Il poeta Beppe Salvia

Poeti contemporanei: Beppe Salvia

La vicenda di Beppe Salvia presenta molte analogie con quella di Remo Pagnanelli, anche al di là dei dati biografici che pure finiscono, nella scelta di entrambi di abbracciare volontariamente la morte, per avvolgere i loro versi con un’aura tragica: questi scrittori sono divenuti emblemi non solo di due linee di ricerca della poesia di fine Novecento (l’area romana e quella marchigiana), ma di un’intera generazione e del suo dramma segreto (Di Palmo, nella sua curatela I begli occhi del ladro, vi accosta anche i casi di Giuseppe Piccoli, di Nadia Campana, di Eros Alesi, di Angelo Fasano e di Ferruccio Benzoni). Non si pone in apertura questo raffronto per cedere alla suggestione di fissare, nei due poeti, dei medaglioni che finirebbero, in modo del tutto gratuito, per suggerire uno sbocco estetizzante nella loro vicenda paradigmatica, ma per avvicinare con discrezione un dato non eludibile se si vuole tracciare la Stimmung di un’epoca. Continua a leggere

Henry David Thoreau

Sulle orme di Thoreau

Non sono mai stato attento alle ricorrenze, nemmeno a quelle familiari, figuriamoci quelle letterarie. Ma Davide Brullo mi ricorda che Henry David Thoreau il 12 luglio ha compiuto 200 anni. Ho partecipato alla sua festa senza nemmeno saperlo, invitato dallo stesso Davide, nell’articolo comparso su “Il Giornale” che vi ripropongo

Sulle orme di Thoreau che cercò nei boschi i segreti della letteratura
Una nuova biografia e il «Walden» illustrato celebrano uno dei padri della cultura americana

di Davide Brullo

Ci sono momenti nella storia dell’umanità rosolati nell’oro in cui cinque anni valgono cinque millenni. 1850: Nathaniel Hawthorne pubblica La lettera scarlatta; 1851: il suo amico Herman Melville pubblica Moby Dick; 1855: Walt Whitman pubblica la prima edizione di Foglie d’erba. Continua a leggere

Il fermento della poesia

C’è un fermento segreto nella poesia che spacca i legami interni di ogni stile e irradia il corpo della scrittura per farlo vivere e respirare, portando dentro a una forma, a suo modo limpida, il delirio.

Non esiste formula certa per innestare nei propri versi le cellule che, con dolore e meraviglia, possono dare origine al semplice miracolo della poesia. Serve molto amore per l’uomo, serve coraggio, serve lucidità intellettuale, serve umiltà senza ipocrisia. Servono amici, luoghi da abitare, esperienze da attraversare con tutto il peso e con tutta la luce del proprio corpo. Serve tutto.

Credo sia tale sentimento di responsabilità l’unico contrappeso certo cui affidarsi, perché il delirante fermento della scrittura non degeneri in follia muta. Anche la poesia oscura è terribilmente logica, ma la coerenza, lo sappiamo, non è sinonimo di verità né di chiarezza. La ragione, infatti, non esaurisce il reale, come riconoscerebbe il più ragionevole degli individui. Il fatto è che il poeta cede alla confidenza con la propria materia nel momento in cui perde il sentimento del legame con la comunità reale in cui opera (e non intendo la società tout court; il passaggio a questo livello è ancor più delicato). Il problema della chiarezza non è interno alla poesia, non è questione estetica. Il poeta “ermetico” è irresponsabile quando non parla se non a sé stesso – parlare ad altri poeti sarebbe già molto, se esistesse un rapporto leale, un confronto serrato, una comunione di intenti fra scrittori. I poeti sono insopportabili non quando sono oscuri, o quando così ci sembrano, ma nel momento in cui si capisce che la loro verità se la cantano addosso, e non si rendono responsabili nei confronti di qualcuno per quello che dicono. Insomma, il poeta chiede giustizia, chiede di essere giudicato: chi scrivendo non sente il peso di questo giudizio che incombe resta vittima dei propri infingimenti, impaniato nella poetica che ha innalzato a specchio e schermo di sé.

Ma a chi spetta l’arduo e ingrato compito di giudicare? Chi osa giudicare? Ma direi meglio: chi ha il coraggio di giudicare poeti che si offendono, poeti ancora troppo adolescenti per accettare che la loro opera sia veramente offerta al mondo? Ecco dov’è il confine che ci spiega il fermento della poesia: parliamo impropriamente di chiarezza o di oscurità del poeta, dovremmo invece sentire se la sua parola ci viene incontro (qualunque sia il proprio statuto), oppure vuole solo ammaliarci.

