Annelisa Alleva, foto di Dino Ignani

Poeti contemporanei: Annelisa Alleva

(La foto è di Dino Ignani.
Cliccare sull’immagine per la visualizzazione completa)

Anche nei versi di Annelisa Alleva spesso affiora il tema familiare, che anzi è dato come presupposto, come sfondo della sua pronuncia poetica, riflessiva e colloquiale. Questi versi, ad esempio, provengono dalla raccolta Aria di cerimonia: «Solo quando ti stiro le camicie / rendo conto della tua vita passata. / Leggo etichette sconosciute, / indirizzi di negozi, di città straniere. […] / E intanto immagino il busto asciutto / di te ragazzo, lasciato alle intemperie»; ma si leggano anche, nello stesso libro, i versi della poesia che reca la dedica «a R.»:

Mai mi urti di notte in un gesto distratto.
Cauti sono i tuoi passi nell’oscurità al mattino.
Siamo i pezzi confinanti di un gioco di pazienza.
Se un bambino ha la tosse lo accogli nel letto,
o gli prepari il latte caldo col miele.
Sei tu il mio sposo, non avrò altra vita,
altri viaggi di nozze nell’isola degli avi.
Non sarai più sposa, non sarai più sposa,
mi gorgogliava il mare fra i ciottoli a riva.

Per quanto il percorso di questa autrice sia piuttosto autonomo, per alcuni caratteri (il tono dimesso, la limpidezza comunicativa, certi nuclei tematici come quello familiare, aperto naturalmente alle occasioni quotidiane del vivere che richiamano il mondo degli affetti e delle amicizie) la sua ricerca si può inserire in questo contesto. Di sicuro, non troviamo qui l’esibizione di una poetica forte e ormai riconoscibile a partire dai propri referenti letterari e dall’uso di quelle marche stilistiche che suscitano, più che straniamento, un calcolato senso di imbarazzo, che vuole rimettere in discussione l’intero armamentario di convinzioni moderne sulla poesia. Si può semmai parlare della resistenza, in questa scrittura, del magistero montaliano, con particolare riferimento al secondo Montale, depurato però dall’ironia eccessiva, dalle pose ammiccanti, dal sarcasmo: il Montale insomma di Xenia, come lascia trapelare la predisposizione a rivolgersi a un “tu” prediletto, intorno al quale misurare, in concentrazione di pensiero e in accordo di voce, il discorso. Si tratta di un interlocutore che potrà essere di volta in volta l’amore incompiuto e rimpianto di Lettera in forma di sonetto («Ho bisogno di parlare con qualcuno / che mi ascolti col fiatone, altro che / lettere e diari! […] / Fino a adesso ho cercato / solo in te scampo da te, visto che / incantare il boia mi sembrava / il modo più semplice e diretto / per ottenere la grazia»), oppure la persona scomparsa per la quale si muove il corteo funebre di Chi varca questa porta (dove la poesia trova maggiore concentrazione formale, in un atteggiamento compunto ed efficace specie nelle clausole in rima o comunque contraddistinte da forti legami fonici: «A loro non hai strappato via la vita, / né gettato addosso una fitta coltre. / Semmai hai tolto loro un po’ di morte») o, ancora, la figlia di Fuga e riposo (Silloge apparsa su «Nuovi Argomenti», Quinta Serie, 4, ott.-dic. 1998, pp. 223-228.), come nella poesia che riportiamo interamente anche per annotare la trasposizione, in ben altro contesto e quindi con un nuovo significato, di un tratto figurativo montaliano:

Chissà che cosa, quando sarai grande,
resterà in te di questi baci notturni,
che ti solleticano pur senza svegliarti.
Scuri spicchi di luna come stecche
di ventaglio si richiudono sul cuscino,
si giungono i palmi in preghiera.
Sono gelosa del riposo che ti fa sua sposa
in queste ore. Ti allontano i capelli dalla
fronte, umidi di rugiada come un prato
in fiore. Lo giuro: ti ho dato il bacio
anche stanotte. Mi sono testimoni gli occhi
vigili delle tue bambole e dei tuoi animali.

Il riferimento, ovviamente, è al mottetto Ti libero la fronte dai ghiaccioli…, ma sarebbe anche proficuo accostare questa poesia a quella di un’altra scrittrice romana, peraltro con interessi in comune in ambito slavo: Antonella Anedda, segnatamente per ciò che riguarda il componimento dedicato alla figlia (Davvero come adesso) nella raccolta Notti di pace occidentale.

È con passo prosastico, quindi, senza acclarate accensioni stilistiche (sporadici e non sistematici risultano le costruzioni per accumulo e per parallelismo, la propensione soprattutto nei testi più recenti per le strutture paratattiche e per i versi che coincidono con la misura frasale, la disposizione del testo più allusiva a strutture strofiche, ecc.) che Alleva racconta l’esistenza. A certificare la cogenza testuale, si diceva, è semmai l’identificazione del punto di ascolto esterno, che permette di definire forse una poetica tenue, ma sicuramente affabile: «Da queste parti è sopravvissuta una parola smarritasi ormai nelle altre: codesto. Codesto è un oggetto lontano da chi parla, ma vicino a chi ascolta. Per esempio questa lettera sta per diventare codesta, questi momenti… Codesto dà il senso del passaggio, è una considerazione della distanza; indica rispetto, in un certo senso, del punto di vista altrui» (Né punto né linea, nel volume La moneta di Caronte. Lettere e poesie per il terzo millennio, a cura di Giovanna Sicari, Milano, Spirali/Vel 1993, p. 83).

Collezionando le tessere del discorso poetico fino a delineare un potenziale canzoniere da protrarsi all’infinito («L’Alleva», ha scritto Marchesini, «non è poetessa di occasioni e fulminee epifanie: in lei il tempo rifiuta di addensarsi intorno alla puntualità dell’istante, e scorre invece come un film al rallentatore, dilata i gesti e le apparizioni piegandoli al suo lento implacabile fluire. Siamo di fronte a un presente che indica continuità, non azione improvvisa: a un diario, non a un album fotografico»), pure i testi più neutri confermano la tenuta complessiva: anche quando si avvicinano alla prosa, evitano stilemi che irretiscono (rime e ritmi elementari), mentre ovviamente il “tu” si rifrange sulla parete della memoria in molteplici identità sfumate, sovrapposte, metamorfosate: «È triste / l’effimera vita degli avverbi! / Gli stessi pronomi si accavallano / a indicare persone diverse», afferma l’autrice in L’oro ereditato. «Si potrebbe dire», ha annotato Piccini a proposito di Istinto e spettri, «che il segreto della poesia di Annelisa Alleva […] consista nel montaggio. Le sequenze del reale sono composte e scomposte a formare una dimensione, intensificata, ulteriore, al limite della distorsione allucinatoria», pur prendendo le mosse da una dimensione del tutto quotidiana, senza aggrapparsi a stratagemmi espressivi eccezionali.

(da Poeti nel limbo)

0 commenti

Lascia un Commento

Vuoi partecipare alla discussione?
Fornisci il tuo contributo!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *