Roberto Deidier, fotografia di Dino Ignani

Poeti contemporanei: Roberto Deidier

(La foto è di Dino Ignani.
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Dopo gli esordi in rivista, la prima uscita ufficiale di Deidier con la silloge Tra il corpo e il giorno ci consegnava un autore che prendeva esplicitamente le mosse dalla «subliminale avventura cognitiva di Magrelli» (per ricorrere a formula usata da D’Elia); in particolare, la sequenza iniziale, Nel corpo, rappresentava la fragrante ripresa di una poetica in cui campeggia l’io autoriflessivo, il quale rispecchia, nella percezione del proprio corpo, l’epifania della conoscenza stessa nelle sue cristalline strutture intellettuali (e la ripresa era consapevole anche nella volontà di superamento, se l’attenzione si spostava presto dall’attimo dell’abbandono al sonno, momento topico per il Magrelli di Ora serrata retinae, all’analisi del momento del risveglio, della ripresa del viaggio razionale).

Al momento di rivedere la raccolta nella più organica e autonoma opera prima Il passo del giorno, l’autore ha poi operato in direzione correttiva rispetto all’ipotesi iniziale: la soppressione dei primi testi, sostituiti da altri per occultare il punto di abbrivo e intonare in modo già compiuto i temi svolti nelle pagine seguenti, faceva risalire la sua voce poetica alla sorgente originaria, ben più profonda e celata: quel Montale stregato dal «troppo noto / delirio […] d’immobilità». I versi in questione sono stati successivamente ripristinati in Una stagione continua, volume che accorpa le prime tre raccolte di un poeta in grado ormai di affidarsi a un’identità maggiormente accertata, storicizzabile e, dunque, pacificata anche rispetto ai debiti iniziali.

In ogni caso, «L’immoto andare» (parente del «delirio» montaliano) è giusto il passo della poesia di Deidier, che pure non conosce né il linguaggio effervescente degli Ossi di seppia (teso sì verso una raffinata medietà che stempera programmaticamente i toni, ma ancora alle prese con la decantazione di un lessico in cui bollono memorie dannunziane, pascoliane, leopardiane, screziate da atteggiamenti crepuscolari) né l’icastica metafisica del varco. Deidier opera in altro tempo eppure, attraverso una lingua slavata, ma capace di un nitore classico (pur rifiutando ogni ricercatezza lessicale, con pochi effetti retorici, come l’assai discreto e quasi occasionale ricorso alla paronomasia: «il nome, / il nume», «l’alibi di un’alba» ecc.) e di una versificazione precisa, che crea un’aura di sublime compostezza (ultimamente suggellata dall’uso della maiuscola a ogni verso, come avviene nell’opera di Giudici, cui è dedicato uno dei testi recenti), senza spingersi in una smaccata ripresa di forme chiuse, questo poeta scandaglia «il tempo umile che non fa male» della storia con la stessa fedeltà etica, prima che timbrica, con cui Montale liberava il proprio sguardo sulla realtà: attratto dall’oltre e nello stesso tempo intenzionato a non compiere alcun azzardo, a non spiccare insomma il volo, disancorandosi dalla ragione e sconfessando «la razza di chi rimane a terra».

