In the womb, acquerello (21x30 cm) di Antonella Lucchese

Chi può, preghi. Chi non può, preghi lo stesso

(L’opera scelta come copertina è di Antonella Lucchese.
Cliccare sull’immagine per la visualizzazione completa)

Di fronte al dolore non esistono parole. Ogni retorica è insulsa. Esiste solo il silenzio. Al più, per chi percepisce in questo silenzio la presenza di un dio (l’essenza stessa, di un dio?), esiste la preghiera.

Così, non mi è possibile oggi parlare. Sono ore di sofferenza per una persona cara, ore in cui si percepisce, fra gli amici, tutta l’impotenza umana.

Ho posticipato gli articoli programmati. Pensavo di lasciare un buco, di pubblicare una pagina bianca.

Ma qualsiasi gesto, di fronte al dolore, si fa complicato. Lo spazio del dolore è “privato”: rendendolo pubblico non lo si trasforma già in retorica?

Ammantarsi del dolore è un peccato. Ammantarsi del dolore altrui è un peccato mortale.

Ma questo spazio è pensato, appunto, come una profezia “privata” e se scrivo è anche per tentare di vedere una forma nel bianco.

Così, come se fosse il mio modo di pregare, sono tornato a rileggere certi miei versi. Per metterli alla prova.

Ovviamente, la prova non si supera mai.

Provo a segnare una traccia con le briciole di qualche mio verso perché altri tenti, se vuole, l’impresa.

Non è importante sapere. I dettagli in questi casi non contano. Tutti conosciamo questo spazio bianco che ci annulla. Tutti abitiamo questo spazio.

* * *

Il medico in silenzio
controlla l’emorragia, non reprime
i lamenti. E’ paziente.
[…]
Rende l’attesa eterna
in precisione

* * *

Indecente, omeopatica morte.

* * *

Certe mattine il cielo è una promessa

* * *

“Prega, prega così. Anche senza fede”

* * *

segue un bambino in un regno di senso
chiedendosi non come sia ad alcuno
dato morire subito
ma come gli altri continuino a vivere

* * *

l’inizio
è irraggiungibile

* * *

Aveva un ritmo anche il dolore, dare
e prendere, colpire
a morte con un gesto perentorio,
un figlio dato e uno preso, con l’angelo
che brinda di nascosto con il nettare
d’oblio succhiato al fiore.

* * *

A dirle, certe cose si tradiscono.

* * *

“Onorami in una lingua che passa:
io non ho avuto il tempo di imparare
come dire il dolore, come dire
l’amore. Non conosco il tonfo sordo
della bellezza che brillando muore.
Non c’è pace nel non aver saputo,
perciò rimordo in fondo alla tua perdita,
ti avveleno la vita con la colpa
originale. Onorami per l’uomo
che sarei diventato, nella tua
ombra saldo, nel tuo sorriso fiero”.

* * *

(il paradiso continua a contrarsi)

* * *

per la vita pietà che non esiste,
vegliate nel suo vicolo
perché non ceda al lamento dei fiori

* * *

Noi viviamo definitivamente.

 

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