai raggiungimenti dei testi Nell’insidia della soglia (1975) e Début et fin de la neige (1989), è un progressivo avvicinamento, umano e speculativo, a questo evento massimo tra gli altri: l’esperienza della presenza.

Anche la pittura e i pittori sono stati convocati, nel corso degli anni, da Bonnefoy a tale ricerca di un senso ulteriore. Da Piero della Francesca a Caravaggio, all’amato Giacometti, la pittura, con il gesto e i colori, sembra essere, più della poesia, capace di instaurare l’immediatezza di questa percezione del mondo, la realtà come evento.

La presenza è fusione pura, unità di sguardo tra soggetto e oggetto. Inscindibile, gloriosamente sensibile, come in Cézanne, completamente vuota di concetti ma satura di emozione, come un haiku giapponese, la presenza, ha acutamente notato il critico americano John J. Jackson, è un’illuminazione. Inafferrabile ed anonima, ma tuttavia sotto gli occhi di tutti, come il Tao, la presenza non è un’idea o una categoria, forse un grado più rarefatto e adamantino di realtà. È la realtà del reale. Anche la lunga attività critica di Bonnefoy è stata caratterizzata dalla costante, quasi ossessiva caccia al nudo nucleo incandescente del visibile. Viene da pensare alle ultime acquisizioni di Maurice Merlau-Ponty, a una parte della meditazione di Heidegger, all’impresa di Rimbaud o alla poesia di Pierre Jean Jouve. La presenza irradia al di là dell’etica.

Ma cogliere questo istante di piena coscienza, ammonisce Bonnefoy, non è facile. La presenza, troppo semplice e veloce, sfugge impercettibile, sotto lo sguardo interrogante del soggetto poetico; si invola e svanisce, risucchiata nel vuoto estatico aperto dalla sua pura presenza, appunto. Eppure chiama, chiama forte. Convoca d’autorità il poeta a una terra promessa, il compimento umano in un divino pienamente esaudito nel suo soggiorno terrestre (la maturità del sentire e del conoscere), un superiore e più ampio livello di consapevolezza, un linguaggio reso finalmente alla sua “verità di parola”.

Neanche il tradurre e la traduzione potevano sfuggire a tale implacabile tallonamento. Un nome per tutti: le traduzioni da Shakespeare. Shakespeare è stato ed è per Bonnefoy il poeta assoluto, quello che è riuscito a varcare la soglia senza cedere alla lusinga, accedendo ai beni supremi della “realtà rugosa”. Egli ha attraversato la morte e il sogno e, negli ultimi drammi, è riuscito a raggiungere la conciliazione, che è l’aspirazione massima di tutta la poesia di Yves Bonnefoy. La Ripeness shakespeariana, la maturità, la pienezza, una saggezza, è il traguardo esplicito nel quale viene pienamente a rivelarsi la présence. Shakespeare è stato il poeta di un’umanità infine redenta; il Racconto d’Inverno e Re Lear ci parlano di un cuore guarito dalla colpa, dal perdono e la conciliazione tra gli affetti e il mondo. Questa ardua catarsi sancisce l’evento della presenza.

C’è tuttavia una tentazione da superare. Questo ostacolo è così vicino, così connaturato al fare poetico, così insito nel dire e incistato nelle sue prassi da risultare quasi insormontabile: ed è la stessa identità poetica. Il poeta moderno, erede del Romanticismo, per accedere con strumenti purificati al supremo evento di Essere, deve essere capace di sacrificare, alla fine, anche il proprio ruolo, transvalutare la sua stessa figura poetica, troppo centrata, monolitica e statica; la presenza esige quest’ultima offerta, vuole questa essenziale rinuncia al ruolo.

Attraverso la poesia, oltre la poesia, nella nuova visione poetica: la presenza chiede questo per attuarsi tra noi in parola. Dalla morte e rinascita del poeta e del fatto poetico, la presenza riceve lo spazio, la necessaria libertà per la propria gloriosa rivelazione, l’agio totale della disponibilità di una coscienza a non giudicare. E l’evento, come afferma anche Mario Luzi, accade.

Bonnefoy connota questa esperienza liberatoria con alcuni sinonimi molto indicativi, il «Semplice», la «Pace», «Qualcosa che si raduna, che si disperde», la «Bellezza». È il recupero di un’Arcadia d’infanzia, non vagheggiata né retorica, è calma interiore, è trasparenza affettiva, un orizzonte pacificato di sé. La presenza è una svolta. Il salto fuori dalla modernità novecentesca, dall’Occidente e dal pensiero. È un gesto salvifico, una fondazione d’amore.

