Essere contemporanei (per Giancarlo Pontiggia)

Se per eternità si intende non infinita durata nel tempo, ma intemporalità, vive in eterno colui che vive nel presente (L. Wittgenstein, Q 8.7.16)

Essere contemporanei non significa obbedire alle forme e alla musica del momento. La letteratura di tutti i tempi compone idealmente un sistema che vive fuori dal tempo, senza che il tempo possa sconfessarlo. Dante è a tutti gli effetti contemporaneo di Eliot, nel momento in cui Eliot ha ristabilito un legame con Dante, attraverso il presente.

Tra i poeti dei nostri anni che maggiormente ci ricordano questo scandalo della poesia, questa sua intemporalità, va annoverato sicuramente Giancarlo Pontiggia, che dopo le scorribande giovani ha messo a tacere dentro di sé la furia della poesia, per trovare le proprie autentiche Origini (questo il titolo assegnato alla sua opera) solo molti anni dopo. E la voce della poesia si è ripresentata nuova modulandosi su note antiche. È stata addirittura la frequentazione dei poeti classici latini e greci a far rinascere in lui il canto, che si compone di parole ammalianti e leggere come ombre, di simboli e di visioni che non si contorcono in intellettualismi moderni, viziosi, ma ambiscono alla leggerezza pensosa, alla semplicità stratificata di chi, appunto, non forza il proprio ritmo per trovare un timbro e un tempo di battuta riconoscibile, intonato a qualcosa di esterno ed esteriore.

L’anno scorso, la casa editrice Interlinea ha pubblicato l’opera poetica completa (finora) di Giancarlo Pontiggia: Origini. Poesie 1998-2010. Il libro si arricchisce di un saggio introduttivo di Carlo Sini, di scritti critici di Roberta Bertozzi, Massimo Morasso, Daniele Piccini e Massimo Raffaeli, e della Bibliografia critica sull’autore.

Eccovi una sua poesia:

 

Sia celato il nome più antico

 

Sia celato il nome più antico,

salva la rosa nel suo estremo

segreto, e voi, puri suoni, celle

di un pensiero più forte, ronzanti

nelle stanze quiete. Resti, stia,

s’annidi, chiusa, e il cuore

non pronunci il nome vero: covi

la verità nel suo duro seme, né

lasci l’ombra, né il vostro, sorelle,

troppo impervio metro. Ma di’

di che stagioni si compone, e come,

il tempo, il tempo severo, quando

risalendo una buia corrente

di anni (oh quanto

stranieri anni), uno per uno le chiama,

 

il tempo, con dolci nomi.

 

 

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