Banderas e Rosita

La gallina e l’ortografia. Quattro chiacchiere sul mio romanzo

È successo che una cara lettrice (che sarei pronto ormai a definire un’amica, ma questa parola pretende l’incontro reale: prima o poi…) ha voluto segnalare in un forum del Corriere della Sera il mio romanzo. Un paio di altri frequentatori del sito si sono incuriositi e hanno letto sul web qualche pagina. Sono emerse delle osservazioni critiche. Così sono intervenuto sinteticamente anch’io, in attesa di sviluppare meglio la questione, come mi appresto a fare ora.

Qui sotto trovate la discussione, riprodotta almeno nei termini essenziali e, di seguito, il mio ragionamento.

LA SEGNALAZIONE DI MONICA AMBROSI

Mi permetto di segnalare il romanzo di Andrea Temporelli “Tutte le voci di questo aldilà” uscito di recente per l’editore Guaraldi. L’ho scoperto per caso in rete, devo ammetterlo, e l’incipit mi ha molto incuriosita: un sommario di poeti maledetti o quasi e dei sistemi che hanno scelto per togliersi la vita. Segue il romanzo vero e proprio ambientato in un liceo di provincia e poi sulle rive del lago D’Orta. Protagonisti ne sono alcuni insegnanti ed alunni che condividono la passione per la poesia o per qualcuno che la ama. Un professore-poeta organizza infatti un convegno di scrittori famosi e non, per discutere del senso dell’opera poetica nell’epoca del post moderno e convincere un giovane poeta a entrare nel loro mondo. Ne seguono scene memorabili per drammaticità e comicità anche se le teorie letterarie riportate non sono per niente casuali e superficiali, tutt’altro. Si intrecciano anche più storie d’amore che non svelerò per non togliere ai potenziali lettori il gusto di godersele. Il finale è a sorpresa sia nel contenuto che nella forma infatti l’ultimo capitolo lascia il lettore alle prese con una provocazione e l’epilogo è una vera poesia riscritta in prosa.

Sono rimasta davvero molto colpita da questo testo che mi ha fatto ritornare sul mio antico proposito “solo classici per carità”, forse perché lo stile è impeccabile, il lessico ricco e fantasioso, le invenzioni comiche esilaranti, le storie d’amore coinvolgenti. Ho poi approfondito la conoscenza dell’autore che è anche poeta, critico letterario e insegnante e mette a disposizione testi ed esperienza per chiunque lo desideri sul suo sito, ricco di proposte scolastiche e culturali di altissimo livello, oltre che di recensioni di altri testi conosciuti o meno.

Mi ritengo una buona lettrice anche se non sono un critico letterario e vi segnalo quello che mi è piaciuto come faccio quotidianamente con amici e colleghi, buona lettura!

 

LE OSSERVAZIONI CRITICHE DI ENRICO

Cara Monica

[…] visto che io, al pari tuo, sono un lettore curioso, sono andato subito a vedere autore e libro: bella la grafica di copertina, che richiama la ben più nota Adelphi, bizzarro il nome della collana (“I Nazirei”, ammetto la mia colossale ignoranza al riguardo), generoso l’editore che offre una anteprima di oltre 20 pagine per saggiare la qualità del testo prima dell’acquisto. Offerta che ovviamente apprezzo e da cui estrapolo un brano:

“Max si ridestò dai suoi pensieri, stornò lo sguardo dai libri sparsi sul tavolo della sala insegnanti, e vide in rapida sequenza un paio di jeans sgualciti e pieni di strappi, il bordo di una mutandina rosa da cui tentava di uscire una farfallina tatuata a più colori, un brillantino incastonato nell’ombelico, un corpetto miracoloso ed esuberante, un collo grazioso, una boccuccia perfetta che lasciava intravedere una perfetta dentatura intenta a triturare un chewing-gum, un nasino impreziosito da un lato da un altro brillante, uno sguardo vispo che spruzzava curiosità su un corteo di intriganti lentiggini, il tutto ben esaltato dai capelli lisci tirati e stretti in una coda da amazzone che ridiscendeva in mezzo alle spalle… [la ragazza consegna un dattiloscritto di poesie da leggere]

Lesse l’incipit. Lo colse l’istinto alfieriano di scaraventare il manoscritto fuori dalla finestra. Resistette.

