Cartelli stradali: quale direzione?

Ambivalenza dell’opera

Ieri, scrivendo a proposito del romanzo di Tiziano Scarpa Il brevetto del geco, sono tornato più volte sull’idea di ambivalenza. Avevo già scritto qualcosa in merito, quando mi ero occupato di una raccolta poetica di Alberto Cellotto:

 

Resto fermo. Mi piace
questo inizio, se rimane
un vento di schermo
e entra negli anfratti.

Chiaro guardo la luna
per unire i climi ai ricordi,
non sono più che gli
spazi nella casa.

Gioisce oggi di tempo
incoronato qualsiasi gesto

(Alberto Cellotto)

L’inizio è gioia e dramma, fissazione di un destino e inveramento della libertà. La perfezione potenziale si contrae, si sperimenta l’orrore del limite, l’inevitabile incistarsi in noi dell’ombra, dell’errore, della nostalgia infinita dell’altro che poteva essere e non sarà mai più. Per questo Alberto Cellotto per il suo libro d’esordio ha scelto la sigla di Vicine scadenze (Editrice Zona), a indicare l’urgenza espressiva che porta già nel grembo la traiettoria del tramonto. Prossimi a scadere, i versi di questo ventiseienne della provincia di Treviso si offrono nel segno dell’offerta, anzi addirittura della promozione e, a giudicare dal climax impresso nelle sezioni (Entro il mese, Entro i giorni, Le ore qui da me), persino della svendita: è la generosità sapiente di chi scommette sul rovesciamento temporale: l’accelerazione degli istanti diventerà incanto, il ritmo della perdita esploderà e dentro l’attimo metterà radici qualcosa di duraturo: «Gioisce oggi di tempo / incoronato qualsiasi gesto».

La gloria della scrittura si cela nella sua polverosa essenza, nell’intimo intreccio di perdita e di creazione, di nulla e di verità, di luce e di ombra che sostanzia ogni opera umana: ambivalenza costitutiva. Abitare la contraddizione, accarezzare l’errore e ammansire la paura è la sfida di questo poeta che sembra camminare distratto («Ho sempre avuto cani / non miei / […] Li perdo come ridere / per non avere attenzione») accanto all’abisso, come dimostrano certi snodi sintattici prossimi all’anacoluto o, con sapiente ingenuità, baciati dall’assurdo: «Per me, mio solito / è sudare il mattino, / salire con le ascelle / l’aria e i mulinelli / che il vento alza da terra»; «La campagna incinta sguscia / fuori da un’occasione di mosche». E il dato che potrebbe anche proficuamente caratterizzare sempre più questa voce nella sua progressione si immagina sia l’apparente trasparenza comunicativa, che invece cova in sé l’enigma, la compresenza di molte lingue nell’unica esibita (Cellotto appartiene a un contesto con una robusta matrice dialettale tuttora viva), come del resto suggeriva la citazione introduttiva di Henry Miller: «Qualsiasi definizione formuliamo, è giusta e sbagliata allo stesso tempo».

(da Mosse per la guerra dei talenti)

 

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