 

Yves Bonnefoy, Le assi curve
di Davide Brullo

Rari, sempre più rari sono quei poeti per i quali spenderesti volentieri il braccio destro, quelli che ti danno sempre e comunque soddisfazione, perenni come l’acqua e sinceri come la birra di prima qualità. Nella ristretta truppa di queste bestie estinte spicca Yves Bonnefoy (1923), il più grande poeta francese vivente, uno dei sommi in Europa, se non altro perché, date alla mano, i suoi versi, silicei e muscosi, trasudano del bel tempo che fu, quello degli ultimi — benché già derelitti — sovrani della poesia. Ormai i regni sono sfollati e disperati, baby, al limite si subaffitta il titolo nobiliare grazie all’aiuto di qualche critico-scudiero ben compensato; ormai le lande europee sono attraversate da cavalieri di ventura con lo stilo a tracolla, mercenari — molti, moltissimi — o Don Chisciotte — ancor più rari dei rari. Insomma, leggere Bonnefoy fa sempre il salutare effetto di sbarcare su di un’isola conosciuta, una Avalon fatta di alberi e pietre, dolmen e spettri, da cui caracolla anche qualche unicorno. Diciamo che il poeta, non solo idealmente ma perfino strutturalmente, scrive da sempre un unico libro. E ciò da un lato ha il fascino arcaico della fobia e dell’ispirazione inscalfibile, dall’altro fa pur rimpiangere che dall’isola non si veda, chessò, un arcipelago, un continente, una nave. Infine, pure dell’Eden cromato ci si stufa e, se un libro è un rischio verso l’ignoto e lo stile tutt’altro che una decorazione centenaria, la fodera della sciabola di famiglia, diciamo che Bonnefoy gioca in casa propria, modificando posto agli arredi, semmai, ma poco di più. Questo, in modo assai rabdomantico, ciò che mi son portato nello zaino rientrando nel mondo degli uomini, dopo aver vagabondato dentro Le assi curve (in origine, Mercure de France, 2001), l’ultimo volume del maestro tradotto per noi poveri incompetenti da Fabio Scotto (curiosità: nell’antologia del francese supervisionata dal medesimo per Crocetti, Seguendo un fuoco, 2003, il titolo del libro suonava come Le assi ricurve), che sarà il curatore, così recita la quarta, di un imminente “Meridiano” del sommo. C’è di che, senza ironia, scorticarsi i palmi e far roteare cespugli di palma.

Bonnefoy, sia chiaro, va ascoltato come l’oracolo, appoggiando l’orecchio sulla barra di ogni parola, risentendo dell’eco bronzeo. Tendenziosamente “classico”, nella posa e nel dettato, il mago di Yves pretende che lo si legga come leggeremmo Eraclito o Pindaro, né più né meno che un testo sacro, al limite un trattatello di sapienza antica (così mi è capitato di leggerlo, in quel torrido 2001, perlomeno a me, sottraendo il bel tomo ampio e severo, mica i manabili arlecchineschi di noialtri, in una libreria di Nizza, calcando e ricalcando, io, nonno francese ma inabile a parlar la lingua con la erre all’ingiù, le parole, scavandole con la penna come fosse scalpello archeologico). Il rischio è quello di vedere lo stagno, la pietra che lo perfora e gonfia, gli anelli mistici che si spaccano sulle sponde, e finita lì, cioè che risucchiata l’atmosfera, sbarazzate le quinte, ci sia poco o nulla, pneumatico o divino esso sia. Eppure, la poesia è pur sempre architettura e scenografia, e Bonnefoy ha l’assoluto talento di ammaliarci, imbavagliarci e condurci nel proprio “nessundove”.

