Rubinetteria Frattini di San Maurizio d'Opaglio (NO)

Imparare a bottega (2)

Ieri raccontavo dell’«immenso lavoro sommerso di lettura e di confronto con tutti gli autori che ci proponevano dei loro componimenti» compiuto in seno alla rivista Atelier. Oggi, domani e dopodomani riproporrò alcune lettere, scelte come campionatura di quel lavoro sommerso. Mi sembra che da esse si ricavino tratti di una poetica ben marcata, che ha il pregio di emergere dal basso, dalla concretezza di un lavoro artigianale. Il pensiero mette dunque radici nell’esperienza.

Ovviamente, il linguaggio e il tono di queste lettere è diverso a seconda del destinatario, ma anche delle circostanze in cui sono nate. La prima lettera è evidentemente rivolta a Giuliano Ladolfi, che ha fondato e diretto con me la rivista, e che continua ancora a guidarla, dopo la mia decisione di distaccarmene.

L’immagine che ho scelto per questo post è la “copertina” generale del mio sito. La sua spiegazione si trova qui.

L’officina di Atelier. Lettere riaperte per Giuliano Ladolfi

Caro Capitano,
di tanto in tanto provo un forte di senso di colpa, come corresponsabile di Atelier, perché c’è una stiva reietta e sacra di questo brigantino perso in alto mare che non frequento più, e ti lascio solo, mentre ti ostini a occupartene. È il luogo dove si accumula la posta indistinta, dove si annida il possibile incontro con qualche clandestino saltato a bordo per salvarsi.
Forse esagero. Tutto passa ancora, in effetti, anche per le mie mani, ma sono le tue, sempre così premurose, a farsi carico di rispondere, di lasciare almeno un riscontro se non si riesce ad avviare un dialogo nel tempo – cosa che, peraltro, non di rado accade, per tuo merito.
E dire che tutto era cominciato da lì, dalla solitudine che noi per primi avevamo sperimentato quando desideravamo “entrare in rete” con altre realtà culturali che ci circondavano, quando ancora la Rete praticamente non c’era. Era il nostro sogno di farla finita con le lagne e tentare di costruirlo davvero, un pubblico di poesia, offrendo un servizio che rompesse l’ipocrisia e l’omertà imperversante, e non solo nel “sottobosco” letterario. Il sogno di leggere e di essere letti, di fare comunità, e innescare un processo critico che dal basso si aprisse e si allargasse in cerchi concentrici ogni volta più alti…
In questo segreto e potente lavorìo, tu hai sempre avuto il dono della comprensione, della mediazione, della modestia; io invece sono sempre stato, e in gran parte lo sono ancora, così impulsivo, intemperante, tanto che a rileggermi capisco bene quanto sia giustificato l’astio che ho molte volte sollevato. Eppure, nonostante tutto questo, sono qui a chiedermi chi di noi sia il più giovane. Sì, perché le doti che ti ho appena riconosciuto in te si sono sempre mirabilmente unite con un entusiasmo e una generosità che non sono mai venute meno, mentre io da un po’ di tempo mi limito a scrutare l’orizzonte e affronto i clandestini solo quando li sento già pericolosamente addosso. E reagisco, per lo più, ancora bruscamente: proprio perché sono più vecchio e saggio, mi dico con autocompiacente superbia.
Fatto sta che recentemente, probabilmente a causa di un soprassalto di scrupoli e di nostalgia, mi è capitato di scrivere di nuovo a qualcuno. Con questo vago sentimento, mi sono poi messo a cercare delle cose in qualche archivio lavorando ad altre faccende, fino a sorprendermi a rovistare tra vecchie lettere, inviate ad alcuni dei nostri interlocutori. Molti di loro non sappiamo nemmeno più chi siano, che fine abbiano fatto, e siamo dunque qui a chiederci se aveva senso tutto quel nostro “parlare ai fiori”, tutta quell’energia profusa intorno (nel vuoto? ma no, vedi, non l’ho detto, non mi sono ancora arreso). Mi sono così ritrovato con una serie di lettere (quanto infima rispetto alla totalità, tu soltanto lo sai!), e le ho rilette, con i sentimenti che ti lascio immaginare. Mi è parso però che nell’insieme si formasse quasi un romanzo, che raccontasse della nostra officina, che rendesse l’idea dei princìpi che hanno mosso e spronato il nostro progetto meglio di qualsiasi teorizzazione. Noi non ci siamo mai identificati in una poetica chiusa, eppure ci siamo dati tratti distintivi marcati. Li abbiamo maturati sul campo, nel fervere dell’esperienza. Siamo stati davvero poeti, in questo.
Mi è venuta voglia, così, di forzare in tuo onore questo scrigno. Riapro queste lettere e le rispedisco a te. Ho la vaga intuizione che sia questo, in fondo, il tesoro che stiamo trasportando sulla nostra navicella. È così? Ora queste lettere diventano tue, allora. Ti va di salire sulla coffa e lasciarle svolazzare nell’azzurro? Ti va di torcere il collo alla nostalgia e annusare di nuovo il vento?
Di tutto questo nostro tesoro segreto, facciamo vele e bandiere. Voglio un legno leggero per continuare a perdermi tra nuovi possibili avvistamenti e notizie improbabili di fortune leggendarie…
Ti va?

