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dove i poemi hanno forma di stalattitigratuito da pexels.com

Della poesia non bisognerebbe mai scrivere (di Davide Brullo)

22 Aprile 2016/2 Commenti/in ARTICOLI E SAGGI/da Andrea Temporelli

Svetta sul nuovo numero di Atelier (il numero 81) l’articolo di Davide Brullo intitolato La mia Africa. Lo ripropongo qui di seguito. Ne approfitto per annotare che, nella risposta di Giuliano Ladolfi a tale articolo, si racconta che «la rivista ha vissuto un momento di grande disorientamento, quando da un giorno all’altro» io avrei «per una diversità di opinioni sulla pubblicazione di una poesia di pochi versi» «comunicato in modo irrevocabile» la decisione di abbandonare il periodico che avevo inventato, insieme a Giuliano. Mi sembra che questa descrizione degli eventi mi faccia passare per qualcuno che, in modo irresponsabile e a cuor leggero, per mero puntiglio e su una questione irrilevante, abbia arrecato un danno soltanto ad altri. Non mi interessa rimestare su eventi che riguardano un frangente delicato e anche doloroso della mia vita, voglio ricordare quell’età dell’oro con equilibrio, senza idealizzazioni nostalgiche o strappi rancorosi. Mi preme però annotare che le vicende che mi hanno condotto ad abbandonare Atelier non corrispondono a quel resoconto troppo sommario e di parte e tanto meno al senso suggerito da tutti gli impliciti di quelle frasi.

La mia Africa

La mia Africa. Tutti hanno avuto la loro “età dell’oro”, tutti sono fuggiti dalla provincia della propria mente alla scoperta di una Parigi del cuore. Per il solo petulante gusto di pisciare sopra l’aureola di Parigi. L’“età dell’oro”, l’età in cui anche l’urina è un filone aureo e tutto è possibile, dura, forse, quattro anni. Tutti, infine, siamo stati Arthur Rimbaud, abbiamo pensato di vivere redigendo poesie selvagge. Poi, bisogna avere il coraggio di realizzare le proprie poesie. Rimbaud scrive Il battello ebbro nel 1871, due anni dopo lascia la laida poesia, con l’intenzione di percorrere «i Fiumi impassibili», di immergersi «nel Poema / del Mare, infuso d’astri»; nel 1879 è ad Alessandria d’Egitto, l’anno dopo ad Aden, ad Harar, in Abissinia. Nel 1881 attracca in una zona inesplorata dell’Ogaden, in Etiopia. La vera “illuminazione” di Rimbaud sono le «corse a piedi da 15 a 40 chilometri al giorno», le «cavalcate insensate attraverso le ripide montagne del paese». Ecco, questo sarà il nostro programma poetico.

*

Magrissimo, paralizzato, morto. Ma immortale. Il giorno prima di morire, il 9 novembre del 1891, dopo mesi di degenza a Marsiglia, a 37 anni, con la gamba amputata, magrissimo, Rimbaud prega che un agente di commercio lo spedisca a Suez, nonostante sia «completamente paralizzato». Il più grande poeta del nostro tempo non scrive un verso, non intinge la malattia nell’opera, non gli importa più nulla della letteratura. Chiede di tornare in Africa. L’Africa è la poesia, è la vita. Il resto è il cimitero dei morti viventi. Era più vivo Rimbaud da morto che Verlaine e tutti i “poeti maledetti” in fila.

*

Il ventennio. La rivista letteraria «Atelier» compie 20 anni. Il primo numero, uscito nell’aprile del 1996, speculava su David Maria Turoldo, poeta e frate di cui quest’anno ricorrono i 100 anni dalla nascita. In «Atelier» la prepotenza della poesia esprimeva la preponderanza della vita. Per questo, realizzando «Atelier», Marco Merlin, che insieme a Giuliano Ladolfi ha fondato la rivista, nel 2013 (Numero 72, dicembre), se ne va, preferendo «l’estrema verifica del progetto», ritirandosi «nella mia profezia privata». Anche Marco si mette a cavalcioni del suo battello ebbro. Dalla nostra morte risorgeranno altri.

*

Lo scisma. «Atelier» è stata la mia età dell’oro. Non sono stato uno degli alfieri dell’Opera comune, l’antologia epica ed epocale del 1999, perché ci siamo conosciuti dopo. Ho esordito nella collana “Parsifal” nel 2004, ed è un orgoglio perché da lì sono usciti i maggiori poeti del ventennio: Federico Italiano, Maria Grazia Calandrone, Flavio Santi, Massimo Gezzi, Gabriel Del Sarto, Tiziana Cera Rosco, Simone Cattaneo… Ho sempre considerato «Atelier» una casa, ma dalla casa mi hanno gentilmente defenestrato. Sono stato estromesso dalla redazione (da quando non c’è più Merlin, Giuliano Ladolfi ha affidato la direzione editoriale a Guido Mattia Gallerani e la coordinazione redazionale a Matteo Fantuzzi). Come sempre, il fato ha più coraggio di me nel decretare lo scisma. Voi dialogate; io mi nego nel bunker. Voi vi spappolate via facebook, io maneggio manoscritti arcani, devo imparare il sanscrito mica l’informatica.