Diciamo che tutto è già scritto dal folgorante, superbo esordio di Du Mouvement et de l’Immobilité de Douve (1953). Anche qui, allora, ci sono poemetti veri o presunti, sbriciolati in placche poetiche che si rincorrono; anche qui il libro integrale è tenuto assieme da alcune ricorrenti “parole guida” (il bambino, le pietre, il vento, i rami, i sentieri: comunque e sempre parole basiche, elementari) che lo saldano perfino programmaticamente. Ci sono, volto in negativo del poemetto, alcune prose poetiche, tra cui quella che assegna il titolo al volume, parabola dal retrogusto kafkiano con troppi nastri attorno, piombata da una mielosa lingua da vecchio della montagna. Ricorrono le pietre, in lapidazione perenne, stratagemma legalizzato già in Pierre écrite (1965; raccolta recentemente riedita in Ieri deserto regnante, Guanda 2005). Gli affondi maggiori, spaesanti, in un poeta angelicamente monocorde e che rischia comunque l’evaporazione, sono i poemetti spaccati Nell’inganno delle parole e L’ancora cieco. Solo una letteratura che ha in Pascal e in Cartesio i propri centri radianti possiede lo scandaglio adatto per parlare di se stessa e di Dio. I padrini di Bonnefoy, quelli recenti e che danno gas alla sua ricerca sono molti e riconoscibili, dall’implacabile Rimbaud a René Daumal, da Antonin Artaud a Victor Segalen, dagli studi di Roger Callois a quelli di Girard e Bataille, comunque, navigatori dell’ignoto e sommozzatori del sacro. Peraltro, il grande di Tour ha compiuto, per così dire, parecchie regate in solitario, toccando ora uno scoglio ora l’altro, pescando ora qui ora là. Tradizione semitica e greco-classica, Plotino e i misteri egizi, trovano in Bonnefoy un inconsueto fuoco comune (celebre, anche perché tradotta in Italia, la direzione del Dictionnaire des mythologies et des religions des sociétés traditionnelles et du monde antique, 1981), che s’infiamma, è ovvio, a colpi di sottrazione, levigando la cattedrale, spogliandola di stucchi e demoni e putti, finché resta la lastra bianca, insondabile, perfetta.

Condisce il piatto l’antica adesione al tardo Surrealismo, dal 1943 al 1947, che permette alla zuppa di non scoppiare, perché il mito coabita col sogno, il rito con l’onirico. Sbattè la porta dicendo, trent’anni dopo, che quel moto lì sarebbe inevitabilmente esploso, dal momento che aveva anteposto «il dispiegarsi dell’immaginazione alla contrazione dell’evidenza, la coda del pavone alle pietre della soglia» («L’Arc», 1976, p. 90). Intanto, ha imparato a usare gli attrezzi e a scolpire da sé il blocco di marmo, se è vero che anche questo libro è trasognato e traslucido, fitto com’è di flotte di voci e di spettri, di rêverie e di lievi incubi. Val la pena, forse, comparare sinotticamente la vicenda di Yves a quella dell’altro transfuga da Breton e compagni, René Char (1907-1988). Entrambi scavano nella stessa fossa, raschiando i vocaboli in attesa della «parola essenziale» (Gisèle Vanhese), «che inasprisca anziché risolvere, che nomini l’oscuro» (Bonnefoy, L’Improbable, p. 7), da una parte, quella di Yves, sistemando Rainer Maria Rilke in un quadro di Piero della Francesca, dall’altra, quella di René, imprimendo scudiscianti proverbi eraclitei — o motti biblici — in tenebra caravaggesca, alla De La Tour. Eccoci al nucleo della sfera: la parola astratta, di Bonnefoy, contro quella, analoga ma opposta, di Char, di diamantata concretezza. Se si vuol far fede all’equazione che abbina il concreto all’ancestrale e l’astratto all’urbano, evviva il primitivismo alla Char. In realtà è pur vero che ogni parola, estraendo un senso dalla cosa inerme, innominabile, astrae di per sé. Chissà. Se facciamo la prova dei testi scopriamo che il libro più granitico della terra, la Bibbia, ha un colpo da biliardo in pieno deserto, tra rocche paurose, vipere, sciacalli e ciottoli barbaglianti. Nella celeberrima scena del roveto ardente a Mosè viene svelato il nome di Dio, non più potenza tellurica e celeste (nel Salmo 29, probabilmente il più antico della raccolta, l’Altissimo si dà in forma di tuono) o vagamente antropomorfa, ma qualcosa di ben più sottile, di arditamente astratto e drammaticamente impalpabile. La formula «ehyeh asher ehyeh» vuol dire alla lettera “io sono colui che sono”, ma pure “io sono colui che sarò” (con strizzata d’occhio messianica) e “io sarò colui che sarò”. Iddio è essere totale e totalmente oltretemporale.

Consimile arditezza teologica nei greci, ben più tetragoni e spaccacapelli dei semiti, non è data. Insomma, tra Char e Bonnefoy passa la stessa differenza che c’è tra la “masseba”, il dolmen palestinese, e lo sbuffo d’incenso che scorre in una cattedrale gotica. Certo è che il miraggio, l’effetto morgana, il valzer di vetri del sontuoso Yves ci affascina ancora tutti come ragazzini in attesa della parola singola in grado di stravolgerci viscere, vita e mondo.

 

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