L’aria che respira un’opera è viziosa se chi scrive si sottrae al giudizio delle nuove generazioni e, allo stesso modo, se non rende giustizia (se non giudica) le precedenti. Dunque c’è veramente bisogno di figli ai quali parlare, per preservare il fermento della poesia.

 

Salesiani in salsa laica

Datemi una chitarra, un pallone e un libro e vi mostrerò che cos’è un salesiano.

Il libro, ovviamente, è anzitutto il vangelo, ma anche il libro di scuola. Il sistema preventivo di don bosco, come è noto, si è infatti specializzato in ambito pedagogico.

Oggi probabilmente accanto alla chitarra, al pallone e al libro dovrebbe comparire anche un mouse, perché i nuovi ambienti in cui è necessario intercettare i giovani sono le piazze virtuali del web e i salesiani sono tra i primi ad averlo capito e ad aver accolto la sfida. Continua a leggere

L’arte della fuga

La fuga è spesso, quando si è lontani dalla costa, il solo modo di salvare barca ed equipaggio. E in più permette di scoprire rive sconosciute che spuntano all’orizzonte delle acque tornate calme. Rive sconosciute che saranno per sempre ignorate da coloro che hanno l’illusoria fortuna di poter seguire la rotta dei carghi e delle petroliere, la rotta senza imprevisti imposta dalle compagnie di navigazione.
Forse conoscete quella barca che si chiama Desiderio.
Henri Laborit, Elogio della fuga.

Quando qualcosa di vero accade, ci emoziona. Non credo sia possibile scoprire una verità senza venirne almeno momentaneamente modificati. Una verità devitalizzata, già conforme alle attese, semplicemente non avviene. Continua a leggere

Per inoltrarci in un’epoca nuova

Dar fine all’epilogo

Di discorsi sulla crisi della poesia non se ne può più, viviamo in tempi saturati da iniziative culturali e il pubblico oltremodo annoiato tenta di rianimarsi con intrattenimenti ben più allettanti, comodamente seduto sulla propria poltrona. Ma rileggere il Novecento, per superarlo, è fondamentale. Continua a leggere

La penitenza di Calaciura

C’è solo un fattore che raddoppia la soddisfazione, al termine di un buon libro: la certezza di avere tra le mani un volume che non molti altri sfoglieranno, perché l’autore è poco noto o il testo poco reclamizzato o, come in questo caso, perché uscito presso un piccolo editore (Mincione). Continua a leggere

Valerio Magrelli, fotografia di Dino Ignani

In viaggio con Magrelli (di Sandra Piraccini)

(La fotografia in copertina è di Dino Ignani.
Cliccare sull’immagine per la visualizzazione completa)

IN VIAGGIO CON VALERIO MAGRELLI
di Sandra Piraccini

«Ci incontriamo di fronte alla biglietteria. Porto gli occhiali, ho un giubbotto verde e una borsa blu. Non le sarà difficile riconoscermi».

Stazione di Pisa. Ore 16,30. Lo vedo avanzare nell’atrio verso il tabellone delle partenze finché non si ferma quasi di fronte a me. Esito: non so come presentarmi. Poi, faccio un passo verso di lui e «Salve, signor Magrelli?». Continua a leggere

Angelus Novus, Paul Klee, 1920

Esodi ed esordi. Passi di poesia dentro il principio

Egli vorrebbe ben trattenersi, destare i morti e ricomporre l’infranto. Ma una tempesta spira dal paradiso, che si è impigliata nelle sue ali, ed è così forte che egli non può più chiuderle.
Walter Benjamin

Abbiamo tutti la faccia dell’angelo di Klee, mentre ci allontaniamo non più, ormai, soltanto da un Novecento di orrori che ancora ci invadono gli occhi, ma anche da un ventennio esangue che ne ha occultato il cadavere, riciclandolo in veste di nuovo idolo fino alla mistificazione più scaltra, fino all’adulterazione delle parole. Entriamo perciò in un’epoca di cui non abbiamo ancora prefigurazione. Il futuro ci coglierà alle spalle, è inevitabile, quindi non è il caso di vestire i panni sempre scomodi, quando non ridicoli, di profeti, né sarebbe sensato agevolare l’oblio, assecondare la rimozione del male. Anzi, proprio il fatto di stare piantati nel dolore mette in moto risorse inaspettate. La tragedia costringe all’evoluzione – quando non spezza irrevocabilmente.