Le poesie erano banali, patetiche, sdolcinate, tanto che alla terza Max si porse la mano su una guancia, come se avesse sentito la puntura di una nuova carie che si annunciava e gli intimava di non proseguire nella lettura. Di tanto in tanto incappava in qualche errore ortografico, e allora spostava inconsciamente la mano verso il fegato. Eppure si sforzava, fin da quei primi sondaggi, di seguire soprattutto il flusso dei sentimenti che vi si sprigionava con tutta l’empatia di cui si riteneva ancora capace: del resto non era difficile sentire quelle sdolcinatezze che vi chioccolavano dentro, come una gallina persa in una siepe di biancospino.”

Letto il brano, vengo assalito dai dubbi. Al di là del fatto che a me, come lettore, piacciano pochissimo gli scrittori affetti da iperaggettivazione acuta (così come Borges suggeriva per le descrizioni della natura, io considero gli aggettivi delle spezie pregiatissime e quindi da usare con la massima attenzione), non riesco a capire se lo sguardo che “spruzzava” curiosità è una licenza poetica oppure ortografica e in realtà lo sguardo “sprizzava” né tantomeno se la mano che Max si “porse” sulla guancia è un ardito ribaltamento evangelico della mano che porge la guancia invece della guancia (l’altra) che si porge alla mano oppure la mano si “pose” sulla guancia e, ancora, se la carie, al pari di un’ape, punge (carie piuttosto particolare, quantomeno).

Ma, dico la verità, è sopra ogni cosa uno l’interrogativo sul quale mi sono alfierianamente scervellato tutto il giorno: ma quella gallina, con tutto lo spazio che c’è, come diavolo ha fatto a perdersi nel biancospino?

 

LA GALLINA E L’ORTOGRAFIA. Una mia risposta

Del perché e del come rispondo a osservazioni sulle mie opere

Il fatto di essere l’autore di un’opera creativa (in questo caso un romanzo, ma il discorso sarebbe valido anche e soprattutto per la poesia) non mi trasforma nel proprietario assoluto di quell’opera. Di certo, non sono il custode del valore delle mie parole. Semmai, rovescerei i termini del discorso: non l’autore crea l’opera, ma l’opera crea l’autore. Senza entrare in misticismi eccessivi, questo è veramente il nucleo della mia scrittura, da sempre. Scrivo per “diventare altro”, per “essere di più”. E leggo per lo stesso motivo, per cercare un “incremento d’essere”. Sono felice di quello che scrivo quando avverto che, il fatto di averlo scritto, mi ha reso un uomo migliore.

L’arte non è solo disciplina. A un certo punto, “qualcosa accade”, per dirla con Celan. Ai miei studenti proponevo questa similitudine: “Vi è mai capitato, in uno sport, di compiere un gesto senza sapere ‘come vi sia uscito’? Per esempio, un colpo di ping-pong, una risposta così rapida e perfetta che vi ha stupito?”

Quindi, posso spiegare la mia opera solo fino a un certo punto e questa spiegazione potrebbe essere bellamente smentita dal testo stesso o dall’interpretazione di altri. Lungi da me l’idea di “difendere” un testo. Ogni testo è scandalo indifendibile. Anche perché inattaccabile. Persino la più brutta poesia potrà infischiarsene delle nostre strutture mentali e restare, in sé, un atto di poesia autentico. Ogni forma d’esistenza, del resto, è scandalo indifendibile e inattaccabile. Non vado oltre, per non sconfinare nell’eresia.

Anzi, è bene riconoscere, in questo chiacchierare, dei corollari di quanto enunciato sopra. Li snocciolo così, come precetti che io stesso cerco di seguire (malgrado l’arroganza che molti mi attribuiscono: come qui, nei commenti), proprio perché, come ho indicato, scrivo per trascendermi.

