La disciplina è una forma d’amore

Capita spesso, a scuola, di dover intervenire per alcuni episodi disciplinari. Talvolta occorre anche procedere con una segnalazione alla famiglia, anche solo per motivi formali (meglio tutelarsi almeno un poco). Del resto si ha a che fare con ragazzi che devono appunto sviluppare le loro competenze relazionali e costruirsi il carattere: è inevitabile che si generino attriti, equivoci, tensioni con i compagni. Ma il quadro è sufficientemente chiaro a tutti, con le difficoltà (vedi: social network) che la nostra vita quotidiana aggiunge di suo.

In tali circostanze, comunque, si notano ormai alcuni fenomeni interessanti.

Anzitutto, si tende con troppa facilità a parlare di bullismo. Ogni minimo episodio diventa un caso. Il bullismo, invece, si connota per una determinata frequenza e mette radici in un contesto ben determinato. Ma tralasciamo questo primo aspetto: non è semplice definire il confine tra l’allarmismo e l’attenzione scrupolosa.

Più preoccupante invece è l’apprensione dei genitori, che si trasforma subito in ansia di giustificazione. Si è presenti sul campo, magari si è testimoni di quanto appena accaduto, eppure il genitore assente si affretta (magie dei registri elettronici e degli strumenti con cui è aggiornato in tempo reale dai figli) ad avvisare subito che a lui i fatti risultano diversi. Viene da guardarsi intorno, per capire se per caso anche il genitore fosse inaspettatamente lì, sul luogo del delitto, appostato dietro a una siepe.

La parola dell’adulto è, di fatto, in questo modo, posta sullo stesso piano di quella dei ragazzi.

Io non rimpiango i tempi in cui mio padre non si sognava nemmeno di chiedere la mia versione della storia, per cui gli bastava la segnalazione della maestra per rincarare la dose (solo in un secondo tempo, passata la tempesta, forse mi si concedeva la possibilità di suonare la mia campana), però è chiaro che già questa predisposizione è diseducativa. Esprimiamolo in modo compiuto: non è l’attacco all’autorevolezza dell’adulto che mi preoccupa (se è davvero un adulto, saprà come destreggiarsi nella situazione), ma l’effetto che si genera nel ragazzo. Già di suo, il pupo, fatica a concepire l’adulto come un essere “qualitativamente diverso” (se il padre tende a essere un amico, il professore non sarà altro che un bambino cresciuto, che può concedersi i capricci perché sta dall’altra parte della cattedra). Se a questo si aggiunge l’implicita conferma del proprio genitore, si sta apparecchiando tutto il necessario per il fallimento educativo del soggetto in questione.

A fronte di tutto ciò, la stessa occasione educativa (ecco il terzo, più preoccupante fenomeno) finisce per degenerare. Le pressioni dei genitori spingono l’educatore a trasformarsi in un giudice. L’intento educativo si tramuta nell’istituzione di un processo: occorre stabilire esattamente i fatti, nei minimi dettagli, per attribuire le pene in modo appropriato. Ovviamente, la domanda cruciale è sempre la stessa: “Chi ha cominciato”? Ed è sempre colpa di Eva, poverina.

Il dramma è esattamente questo. Si ha di fronte – poniamo questo esempio – una ragazza in crisi perché si sente profondamente umiliata da un compagno. Come procedere? Secondo i genitori del presunto “bullo” di turno, occorre accertarsi dei fatti, magari per scoprire che, considerate certe immagini comparse sul web, la ragazza, che per giunta aveva “cominciato per prima” con qualche provocazione, in fondo certi appellativi se li era meritati. O no?

No, ma vallo a spiegare.

L’occasione educativa, in ogni caso, è già evaporata. Sì, perché sul campo l’educatore ha sempre di fronte contemporaneamente due soggetti da aiutare, da difendere, da amare e da responsabilizzare: sia il soggetto più debole che sente di aver subito un torto, sia il soggetto più forte che è convinto di essere restato nell’ambito del proprio diritto. Il primo deve imparare a non attribuire valori simbolici a fatti da rileggere con uno sguardo più maturo, a rendersi responsabile dei propri atteggiamenti e persino degli errori commessi, a non recitare la parte della vittima credendo così di conquistarsi l’appoggio cieco dell’educatore (che probabilmente si aspetta che reagisca come il proprio genitore), a difendersi se possibile da solo nei modi leciti, a chiedere eventualmente l’intervento dell’adulto prima che la situazione degeneri, e così via. Il secondo dovrà invece imparare a controllarsi, a misurare il peso dei gesti compiuti non sul proprio metro personale ma in relazione alla sensibilità dell’altro, a elaborare strategie più raffinate per eludere eventuali provocazioni oppure ribattere a precisi attacchi, senza dimenticare, in tutto questo, la possibilità di chiedere aiuto all’educatore.

Educare, in definitiva, è dunque essenzialmente mettersi nei panni degli altri.

Ma se un genitore si limita a indossare i panni del proprio figlio, forse l’azione educativa dovrebbe riconsiderare il contesto per ripartire, più che dal ragazzo che si teme sia al centro delle accuse, dal genitore che induce tutti a immaginarsi la scena in questi termini.

 

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