Poesie dall’inferno

Non amo le prefazioni e tendo a declinare gli inviti a scriverne, ma qualche eccezione capita. È il caso delle parole che seguono: parole dovute a una persona cara, anzi due, ma anche a un libro particolare: L’umana ferocia o Poesie dall’inferno, di Giorgio Anelli, edito per le Edizioni Kolibris.

(L’opera scelta come copertina è di Enrico Ferrarini.
Cliccare sull’immagine per la visualizzazione completa)

Chi parla, quando si scrive? Spesso a prendere voce è una possibile umanità in cui ci siamo rispecchiati, uno stile, insomma, che ci ha accolti come una voragine. Dopo secoli di classicismo, ci siamo lasciati incantare dal desiderio romantico di originalità, dimenticando la dedizione dell’apprendistato, la fedeltà all’origine che non è semplice imitazione o esercizio di stile, ma ginnastica interiore in senso pieno, accrescimento d’essere attraverso la sequela di un maestro. Alla luce di tutto questo, riconosciamo in queste poesie di Giorgio Anelli la voce di un altro poeta, un giovane autore di culto tra pochi fedeli d’amore: Simone Cattaneo (1974-2009). Una tale, dirompente prossimità è certo una prova della potenza della voce di Cattaneo, ma nondimeno è il segno di una lealtà, di una precisione, da parte di Anelli, come quella di chi riconosce, in un coro, un timbro vocale, e sa prontamente sostituirlo, prolungarlo, perché ne comprende la necessità storica.

In questo prolungamento della voce feroce e umana insieme di Cattaneo, ovviamente Anelli aggiunge sfumature sue, sia tematiche sia strutturali, il cui regesto spetterà ai critici di professione. Qui importa annotare questa misteriosa e improvvisa staffetta, che nel movimento complessivo della poesia sigla un omaggio, il definirsi (embrionale) di una tradizione. Secondo vie misconosciute, in poesia certi uomini ricostruiscono fratellanze, stabiliscono patti senza nemmeno bisogno di incontrarsi realmente. Come se potessero, ancora, fondare una civiltà.

DUE POESIE DI GIORGIO ANELLI

Seduto sulla spiaggetta di Arona, trasportato da un treno sgangherato,
leggo poesia di Simone Cattaneo guardo la cellulite delle signore in costume e
il seno sporgente di capezzoli che allattano.
Nessuna di queste donne sarà mia, ma alcune parole della sua poesia
mi attanagliano forte il cuore.
Poi la grassa risata di un giovane latino di merda, con la sua musica da cellulare,
interrompe la magia. Brucio tra le dita gialle l’ennesima sigaretta

* * *

Il mio petto cade a pezzi come pioggia che frantuma l’asfalto
Tutto tace, nulla mi consola
Vorrei scagliare un bicchiere contro il muro
perché sono il figlio bastardo di un’epoca malata
di un’Italia ferita, bistrattata,
della gente umiliata

Così c’è un inizio di luna in cielo e non ne faccio più parte
buia è la notte ma tu non lo sai che quando piove a questa maniera e tutto stanca
vorrei che mi venissi a trovare, chiunque tu sia

 

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