  • I tratti con cui un autore parla della propria opera siano la gentilezza e la pazienza: non c’è spazio per la presunzione
  • Spiegare la propria opera è un gesto osceno e genera imbarazzo; se lo si compie, occorre l’umiltà dell’artigiano, l’amore per la materia, la fiducia nel fatto che si possa crescere insieme lì, davanti all’opera, grazie a essa: si impara “a bottega”, insomma, e impegnarsi nella critica è già tentare di fondare una “comunità”
  • L’autore cerchi di intervenire il meno possibile e, quando decide di intervenire, si dia una misura. È troppo facile scadere nel compiacimento, ascoltare più le proprie ragioni di quelle altrui, trasformare la disponibilità in pignoleria viziosa

 

Nel merito delle osservazioni puntuali

Nel caso di “spruzzava”, si tratta di una scelta consapevole. Gli occhi sprizzano già nel linguaggio comune, qui a me piaceva riattivare la metafora spenta, ridare fisicità all’immagine.

“Porse” invece è un refuso bell’e buono. Ne ho trovato anche qualcun altro, nel libro, anche se si tratta di difetti minimi. Intorno a questo dato, però, sullo stesso forum è ripreso il dibattito. A me l’effetto del rilancio pare di pura interferenza. Si voleva imbastire un discorsetto sulla qualità ed entrare nel merito dello stile e delle scelte artistiche, si finisce per squalificare un “prodotto” per la sua natura fisica. Non vorrei sembrare manicheo, ma la stoffa dello stile non coincide con la qualità della carta e dell’inchiostro. La questione comunque mi sta a cuore e sono certo che la riprenderò meglio, quando mi sarà possibile.

La carie, effettivamente, non punge, ma determina una sensibilità nel dente che può tramutarsi in fitte improvvise, dovute per esempio a un rapido cambio di temperatura. In quel contesto, l’immagine mi sembrava sintetica ed efficace nel rendere l’idea.

La gallina che si perde nel biancospino è un “micro omaggio”: è in pratica una citazione da Flaubert. Ci si potrebbe chiedere: che senso ha questa citazione minima e occulta, che probabilmente nessun lettore sarebbe stato in grado di cogliere? La mia risposta è semplice: scrivere, per me, è anche dialogare con i morti. E non si tratta nemmeno di un vezzo (macabro): quell’immagine, semplicemente, è “tornata a galla” all’improvviso, mentre scrivevo il brano. Ecco, comunque, la citazione esatta:

Ella restò alcuni minuti con quella grossa carta tra le dita. Gli errori d’ortografia vi pullulavano, ma Emma seguiva il pensiero affettuoso, che vi chioccolava dentro, come una gallina mezzo nascosta entro una siepe di biancospino. (Gustavo Flaubert, La signora Bovary. Costumi di provincia, traduzione di Diego Valeri, Mondadori, 2° ed. 1942, p. 245)

Mi si potrebbe chiedere ragione più puntualmente non dell’immagine in generale, ma del verbo che ho scelto: perché la gallina “si perde”? Io ricordavo effettivamente così l’immagine, ho recuperato la citazione esatta solo ora. Ma non vorrei trovar riparo nell’inconscio, adesso. Credo di poter affermare, infatti, che tutte queste forzature sono coerenti, vanno nella stessa direzione, rispondono insomma a un impulso di senso generale, che chiarirò nel paragrafo successivo.

 

Nel merito dell’osservazione generale

Se spiegare un testo nelle scelte specifiche è, per certi versi, più semplice, meno agevole è rendere ragione dello stile in generale. Si finirebbe per compiere grandi discorsi di senso e di poetica, di necessità artistica o storica di quel determinato tratto predominante. Ma, per fortuna, qui non c’è in ballo il romanzo nel suo insieme, ma una sua porzione.

