Paolo Piccirillo

Narrativa d’oggidì: Paolo Piccirillo

Paolo Piccirillo ci suggerisce una modalità forse diversa per la scrittura: uscire, perdersi, incontrare persone, allontanarsi da sé…

La foto di copertina è tratta da qui (dove potete leggere un’altra intervista all’autore)

Perché scrivi?

Non ricordo quale grande scrittore disse che scrivere è come stare su una barca, allontanarsi sempre di più dalla costa, e quando poi all’improvviso ti volti, ti rendi conto che non è più possibile tornare indietro. Ecco, io scrivo perché pure se mi allontano dalla costa, non ho mai paura di perdermi.

Qual è il tuo scarto rispetto alla narrativa odierna?

Non credo di avere scarti con la narrativa odierna. E se li ho, sinceramente, non li conosco, né mi interessa conoscerli, in quanto non mi interessa pormi in nessun tipo di corrente letteraria o genere, non mi piacciono gli orizzonti culturali. L’unica cosa che posso dirti, riguardo alla narrativa odierna, è che noto una tendenza a caricare molto le voci narranti a sacrificio della potenza narrativa e drammaturgica di una storia. Ecco, questo non mi piace proprio. Al lettore bisogna raccontare prima di tutto una bella storia, non fargli vedere che bella voce che abbiamo mentre raccontiamo. Secondo te, è più piacevole ascoltare Mina mentre si esercita nelle scale di do o fa, o mentre canta Il cielo in una stanza? È questa la differenza fra la voce e le parole. Le storie. Poi se a raccontarle c’è una bella voce, ancora meglio.

Indicami un ingrediente a te caro per l’elaborazione del capolavoro di domani.

La strada. Questo è il mio ingrediente. Uscire e parlare con le persone. Mentre elaboro non amo (e non voglio) stare in casa davanti al computer; tanto, davanti al pc, idee nuove non mi vengono mai.

Strappa un angolo dalla tua veste perché ci si possa fare un’idea del tessuto: autocìtati.

«Le luci si accendono sempre un po’ prima che il sole scompaia del tutto». Ultima frase di Zoo col semaforo. Nella vita, non sempre ci riesco ad accenderle.

Come si forma un’opera nella tua officina?

Io scrivo sia sceneggiature per fiction tv o cinema che narrativa. E per entrambe le cose ho due modi completamente diversi di iniziare una storia. Sarebbe troppo impegnativo descrivere passaggio per passaggio il corso d’opera, quindi ti dico il passaggio comune tra le due forme di scrittura: le dieci scene. Cosa sono le dieci scene? Sono le prime scene che mi vengono in mente di una storia; posso stare sull’autobus, a cena con gli amici, allo stadio, in aereo, in treno, dovunque mi trovo, prendo carta e penna e me le segno. Le prima dieci scene di quella storia che, confusamente, appena la inizio a pensare, voglio raccontare. Sono il cuore dell’opera, della storia che sarà, o che non sarà mai.

Qual è il tuo maggior cruccio, rispetto a quanto hai finora scritto?

Io penso che il racconto sia una ferita aperta, rossa, sempre fresca, in cui lo scrittore ci mette il dito dentro, e fa male, brucia, a volte pensi di non poter resistere a tutto quel dolore, ma stringi i denti e continui a battere le dita sulla tastiera. E più scrivi, più le parole affondano la ferita, e più il racconto sarà sincero; hai sofferto, ma di certo la tua sofferenza emozionerà qualcuno. Ecco, il mio cruccio è che forse finora non sono andato troppo a fondo di questa ferita.

La critica più intelligente che hai ricevuto diceva che…

Diceva che devo aver meno paura di perdere le mie certezze (il mio passato, la mia terra, la mia cultura), tanto quando si scrive non si ha nulla da perdere.

 

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