Giovanna Rosadini, fotografia di Dino Ignani

Poeti contemporanei: Giovanna Rosadini

(La fotografia in copertina è di Dino Ignani.
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GIOVANNA ROSADINI, IL SISTEMA LIMBICO

di Marco Godio

Secondo Stephen Hawking, noto fisico e cosmologo, è possibile aprire un passaggio attraverso la quarta dimensione, il tempo: oltrepassare la velocità della luce è impossibile, ma avvicinarsi ad essa con mezzi umani equivarrebbe infatti a viaggiare nel futuro. Al fine di chiarire ai “non addetti ai lavori” questa teoria, il professore, cattedra di matematica a Cambridge, ha elaborato un aneddoto fantascientifico (basato sul progetto dell’acceleratore di particelle del CERN di Ginevra): immaginiamo un binario, che attraversi la nostra Terra, e un treno superveloce che, alimentato da un enorme propulsore, riesca a percorrere la circonferenza del pianeta sette volte al secondo, avvicinandosi così alla velocità della luce (che visuale distorta si avrebbe dai finestrini!) Poniamo che una bambina si metta a correre sul treno: la sua velocità, aggiunta a quella del veicolo, potrebbe raggiungere il limite cosmico? No! Le leggi della natura glielo impedirebbero, rallentando il passare del tempo. Di conseguenza, per cento anni di mondo, sul treno sarebbe passata solo una settimana… «Nel flusso strisciato delle luci / la strada mi scorre attraverso»: ebbene, abbiamo scoperto anche la poesia di Giovanna Rosadini. Di qualcosa del genere stiamo parlando: di un tunnel spazio-temporale costruito con parole d’acciaio. L’immortalità, il superamento del limite umano è l’obiettivo, l’utopia dell’autrice. Il sistema limbico al quale vorrebbe ridurre anche la sua mente razionale, il silenzio di particelle di poesia in cui vorrebbe addormentarsi per sempre, è imprigionato nella catena di molecole complesse disegnata a parole sul libricino.

La lingua neolatina, troppo calda e poco scientifica, è stemperata continuamente con l’inglese, idioma della comunicazione, molto più sinuoso ma anche estremamente metallico: nulla a che vedere col fascino antico di italiano e francese, ma impareggiabile per modernità e precisione. Viene così ad originarsi uno straniante mix “poundiano” di voci e pronunce, non solo per quanto riguarda i titoli: «I never thought / I would become the mother, the other // Mi sei cresciuta dentro / come un ritorno, la sorpresa / nello specchio, una fame di secoli / che spalanca la gola» è un esempio. Possiamo imputare questa nota stilistica alla città natale dell’autrice: Genova non è più solo i carruggi! Via del Campo con le donne che tendono le gambe fuori dalle porte aperte e, se entri, attacca il celeberrimo «Non credevi che il paradiso / fosse solo lì al primo piano» non è più la stessa: la città è tornata ad essere, passata la tradizione, l’approdo multilingue e multiculturale del Cinquecento: le carlinghe di acciaio dei mercantili si sono sostituite però al legno vivo dei velieri dei pirati e il ritmo arabo dei mercati del pesce è diventato inglese asettico. Una trasformazione simile l’ha subita, forse intelligentemente, la poetica stessa di Rosadini e del Sistema limbico. Scopriamo in questo viaggio on the road al fianco della poetessa che non si arriva a comporre (solo) per mezzo della vista, che erroneamente consideriamo il più importante dei sensi, ma mediante tutte le sensazioni, esterne o sottopelle (derivanti o meno dal sistema limbico) che proviamo. «Ai gerani notturni / fa difetto il colore // sepolti nei loro vasi d’ombra / si disincarnano nell’inerzia // i rami confusi al buio, le foglie / protese al nulla. // Una labile traccia olfattiva / li mantiene presenti al mondo». Fa poesia, dunque, solo chi sa aprire la seconda mente a tutti i sentori, indiscriminatamente. Il lavoro di cervello e di ingegneria stilistica è successivo e non può prescindere da un concetto che sia felt with heart, sentito col cuore. Ragionando sul tempo, che gli scienziati come i poeti vorrebbero vincere, arriviamo alla conclusione che l’autrice, raggiante e devastata nelle ultime liriche della sezione III, abbia trovato, purtroppo non per prima, la soluzione in grado di arrestare o rallentare il trascorrere inarrestabile del fiume di ore di cui ci è concesso di godere: la procreazione, il parto, i figli! La scienza arranca proprio su un sentiero che da sempre l’istinto (presunto animalesco) percorre senza difficoltà; ancor oggi non è in grado di spiegare con precisione come e da dove originò e continua ad originare il perfetto miracolo della vita. Rendendosi evidente l’inattendibilità della tecnica, anche la poetessa cede alla Vocazione, spezza la corazza di termini scientifici ed equazioni in cui credeva di aver scoperto la salvezza e si costringe a fronteggiare il mondo: si affida alla voce, tanto umana quanto vicina a Dio, della poesia e al canto estraniante dell’aedo che, parassita, alberga in lei. Affronta la sua anima vis à vis: «Raccontami una storia / possibile e sincera // che sappia addormentare / tutto questo dolore», chiede, forse a sé stessa, o alle sue parole. La famiglia, i figli, diventano una ragione di vita, e non più un peso (i loro giorni non si mangiano più i nostri). La maternità è potere, non handicap che impedisce di lavorare o di tirarsi la cintura di sicurezza. Generare significa non solo sconfiggere il tempo, ma abbatterlo, cancellarlo dalla nostra vita. Significa essere, stavolta davvero, a differenza di quanto avvenne nell’Eden, pari a Dio: significa creare! Così come si dà alla luce un figlio, a volte addirittura con maggior sforzo, si scolpisce sulla superficie del tempo e dello spazio una poesia e anche scrivere, in questo caso e sempre, equivale a modellare fango e soffiarci sopra l’alito della propria vita vissuta, «partitura gioiosa e / cedevole, vortice che prende le vene», fino al giorno in cui saremo «at home again», nella dorata leggerezza del non esistere corporalmente, e potremo ridere alle spalle delle nostre brame, dei nostri pianti, forse anche della nostra poesia. Esiste il futuro per noi, la nostra parola è indelebile nei nostri figli, e nei nostri scritti, arriva a concludere l’autrice.

Come Dante, che finora abbiamo escluso, seppur parlando del da lui originato Limbo, giunge «colà dove gioir s’insempra» (Paradiso, canto X, vv 148), ovvero nell’eternità di una gloria celeste già quaggiù «sulla terra / che qualche volta è così attraente / con i suoi misteri di New York /e i suoi misteri di Parigi / che ben valgono i misteri della Trinità» (Prevert, Pater Noster)… «Ricordati che polvere eri e polvere ritornerai», proclama freddo e perentorio il sacerdote il Mercoledì delle Ceneri. Noi aggiungiamo, e con noi forse anche Giovanna Rosadini, che in fondo definiremmo una poetessa ottimista: gli uomini, però, alla fine, sono come la Fenice, continuano a vivere, dalle ceneri!

(da Atelier n. 60)

 

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