La dialettica che innesca il moto (verticale, statico) della poesia è ben rappresentata dal testo che apre Il passo del giorno, laddove la scena esprime l’attimo di sospensione, la tensione tutta rivolta all’evento (il miracolo montaliano) che è, significativamente, ancora rappresentato da un tuffo (volendo, si potrebbe proprio cercare nel Falsetto di Ossi di seppia un archetipo della poesia di Deidier: la si confronti con la sua Primetta a Trevi: «Primetta, questi tuoi anni…»). Alla «sospesa vertigine» (ci si appoggia, questa volta, alle parole di Antonio Prete) segue poi il ritorno al divenire («nessun confine / è stato tracciato. Ripartono / al verde le automobili»), che lascia impietosamente cadere nel vuoto lo stesso evento a lungo presagito. Senza, a questo punto, tracciare una cosmologia apertamente metafisica e praticare l’attesa, affinché il senso del vano succedersi di fatti che è la vita sveli l’arcano, Deidier si appropria di uno spazio minimale e quasi impercettibile, fermandosi ad ascoltare il contraccolpo che la perdita inscrive all’interno della parola: «il passo del giorno lascia anche sentire l’altro timbro del suo suono: l’arresto nel movimento, la quiete nel cammino, il silenzio nel cuore della parola. È quella cesura del tempo, quel vuoto – di pensieri, di spiegazioni, di voci – in cui consiste il proprio della lingua del poeta» (ancora, benissimo, Antonio Prete). La fenomenologia del giorno si distende così in una compatta collana di percezioni in cui lo stesso soggetto si occulta (seguendo questa volta tensioni più recenti della poesia contemporanea), per lasciare spazio al reale («vibra, / vibra come la palpebra nel sonno / questo mondo in sordina che vissuto / astrattamente ci contiene») pronto tuttavia a riemergere improvvisamente dietro il simulacro di un tu enigmatico, poetico, al limite fittizio. Anche quando si passa alla prima persona plurale, essa pare un retaggio della tradizione piuttosto che una reale aspirazione dei versi di Deidier («come noi / con la quieta volontà di chi resta / come sferule luci in corpi d’acqua»; «Noi stiamo / dalla parte dell’asfalto, dove inganna l’eco»). Si tratta insomma di un noi retorico: l’io è come bloccato sotto una cappa di vetro che lo estranea alla vita, consegnandolo alla visuale del testimone consapevole, secondo la canonica figura del poeta condannato alla stasi: «Una folla / di figure senza peso apparente / preme nella mente perché duri / la mia assenza. Ed io scivolo, / scivolo verso una rassegnazione / più leggera, fino al tuo risveglio».

I luoghi privilegiati, invece, per conservare il sogno del movimento sono anzitutto il mare e il cielo (o, più in generale, la natura), attorno ai quali si raccoglie una vasta casistica, di cui diamo qui solo qualche indizio: «La traiettoria è il viaggio, / il mare al posto della strada, / il cielo lo stesso. / Girare sulle proprie spalle può far paura: / ci si spoglia, lasciando terra»; «Questo mare a ottobre è una fessura […] Un margine d’orizzonte, / la tua sola partenza, / soglia attraversata per quello che non dice, / ma che nascondendo segna»; «Poi cambia il cielo, migri ancora: / noi invece siamo statue / su cui a volte fermi il volo leggero, / ma una sete serena ti ha sorpreso / in un gesto, e non era pietra»; «Mi ripeto che l’ora non fa male / mentre passa, e la vorrei fermare. / Intanto l’uccello viene a dirmi / la semplice paura di precedere // la levata del sole»; «Da qui la vita si può solo guardare / e forse basta, se la quiete invernale / o il volo rasente degli uccelli / non offusca questa libertà, / cercata o soltanto invidiata». Si potrebbe forse indicare un culmine di tale fenomenologia nel testo che chiude una sezione, all’incirca a metà raccolta: Questo inseguirsi è un libro d’ore… Qui trova emblematica espressione l’«attesa latitanza» che separa l’uomo dal creato: «passano in largo coro i migratori. / La loro meta conoscono»: nell’individuo si congela quella disposizione all’attesa e quel culto dell’assenza che era il retaggio più tipico della ricerca ermetica.

