Eugenio Montale (1896-1981)

Attraversare Montale

.                    Potere
simili a questi rami
ieri scarniti e nudi ed oggi pieni
di fremiti e di linfe,
sentire
noi pur domani tra i profumi e i venti
un riaffluir di sogni, un urger folle
di voci verso un esito; e nel sole
che v’investe, riviere,
rifiorire!

Ben oltre ogni possibile disquisizione letteraria, l’attenzione rivolta al centenario della nascita di Eugenio Montale proprio sul finire del Novecento (1996) rappresenta la conferma diretta della sua riconosciuta e tuttora indiscussa centralità nella poesia italiana di questo secolo, tema presente già nella presentazione di Giorgio Zampa all’edizione, dal titolo improprio, di Tutte le poesie dell’autore e ribadito in un articolo di  Marco Forti, apparso su “Poesia”. Continua a leggere

Il confine della normalità

Il confine della normalità

Sia detto subito: dalla normalità siamo guariti tutti quanti per tempo. Siamo tutti unici ed eccezionali, nessun paradigma standard giustifica una vita.

Ciò però non deve tramutarsi in una forma di individualismo, in ambito educativo. Quando per esempio accade qualcosa, per esempio uno screzio, una difficoltà di rapporto, l’insegnante-educatore (in verità, dovrebbe valere anche per il genitore) in quel contesto si interessa di tutte le persone coinvolte, pur riconoscendo la specificità di ciascuna.

L’attenzione spesso esasperata delle famiglie, invece, finisce per imporre un eccesso di azione. La percezione di un ideale confine della normalità, inteso come vigile buon senso intorno alle situazioni educative, si sta pericolosamente, vertiginosamente abbassando. Continua a leggere

Marchesini, Casa di carte, non edito da Bompiani

Bagattella letteraria, per sfondare la noia

Pare che una delle questioni letterarie del momento sia la vicenda Marchesini, in uscita per Bompiani con un libro di critica che, in fase avanzata di preparazione, è stato rifiutato da Franchini, editor che non ritiene opportuno che una casa editrice avalli le stroncature di alcuni “suoi” autori, stroncature ovviamente incluse nel libro in questione. Non ho seguito la vicenda, sono solo incappato in questo articolo di Tiziano Scarpa e leggiucchiato qualcos’altro – ma la noia ha preso subito il sopravvento. Mi è parso di cogliere queste domande di fondo: Continua a leggere

Auden

L’altro tempo di Auden

L’opera poetica e saggistica di Auden (1907-1973) sta ottenendo in questi anni, sull’onda di un forte rilancio editoriale che vede in prima linea la casa editrice Adelphi, un certo successo di pubblico e di critica. Quali sono le ragioni di questa riscoperta? A un primo sguardo, sembrerebbe trattarsi di uno dei non rari paradossi editoriali del nostro Paese, considerando quanto poco dovrebbe risultare congeniale alla nostra tradizione l’innesto delle opere del poeta angloamericano. L’Italia, secondo i parametri più diffusi, è un Paese malato di lirismo, viziato, sin dall’origine della propria letteratura, da un peccato di petrarchismo: la “religione delle lettere”, sulla base a volte di consolidati classicismi, a volte di risorgenti idealismi, domina le nostre scene, guidando il gusto dei critici e dei lettori verso un ideale di poesia pura. Questa, almeno, è la facciata che manifesta una tradizione in cui autori come Pasolini, Fortini, Bertolucci o Pagliarani, per fare qualche minimo esempio, devono cedere i riflettori ad altre, più celebrate esperienze. Continua a leggere

Antonio Riccardi

Umiltà dell’ambizione. Incontro con Antonio Riccardi

Attraverso una terra triste, senza palpiti, sebbene nascosta dietro il viavai di molta gente. Costeggio uno specchio d’acqua sulla scorta delle indicazioni di una voce, la voce di un poeta che interrogo da tempo con attenzione, perché mi parla di qualcosa che mi riguarda, e non so che sia. Trovo infine il Palazzo che si staglia nella sua magnificenza sulla desolazione che lo protegge. Ma in tutto questo io non sono Parsifal, l’Idroscalo non è un lago incantato, il Palazzo Mondadori non è il castello che custodisce il Graal. Forse ne varco la soglia per la prima volta troppo tardi, con troppo disincanto sulle spalle, per subirne il fascino. Piuttosto, mi tornano alla mente certe immagini di Aquarama: «Brasilia, poco oltre l’Idroscalo. […] Nessuno da questa campagna provi a volare / mai, né mai desideri la bella Sirena». Il mistero dunque c’è, ma non la suggestione. È un mistero materiale, la poesia. A spiccare il volo sono i grandi uccelli di metallo di Linate. Eppure, lo so, verrò coinvolto in strani riti, vedrò simboli a me ignoti o oscuramente fraterni, farò domande – ma ho la sensazione che la domanda essenziale non potrà che sfuggirmi. E sia. Continua a leggere

Philippe Jaccottet

Philippe Jaccottet

Fedele alla luce dell’inverno

Philippe Jaccottet è fra gli scrittori più seguiti e apprezzati dai giovani poeti in Italia. Non è un caso che siano in particolare Fabio Pusterla e Antonella Anedda ad aver contribuito a colmare la lacuna di conoscenza di quest’autore (nato nella Svizzera Romanda nel 1925 ma residente in Francia), peraltro assiduo frequentatore della nostra cultura: si ricordano infatti le traduzioni anzitutto di Ungaretti, e poi di Cassola, di Montale, di Sereni, di Luzi, di Bigongiari, di Bertolucci, di Caproni, di Erba e di altri ancora. E la dispersione editoriale che caratterizza le opere rese finalmente a disposizione del lettore meno disorientato, sarà dovuta probabilmente sia al ritardo con cui l’autore è stato accolto nel nostro Paese sia alla mediazione di scrittori che, nella difficile condizione in cui attualmente è costretta la poesia dalle maggiori case editrici, si trovano a lavorare in situazioni spesso precarie. Continua a leggere

Giovanni Giudici

Giovanni Giudici (3)

Recita a soggetto. Appunti su Giovanni Giudici (3 di 3)

Siamo così allo snodo fra Autobiologia e O beatrice.