Abbiamo tutti, come poeti, un corpo perfettibile, la testa gigantesca di bambini e piedini come artigli: siamo goffi e mostruosi insieme. La mimesi della realtà ci è ormai negata e anche quando viene esibita è solo un riflesso, ma nella nostra astrattezza agisce il ricordo, forse la nostalgia di un mondo perduto. Le nostre radici sono dentro questa origine, questo inizio irraggiungibile. La nostra vita, in tutto e per tutto pari a quella di chiunque altro, è il tronco che permette la fioritura, ramo dopo ramo, della visione. Abbiamo una tradizione sconfinata che ci è esplosa davanti agli occhi insieme alla storia. Non crediamo nemmeno più nel progresso, che pure è la tempesta che ci travolge e ci impedisce ogni indugio, ogni compiacimento. Siamo sfiniti e sfigurati.

Questo è il principio. Qui, svuotati i polmoni, riprendiamo fiato. Nel momento stesso in cui cataloghiamo i reperti del passato, infatti, coltiviamo il nostro esordio. Non si tratta più, quindi, di puntellare le rovine, di accogliere i frantumi per alzare barricate e resistere, nei margini di insignificanza cui è costretto il poeta nell’oggidì. Si tratta di avventurarsi, di muovere i primi passi esplorativi nell’epoca informe che, inevitabilmente, ci darà un volto, per quanto con tratti scomposti, con dettagli sfuocati. E benedetto sia l’anonimato che ci permette la libertà degli infiltrati e l’allegria dei disperati. Attraversiamo regioni psichiche senza permesso, corriamo rischi colossali mentre gli altri nemmeno più vedono le nostre ali da gigante sempre spiegate, mentre camminiamo, lavoriamo, amiamo e ci indigniamo come tutti.

Diamo il sangue, in quanto poeti, per guadagnare un centimetro appena di senso dentro al vuoto, perché sappiamo che in quel centimetro ci sarà terra dove far riattecchire le parole, e lì avremo dimora. La nostra sfida, infatti, è proprio rivolta alla depressione postmoderna, alle sabbie mobili della non-storia, che sono la nostra misconosciuta tragedia. Il male di vivere non si risolve con un atto di finzione, ma cogliendo l’impulso evolutivo che porta nel suo stesso grembo. Per attraversare questo limbo molti hanno scelto l’immobilità come forma di resistenza, noi preferiamo la sperimentazione ponderata e sofferta, la varietà che si stringe in abbraccio evolutivo, il gesto magari nervoso e impreciso di chi ha paura, ma vuole nascere. Per questo cerchiamo esordi significativi non per la loro impossibile compiutezza formale, dal momento che non esiste poetica che ci garantisca a priori il senso. Il nostro stesso stile ci coglierà alle spalle, sarà il giusto contraccolpo alla risposta, anzitutto esistenziale, che daremo al Novecento e a questi anni doppio zero, che ne rappresentano un rigurgito terminale, la fastosa celebrazione di una fine spacciata per un inizio che non c’è stato. La vera novità germoglia nel tempo, infatti, al quale noi per primi ci consegniamo, con un inchino all’universo, nel rettangolo che ci è dato.

Per questo facciamo esercizio di pazienza, setacciamo voci con estrema discrezione, mettendo nel solco di ogni ascolto il seme di un incontro, che non è accondiscendenza gratuita ma, all’opposto, sfida a usarci reciprocamente per muovere un passo oltre noi stessi. Proviamo a radunare, qui, la carovana dei migranti che, magari, scopriranno il nuovo, perché non dimenticano l’antico; mettiamo insieme i fratelli maggiori, che l’amorevole lotta ha nel frattempo fortificato nel ruolo di sponde da sottoporre alla prova decisiva, e i più giovani, verso i quali abbiamo l’obbligo di offrirci, allo stesso modo, come esempi e bersagli.

Ogni parola che pretende di drizzarsi in un verso, ogni discorso che si mette in verticale contro il vento dell’epoca, ha l’umiltà di accettare questa sfida, con la gioia impertinente dei bambini che chiedono ragione di tutto.