Cattività, acquerello (47x33 cm) di Alessandro Vascotto

Etica dell’acquario di Ilaria Gaspari

(L’opera scelta come copertina è di Alessandro Vascotto.
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È un reato tornare nei luoghi dove si è stati felici e Ilaria Gaspari è colpevole, perché con il suo romanzo d’esordio racconta la città di Pisa e l’ambiente universitario, canta la giovinezza e l’amore. Ma, consapevole della propria colpa, decide di rovesciare l’idillio e di mostrare come la felicità sia spesso una maschera dell’orrore.

Non esiste giovinezza senza tragedia, non esiste amore a vent’anni senza il morso futuro del rancore. Lo stesso sistema educativo, che costringe le menti più brillanti a mortificare gli anni dell’iniziazione alla vita adulta, ci insegna essenzialmente a trarre profitto da questo sacrificio, a sublimare la rabbia e la frustrazione. Ma se la vita adulta ne risultasse a questo punto irrimediabilmente invelenita, o addirittura falsificata?

La protagonista dell’Etica dell’acquario, Gaia, è vittima della propria bellezza e, dopo dieci anni di esilio, si ritrova a Pisa, nella cerchia dei suoi amici, per capire definitivamente di non aver mai abbandonato quei luoghi e quegli affetti. Ma, nello stesso tempo, viene indagata per il suicidio di Virginia, che si somma a quello di Matteo, avvenuto ai tempi dell’università e ancora vivo nel ricordo di tutti.

Forse il tema rende inevitabile una certa inflessione nostalgica, forse l’innesco della storia d’amore è scontato e sbrigativo, forse il finale poteva risultare ancora più stringente, ma la scrittura è precisa, tesa, pulita e la capacità dell’autrice di determinare un crescendo drammatico, man mano che le ossessioni della protagonista emergono, è indubbia. Così non ci sono strappi patetici nella storia, ma una curvatura complessiva che mantiene tesa la trama psicologica, fino a conferirle sfumature da noir. E l’ambiente universitario è indagato con precisione feroce: «Perché era un vivaio, ma un vivaio di menti, non di carni; e quel particolare genere di coltura accademica dava, evidentemente, i suoi migliori frutti in un ambiente in cui competizione e ambizione fossero spinte fino all’estrema crudezza, favorendo l’iperspecializzazione, l’erudizione, il fanatismo di distinguersi dagli altri per originalità di scelta nell’argomento di studio, e per esattezza, profondità e acribia nella scientificità […] con cui l’argomento veniva affrontato, domato e posseduto. Per questo, come un’infiorescenza di parassiti che galleggiando al pelo dell’acqua in un vivaio di trote favorisca la simulazione del loro ambiente naturale rendendole più feconde, più grasse e più prospere, così nella Scuola fioriva quella particolare, contagiosa paura, che si nutriva anche del colpevole sollievo per i fallimenti altrui». L’etica prodotta da questo sistema impone che per sopravvivere diventi necessario trasformarsi in esseri mutanti, che dietro un’apparenza rassicurante nascondono la propria mostruosità.

Per questo, l’indagine compiuta con l’Etica dell’acquario è una coraggiosa denuncia del gene corrotto e maledetto che la nostra cultura porta con sé. Il pregio sta nel pagare di persona questa denuncia, nel raccontarla dall’interno.

Oggi ogni forma di bellezza racchiude il seme di una colpa. Chi non lo comprende, chi confida nella letteratura come in una perenne arcadia, resterà attore non protagonista della tragedia.

Si scrive, forse, proprio per lavorare questa colpa con la sapienza creativa di un grembo materno, in modo che il bello, sfiorendo, generi il vero, e il vero sia ancora qualcosa di buono.

 

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