Eppure, per quanto pervicace sia il sentimento che ogni vicenda avvenga «al respiro di un tempo sempre uguale» mentre «si ripete per ciascuno l’illusione / d’essere partiti: / ma ferma, il troppo movimento», Il passo del giorno si chiude con un Addio ai compagni in cui, nel riproporsi di una voce che ribadisce che «Andare è il solo modo di aiutarti», vince l’immagine dei compagni che escono, con i loro passi svelti, da un corridoio: «ma ecco, sono divenuti grandi, / grandi anche per me che avevo già scelto, / e non riesco neppure più a vederli / mentre scendono, si lasciano alla vita». Vale a dire: la «rassegnazione chiusa» soffre ancora la nostalgia di una leggerezza che a tratti, invincibilmente, si ripropone. In effetti, qualcosa sembra accadere sullo sfondo del Libro naturale, benché si tratti di qualcosa che non emerge definitivamente alla luce. Sul piano biografico l’unico evento certo è un trasloco, di cui però ci vengono forniti svariati segnali, come se all’aneddoto si accompagnasse un significato esistenziale. La raccolta è bipartita in modo rigoroso: nella prima parte l’autore ci offre una specie di fisica poetica e la natura si scompone nei suoi elementi: il fuoco, la pietra, l’acqua, la luce, le presenze che abitano il territorio, che ripropongono in nuove figure i temi finora annotati. Ma nella seconda parte, mentre s’infittisce la trama di riferimenti classici ora proposti con sospetta evidenza, fin dai titoli, si coglie una maggior scioltezza espressiva e le immagini si inseguono talvolta con un’improvvisa felicità, come nella visione di Città: «Domani porterò con me / Un pensiero più scaltro, / Scarpe leggere e forse un padre / Che m’aspetta alla fine del viale». Qui il tempo sembra non essere più un’ossessione («Arrancano i compagni, / Ognuno stringe a sé il suo calendario. / Dove il mio, dove più?») e si avverte la ferita di una leggerezza che annulla, con un solo frullo d’ali, tutto l’affanno accumulato dal viaggio, come dimostra il ritornello: «È un motivetto allegro, / Oggi, la testa». Certo, siamo ancora lontani dall’acquisizione di una piena naturalezza del dire che possa riscattare il dolore di vivere (nuovo polo d’attrazione per uscire dall’aura montaliana: Penna?): il poeta sta ancora facendo i conti con la memoria (si veda in particolare Stretture: «Così sto ai miei giorni, e loro a me, / Ma imparo la tragedia – e a discolparmi»), ma a tratti le cose si mostrano come fossero viste per la prima volta, mentre il congedo del poeta alla giovinezza (e segnatamente all’amore perduto) pare definitivo. Così si affaccia, tra movimenti assertivi ancora montaliani («E ogni perdita è certa», «Chi vede troppo non conosce tragedia», «Chi è andato in fondo non sa rinnegarsi»), la percezione di una sfida inedita: «Ora non c’è nessun confine, / Perché ogni confine è stabilito; / Ora non s’avvia alcun viaggio / Che non somigli l’arrivo alla partenza». È la sfida di rinunciare agli orizzonti, la sfida dello stare, dell’abitare più pienamente la nostra storia che, malgrado tutto, non è affatto vuota.

Ha annotato Matteo Marchesini: «l’ansia di uniformità che guida Deidier ha i suoi vantaggi e i suoi rischi: l’andatura riflessiva, la sintassi e il lessico, pur privi di inutili ricercatezze, a volte indugiano su sequenze immaginative che rendono inafferrabili non solo i debiti letterari, ma anche la filigrana del testo. […] Del resto, l’uniformità è per lui una vocazione: come è una vocazione quel passo che fa perdere le tracce, quel procedere per assunzioni e cancellazioni, per trame depurate da ogni riferimento non mediato». E l’uniformità, la stasi, la sospensione degli eventi, la permanenza dell’essere nel fluire del tempo è il tratto comune, fin dal titolo, tra Una stagione continua e Il primo orizzonte, volume in cui quel primo rimane ambivalente: indizio di infrazione e di novità da una parte (la pronuncia si fa sciolta e a tratti turbata, con qualche screziatura d’intonazione civile) e conferma di una aderenza alle ragioni originarie dall’altra: «È una curva d’assedio nel pensiero / Come rallenta il passo, / Motore non gira, porta non s’apre. / Resistere se il piede / Su una bordata di polvere o asfalto / S’indolenzisce e cede, / Resistere quando l’occhio più stanco / Smarrisce il suo orizzonte: / Quell’angelo impigliato nella storia / Porta ancora le ali…». Costretto in una realtà mentalizzata, come per eccesso di consapevolezza (pur lasciando aperto un varco salvifico a presenze ultraumane), il poeta eleva la propria immobilità a imperativo etico: «resistere» diventa la parola d’ordine. Ci si trova, dunque, in definitiva, sempre di fronte a un «viaggiatore che non vuole arrivare». L’orizzonte da investigare è rappresentato dalla città, a sua volta però delimitata da una parte dal foglio («la solitudine di una penna») e dall’altra dalla natura che si annuncia, come a ricordarci che il punto di vista è sempre sfuggente, posto ad altra altezza per abbracciare il mondo nella sua unità, entro una visuale, insomma, mai del tutto compromessa con l’hic et nunc: «Case in costruzione, nome all’ombra di un altro nome è il quartiere, storia che non pesa sulle spalle ma le sostiene serene – per lei si chiude tra quattro mura il giorno e non è meno solido, se intorno più nulla si vede». In mezzo all’andirivieni della gente, lo sguardo del poeta fissa l’eternità nella «sorpresa d’esserci» (sintagma che si ripete, nel libro, in due testi strategici), tra rassegnazione e spavento. Se «Nessun angelo ci è mai venuto incontro / Ad indicare la via che non troviamo», il varco rimane solo ipotetico, non è mai esperito.

(da Poeti nel Limbo)

 

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