Mi si rimprovera di essere affetto da iperaggettivazione acuta. Per quanto mi reputi io stesso allergico agli eccessi di aggettivi, magari ne sono risultato effettivamente contaminato. Tuttavia, in merito al brano in questione, il tono ironico di quelle paginette a me pare sufficientemente percepibile (problema: qual è la soglia di sufficienza? su chi è tarata?). C’è un divertimento, un’arietta di parodia che doveva spirare su quella scena. Si tratta di una prosa volutamente zuccherosa (attenti: l’eccesso di zucchero provoca la carie). Direi meglio: nel brano c’è la rappresentazione di una banalità “veritiera” che mi interessava attraversare, che andava raccontata: una banalità che si mostra come tale, perché non è in grado di essere altrimenti. Che il tema non sia estemporaneo lo dimostrerei con un prelievo da un altro brano, piuttosto distante:

«L’avrai già inquadrata da solo. Basta guardarla. È la solita ragazza non stupida, ma che investe zero nello studio. La scuola per lei è solo l’anticamera verso la vita. E ha imparato che in questo mondo lei può farsi strada… come dire, elaborando altre strategie. Però non è nemmeno una svampitella. È una ragazza banale. E, naturalmente, lei non lo sa. Il dramma è questo.»

Si sta parlando, non per nulla, della stessa protagonista del brano criticato da Enrico.

Dunque, la spiegazione conclusiva sarebbe questa: tutti gli eccessi, tutte le esagerazioni (aggettivi in esubero, fisicità esasperata, ricalco di stereotipi, enfasi espressive e così via, quasi a raggiungere una climax finale con la citazione esorbitante e ulteriormente calcata) sono coerenti nel rendere una scena evidentemente impostata su un tono quasi sarcastico, in modo da permettere alla banalità dell’evento di ostentarsi con consapevolezza letteraria. Credo che un pittore debba essere in grado di dipingere un soggetto banale, senza creare per ciò stesso un’opera banale. Il trucco sta nel trovare una tonalità di colore, una prospettiva o qualsiasi altra strategia rappresentativa che distorca sottilmente l’oggetto, che gli conferisca un’inflessione aliena.

“Belle parole. Bell’esempio di superfetazione intellettuale. Proprio come nell’arte, le spiegazioni sono sempre più interessanti dell’opera, perché quell’immagine in sostanza è e resta banale”. Anticipo da solo la replica, perché sto per zittirmi: mi approssimo al limite della decenza.

Dunque, esattamente come capita per i refusi, quando l’autore non riesce a cogliere il tratto nella sua evidenza ma vi proietta sempre la propria lettura, in questo caso, c’è il rischio che io stia proiettando le mie intenzioni sulla pagina. Alla fine, è fuor di dubbio, come ho già chiarito, che sarà il lettore a giudicare (ma quale lettore?) perché c’è davvero un punto cieco per l’autore sulla sua opera. Tuttavia, a me pare ancora che qui degli indicatori per intendere la voce del testo ci siano, e precisamente sarebbero:

  • la coerenza interna di tutto il brano nel prendere una direzione caricaturale, come ho appena indicato
  • l’indice del volume, evidentemente di maniera, con funzione di guida e di depistaggio nei contenuti, ma anche di tonalità di approccio, almeno a livello di involucro
  • lo stacco perentorio rispetto ai contenuti del prologo, scritto in una prosa (mi sembra) appena increspata di un’ironia più grottesca e tragica, che solo alla fine sembra imboccare, ma con un’inquietudine non completamente esorcizzata, la via della leggerezza e del disincanto

Insomma: la valutazione di un’opera impone il continuo passaggio dal generale al particolare, dall’insieme al dettaglio. È lì che si verifica la tenuta delle strutture, la bontà del progetto – che non sono ancora, per carità, la dimostrazione del suo valore.