La raccolta si apre con un laconico ma divertito riconoscimento: «Non cerco la tragedia ma ne subisco la vocazione», clausola di una poesia intitolata altrettanto significativamente Mi piacerebbe ma non vorrei essere un poeta tragico. Può darsi che dietro l’ostentata conoscenza della propria natura poetica si celi una crisi d’identità, a suo modo giustificata all’interno di quel rovesciamento di prospettive di cui si diceva. Anche il fatto di portare a tema della poesia la stessa creazione poetica è sintomatico, e l’autore, consapevole di quale sia Il prezzo del sublime («Il niente // è il prezzo del sublime»), non può restarne indifferente. La strategia che comunque adotta coscientemente è la mescolanza dei generi, o meglio ancora l’infrazione dei generi, perché infine tragedia e commedia si intreccino. Continua a leggere

Giovanni Giudici

Giovanni Giudici (2)

Recita a soggetto. Appunti su Giovanni Giudici (2 di 3)

Vanno sicuramente ascritte agli esiti più tipici di Giudici le sequenze affabili e colloquiali di Una casa a Milano, Se sia opportuno trasferirsi in campagna, Una sera come tante, Le ore migliori, Quindici stanze per un setter, poesie che sintomaticamente portano a tema l’abitare e chiudono entro uno spazio domestico tutte le tensioni sociali e biografiche che caratterizzano il personaggio, proprio come le strutture metriche e retoriche, l’understatement espressivo e la prossimità intima degli interlocutori determinano il margine di concentrazione della fantasia poetica. Si evitano in questo modo anche le pesanti cadute “realistiche” che potevano affiorare entro una condensazione simbolica più vaga, come per esempio in Tempo libero («la sveglia sulle sette, un rutto, un goccettino / – e tutto ricomincia – amaro di caffè»), Con lei («A pensarci, lei era poco più d’una sciocca, / oggi diresti che la mette giù dura, / e molto meno ti chiede colei che ripete: / cinquemila in albergo e in macchina due, con la bocca») o Le giornate bianche («Di altro più che realtà ci disturba il pensiero: / come l’uomo – non so – che all’aperto / costretto a defecare teme che arrivi / la guardia o l’impiegato esemplare / segue con batticuore la teppista puttana / nell’alberghetto trepido di sorprese»). Continua a leggere

Giovanni Giudici

Giovanni Giudici (1)

Recita a soggetto. Appunti su Giovanni Giudici (1 di 3)

La vita in versi [1], come risaputo, è il titolo programmatico della raccolta con la quale Giovanni Giudici era riuscito dopo le prime prove poetiche a ritagliarsi una propria riconoscibile fisionomia letteraria, a metà degli anni Sessanta, quando s’imponevano neoavanguardia da una parte ed esperienze alternative all’apice della maturità (Luzi con Nel magma e Sereni con Gli strumenti umani) dall’altra, tanto che ancora oggi rimbalza di presentazione in presentazione per introdurre a quella sorta di alter ego un po’ fantozziano messo sulla scena poetica dall’autore: un impiegato alle prese con tutte le difficoltà economiche che mettono a repentaglio il decoro sociale, animato da qualche velleità di ribellione immediatamente frustrata, vittima di complessi e sensi di colpa che gli derivano anche dalla giovanile e un po’ bigotta educazione cattolica ricevuta in collegio, desideroso di trasferirsi in campagna ma attratto dalle comodità che la città gli offre, tentato dalla sublime avventura della poesia ma radicato in un ruolo di adesione al destino delle classi subalterne, improvvisamente animato da fantasie erotiche e regressioni infantili, e così via. Ma, a ben vedere, adattandosi alla sigla del suo primo libro importante, si rischia di lasciarsi guidare da un fantasma di poetica tanto evidente ed emblematico da risultare in qualche modo addirittura prevaricante rispetto alle effettive prove testuali. Continua a leggere

Fango

L’elenco dei colpevoli

C’è un nesso evidente tra la grottesca situazione politica del nostro Paese e la crisi, nemmeno più avvertita come tale, che paralizza la nostra cultura. Siamo rassegnati al brutto, non riusciamo più a indignarci per l’immoralità che si fa regola, non protestiamo per la sopraffazione costante. Le parole si sono svuotate di ogni significato, sono banderuole esposte al vento della mistificazione e vince, senza mai convincere, chi ha i polmoni più forti. Siamo talmente istupiditi da offrirci perpetuamente alle svendite, ai saldi di stagione, agli slogan patinati e insulsi: si mercanteggia la nostra stessa dignità e nemmeno ce ne rendiamo conto, ci propinano la soddisfazione ottusa ma immediata per coprire il disastro che ne sarà la conseguenza e, ormai totalmente dipendenti, in piena crisi di astinenza, ci mettiamo in fila per riconsegnarci, fedeli e scodinzolanti, alle carezze dei nostri aguzzini. Le quarte di copertina valgono le dichiarazioni d’intenti di chi desidera (per la propria sopravvivenza) il nostro voto. Siamo degni dei nostri padroni. Continua a leggere