Fuori tutti! (di Davide Brullo)

Nel suo romanzo Andrea Temporelli mette in crisi il mondo dei letterati con il tutù, sconfigge i poeti laureati frollati nell’invidia. E scandisce una pazzesca dichiarazione di poetica

Se fossimo in un Paese normale, non si parlerebbe d’altro. In Tutte le voci di questo aldilà Andrea Temporelli mette a soqquadro il claustrofobico continente della poesia italiana. Anzi, squarta i totem della letteratura tutta. A pagina 125 appare Alessandro D’Avenia, a pagina 143 è citato Alessandro Baricco («è una brava persona, ti convinci, amabile»), a pagina 134 il «panciuto signore con barba e occhiali» che si inalbera all’urlo di Non sa chi sono io, è l’«illustre ospite» Umberto Eco, che se la prende con un tizio che ha dipinto «un enorme sesso femminile» nel bagno dell’albergo. Ci sono anche i poeti, ovvio: a pagina 150 due liceali citano «Zanzotto, Cazzotto o quel diavolo che è» mentre discettano dei loro amorazzi; a pagina 163 Giuseppe Conte (a cui Mondadori ha appena dedicato un Oscar) è citato insieme a Maradona («finora avevo sentito solo due uomini parlare di se stessi in terza persona»: loro); a pagina 176, invece, è citato Milo De Angelis, ma la citazione più bella riguarda Gabriella Sica, «ha uno stile davvero originale, provi a sentire: “Se vado troppo a lungo in bicicletta, / Mi fa poi un po’ male la cosetta”». Sono citati anche poeti più giovani e meno noti al tronfio pubblico come Alessandro Rivali e Riccardo Ielmini (a pagina 94); «il mio amico Simone Cattaneo», invece, è a pagina 163 (è quello che fa la battuta su Conte) ed è forse quello che conta più di tutti. Cattaneo, poeta scoperto da Andrea Temporelli nel 2001, quando per le edizioni della rivista “Atelier” gli ha pubblicato la prima raccolta poetica, Nome e soprannome, si è ucciso, gettandosi dal suo appartamento a Saronno, nel 2009.

Tra disperazione e cuore. Ciò che è importante in «questo bellissimo romanzo», come scrive Tiziano Scarpa nella quarta di copertina, rifiutato da troppi editori extralusso prima di approdare nell’opificio editoriale riminese di Mario Guaraldi, non è il gossip, il viavai del voyeur. Conta l’idea di letteratura che c’è sotto, dietro, dentro, intorno. Una idea di letteratura estrema, radicale, radiosa. Che flirta terribilmente con la morte. Perché chi dà la vita (lo scrittore) sa di essere perennemente in contatto con la morte. Filare la trama del romanzo è facile. Un professore di un liceo di provincia, Max Lipparini, poeta dal talento rinnegato, scopre, attraverso una sua alunna, la vamp e svampita Elisa (una specie di Beatrice dantesca al contrario), le poesie di Davide Scardanelli (nome “parlante”: Davide è il re biblico poeta e guerriero, che scrive i Salmi e sconfigge il gigante Golia; Scardanelli è lo pseudonimo del geniale poeta tedesco Friedrich Hölderlin negli anni della follia). Max vuole che il mondo legga e apprezzi le poesie di Davide. Ma Davide, giovane scapigliato universitario, non ne vuole sapere, non gli interessa la gloria, perché «non c’è una comunità letteraria autentica, e se anche ci fosse, sarebbe solo una confraternita dedita alla conservazione di una fede ormai estinta, sconfitta dal tempo». Max non demorde, però, e s’inventa un micidiale (e grottesco) convegno letterario con i critici e i poeti più importanti d’Italia. L’intellettuale, a questo punto, troverà gusto e godimento nel leggere dietro i nomi fittizi di Arcadio Pesavento, Pier Carlo Ponzini, Emilio Buarotti, Oreste Folicaldi, quelli dei superbi interpreti della critica italica, Alfonso Berardinelli, Pier Vincenzo Mengaldo, Franco Cordelli o chi vi fa gioco lì per lì. Andrea Temporelli, poeta (nel 2005 Einaudi gli pubblica Il cielo di Marte, nel 2012 Il Ponte del Sale edita Terramadre), da un paio d’anni recluso nel suo paesello sulle sponde del Lago d’Orta, alieno ai fatti della letteratura italica, nell’igloo della propria solitudine, adopera tutta l’esperienza acquisita con la rivista “Atelier”, di cui è collaboratore fin dagli esordi, e da cui sono passati davvero tutti, da Antonio Riccardi a Davide Rondoni, da Cesare Viviani a Franco Buffoni, Umberto Fiori, Gian Mario Villalta, Flavio Santi, perfino Roberto Saviano, che nel 2006, prima dei fulgori di Gomorra, pubblica il racconto La città di mare. Quanto ai convegni, poi, il fatidico megaincontro “Oltre il postmoderno” che è il cuore del romanzo, scimmiotta il consesso organizzato da “Atelier” dieci anni fa a Firenze, che metteva “Generazioni a confronto” con intellettuali muscolari come Alberto Bertoni, Andrea Cortellessa, Giulio Mozzi, Christian Raimo. La necessità del romanzo, se avete poco tempo da prestargli, però, è nel furibondo Epilogo, una straordinaria e inquieta dichiarazione di poetica, che insegna che «si scrive intingendo la penna nella morchia delle disperazioni», «si scrive per evitare il suicidio», «si scrivono versi per stare dritti davanti all’assoluto». Se avete il coraggio, ora, affrontate l’oceano del foglio, il canyon del cuore.

Scarica la pagina originale: Brullo 18 dicembre 2015

(Davide Brullo, La Voce di Romagna, 18 dicembre 2015, p. 27)

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