 

Postilla n.1: dell’arte di valutare se dar fiducia a un autore

Se restiamo nei paraggi della figura più immediata di lettore e nelle pratiche più ovvie del valutare un acquisto, l’arte del saggiare un libro è ben nota. Il mio stesso interlocutore, dal momento che mi permettevo di ringraziare dell’attenzione concessami anche da chi cercava di farsi un’idea del mio lavoro da qualche pagina, si è sentito in dovere di scrivere che la ricerca di un riscontro parziale è “l’unico modo per ‘verificare’ almeno in parte il proprio acquisto prima di farlo, allo stesso modo in cui, in libreria, è certamente concesso sfogliare un libro per coglierne un profumo, un’atmosfera e soprattutto lo stile”.

Si tratta di un’arte davvero raffinata, già richiamata da Enrico prima di esporsi al contatto con il testo. Ci sono infatti molti fattori che incidono, oltre alla lettura di qualche passo (possibilmente, però, compiendo un carotaggio un po’ distanziato, in modo da intrecciare subito il dettaglio particolare alla “vista d’insieme” dell’opera): il prestigio dell’editore (a meno che non si sia cercatori esattamente di ciò che un “grande editore” non è in grado di recepire), la copertina, il formato e il peso, la qualità della carta, l’impostazione tipografica del testo, le informazioni sull’autore, la sua eventuale fotografia… il nome dello scrittore, il titolo del libro… ma persino la posizione nello scaffale, la sua collocazione all’interno della libreria… E mi fermo qui, per non risultare paranoico o feticista.

La questione interessante, per me, è vedere se quest’arte riesce a migrare sul web. Questo è ciò che sottilmente mi ha divertito in tutta la chiacchierata sul forum. Le dinamiche del web sono altrettanto sottili e infinite: il suggerimento di una lettrice o una citazione intercettata in un brano o le stellette assegnate da un lettore o una microrecensione su Amazon o chissà che altro fanno nascere uno stimolo. Da qui, si cerca un brano del testo da saggiare, come nel caso di Enrico (ed è la soluzione più evoluta, tipica di chi si fida, insomma, della propria capacità di “sentire la stoffa” di un’opera strofinandone un lembo fra le dita) oppure si cercano notizie sull’autore, si trovano altri pareri, ci si imbatte in qualche recensione più approfondita… o magari si finisce in una chat, dove è uopo la sommarietà che facilmente degenera in battibecco e gusto della disputa fine a sé stessa.

Se mi sono permesso di sottrarmi a quel contesto e di riportare entro questi nuovi confini la mia “chiacchierata”, è per il gusto di confrontarsi seriamente e serenamente. Spero di esserci riuscito, senza aver equivocato le opinioni dei miei interlocutori o aver ribaltato il giochino in uno sterile e patetico tentativo di dimostrare alcunché. Non si tratta di additare la presunta imperizia di un lettore per far risaltare la propria bravura, che si incarnerebbe, compiaciuta, nell’opera. Tutto ciò sarebbe deprimente: vanità distillata, di secondo grado.

Io qui (sul margine finalmente raggiunto) non sono né bravo né incapace. Io qui non esisto nemmeno: avvengo.

 

Postilla n. 2: del giudizio che mi spezzerà

Nonostante le mie lunghe premesse e le sottolineature conclusive, sono certo che la spiegazione fornita risulterà a qualcuno comunque antipatica, saccente, prevenuta, preventiva, pelosa, noiosa, controproducente, schizofrenica, poco elegante, vana e chissà che altro. In tal caso, mi arrendo, e in segno di resa pianto sul confine che ho stabilito per definire la sensatezza e la decenza della risposta il mio vessillo:

“Ben venga, lettore o fratello d’armi,
il giudizio o il confronto che mi condannerà.
Ben venga lo sguardo capace di trafiggere le mie velleità.
Sarò grato in eterno a chi mi riconsegnerà,
libero e nudo, all’evidenza muta del mondo
– o a una nuova prova di scrittura,
più degna, più dura.
Entro il mio regno
solo questa ginnastica esistenziale
è l’esercizio che ci salva”

P.S. Si sente il tono serio e divertito insieme? Si può essere reboanti e sinceri allo stesso tempo? Dài, ci ho messo pure le rime facili e una posa da poesia…

 

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