*

Al di là del bene e del male. Ognuno ha la sua età dell’oro, e tutte sono egualmente abbaglianti. Ai «poeti nati negli Anni Settanta» sono seguiti quelli nati negli Anni Ottanta, esistono già quelli dei Novanta, tra poco avremo la prima antologia poetica dei poeti nati nel nuovo millennio. Ciò che pensavamo, ingenuamente, come un dato estetico (quanto è decisiva la generazione degli anni Settanta) è in realtà un fatto biologico. Il resoconto di una stirpe. Tutte le generazioni si equivalgono; superata la soglia della decenza retorica, non c’è differenza tra Francesca Serragnoli o Giulia Rusconi, tra il più laureato dei poeti di quarant’anni e il più bravo tra i poeti di vent’anni. Nessuna generazione è decisiva perché la poesia non è più, da decenni, né decisiva né tanto meno incisiva. Non so più se quello che leggo è buono o cattivo, non ho idea se quello che scrivo abbia valore oppure sia niente. Anche se vi sforzate a impalcare ragionamenti, a impilare il catechismo sovietico del critico letterario perfetto, non mi convincerete mai. Dovete difendere il vostro giardino poetico, l’Eden delle anime belle. Ma la poesia è indifesa, indifendibile.

*

Il suicidio come speculazione letteraria. Ma vi rendete conto che per convincere il «Corriere della Sera» a dedicare una fuggevole attenzione a Simone Cattaneo, scrittore di urla e di assoluti, c’è voluto il balzo del poeta dal settimo piano della sua casa? Perché di un poeta se ne parli, perché l’opera di un poeta diventi “di culto” (destinazione davvero mortifera), ci vuole la morte del poeta. Moriamo, allora. Ciascuno nella propria Africa inesplorata.

*

La genesi dello scandalo. Luogo: Borgomanero. Data: 15-16 settembre. Anno: 2001. Oggetto: convegno poetico. Il primo a intervenire è Flavio Santi, che esige «una poesia che si renda conto di essere entrata nel terzo millennio». Al convegno partecipa anche Andrea Temporelli, che scrive: «uno scrittore deve farsi responsabile di una forma di “disobbedienza al tema”». Flavio Santi, 15 anni dopo, ritenuto un Pasolini redivivo, si è reso conto di essere nel terzo millennio: per Mondadori ha scritto un “giallo”, La primavera tarda ad arrivare. Andrea Temporelli ha disobbedito ai tempi: per il piccolo editore Guaraldi ha pubblicato Tutte le voci di questo aldilà, un romanzo in cui impala l’impalpabile mondo dei poeti, perché «non si scrive per guarire, si scrivono versi perché si è già morti». Pillola A (Santi) o pillola B (Temporelli)? A voi la scelta. Io non scelgo perché non abbiamo scelta.

*

Primo comandamento: della poesia non bisognerebbe mai scrivere. Non bisognerebbe mai scrivere. Le parole dilatano la babele delle interpretazioni, inaugurano la maledizione dell’incomprensione. Inducono alla disapprovazione, al tradimento, alla guerra. La poesia (se è autentica) stimola a non scrivere mai più, obbliga altre urgenze.

*

Ho sempre pensato la poesia come una rincorsa, non come rimorso.

*

E se l’indifferenza del mondo fosse una benedizione?

*

Ci rivedremo a Zembla, dove i poemi hanno forma di stalattiti.

 

Tags: POESIA CONTEMPORANEA, POLEMICHE E PROPOSTE, TEMPORELLI
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https://www.andreatemporelli.com/wp-content/uploads/2016/04/Stalattiti.jpg 925 800 Andrea Temporelli https://www.andreatemporelli.com/wp-content/uploads/2015/09/andrea-temporelli-logo-header-website.png Andrea Temporelli2016-04-22 06:06:022024-06-04 00:11:51Della poesia non bisognerebbe mai scrivere (di Davide Brullo)
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2 commenti
  1. Massimiliano
    Massimiliano dice:
    26 Aprile 2016 in 16:46

    Bello scritto.

    ( il sistema ha rivelato che il commento è troppo corto, mi ha detto di tornare indietro e di rivederlo. Spero che così vada gli vada bene)

    Rispondi
    • Andrea Temporelli
      Andrea Temporelli dice:
      26 Aprile 2016 in 16:53

      Davide Brullo è davvero un portento.
      [ Ti assicuro che i parametri di giudizio del sistema non li ho impostati io.. 🙂 ]

      Rispondi

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