*  *  *  *

6 settembre 1996

Caro Domenico,

[…] Le tue poesie, dicevo. Prima di tutto, la cosa più importante: si sente che sono “vere”. Ti invito, perciò, a coltivare sempre questa tua “inclinazione”, e questo al di là dei risultati che riuscirai a ottenere. Pubblicare, per esempio, non è la cosa essenziale, e bisogna in ogni caso avere pazienza per dare i frutti del proprio lavoro al tempo giusto e nel modo giusto. Pensa a quanto spreco di energie ci circonda, quante parole spese inutilmente… La poesia non è, per sua natura, contro tutto ciò?

Ma la semplicità, la discrezione e la pulizia del tuo libricino mi sembra lascino trasparire una apprezzabile umiltà (cioè giusta considerazione, ovvero anche una certa dose, calibrata, di autostima…). Anche le tue lettere mi fanno credere che tu sia un appassionato, ma non un grafomane; uno che ha delle ricchezze interiori, e di ricchezze interiori ha fame, ma non un logorroico (gente che per sentirsi vivere, deve scrivere, mentre la scrittura dovrebbe essere un trampolino sulla vita e non un suo feticistico surrogato.)

Questa tua autenticità lascia però trasparire un eccessivo, seppure salutare, trasporto nei confronti della parola, del suo meraviglioso manifestarsi. È il segno del tuo entusiasmo, di ogni giovanile entusiasmo. Non devi soffocarlo, ma dosarlo, perché acquisti profondità.

Non so se riesco a farmi intendere. In termini stilistici, il mio discorso varrebbe: cerca il verso, non la parola che, seppur autentica, si limita a se stessa, diviene scintilla breve… Cerca un respiro più ampio per la tua poesia. Non fermarti alla prima scoperta, al primo lampo conoscitivo. Cerca la pagina limpida ma densa, che va in profondità. Cerca il ragionamento (poetico, si intende), o meglio la metafora, la situazione emblematica che racchiuda molti significati. Cerca, per porvi il seme della tua intuizione, non solo il terreno (linguistico, musicale) fertile, ma anche quello stratificato, ricco di risonanze, di implicazioni. Tira, con una poesia, non un filo solo, ma un ordito di significati. Cerca non la nota, ma l’armonia, la musica.

Per fare questo, devi anzitutto leggere molto. Leggere molta prosa, anche. E leggere i poemi, le poesie lunghe, intere raccolte di poesia. Finché troverai quella pagina “fitta”, che sembra dire tutto in una scena, in un quadro.

Non cercare lo stillicidio, pur sofferto e profondissimo, della parola ungarettiana. Noi scriviamo dopo Ungaretti. Non dobbiamo eccedere nel dire (come prima ti scrivevo), ma dire soltanto quando davvero ne vale la pena: quando parliamo dai fondali delle cose. Dobbiamo portare il peso di essere insieme gli ultimi e i primi a parlare: gli ultimi del Novecento, e i fondatori del nuovo.

I poeti devono ridarci il mondo. Di brevi frammenti inerti è già piena la nostra vita che è per questo abbastanza incasinata, insensata, senza direzione.

Se proprio senti congeniale al tuo modo di scrivere il frammento, l’illuminazione, il momento epifanico (e dunque superficiale, anche in senso buono), pensa alla fatica di Eliot nel “puntellare le sue rovine”, oppure alla strutturazione dei libri-poemi di Caproni, dai quali non si potrebbe leggere una poesia separatamente dalle altre.

*  *  *  *

6 sett 96

Gentile Signor * * *,

a stento cerco di scrivere una breve e pacata risposta dopo aver letto la sua scortese lettera, soprattutto dopo il suo… poco “mansueto” finale: “ed io ti perdono perché non sai e non potevi sapere”.

La sua dottissima esposizione di una idealistica storia delle poetiche, che lei confonde con la poesia, è un vero delirio di onnipotenza. […]

Non ho la forza per cercare di dimostrarle con altrettante citazioni e meditazioni personali quanto davvero lei sia “fuori tempo”, e la sua lettera non merita lo sforzo di ricordarle che lei scrive dopo Pasolini, Fortini, Luzi, Caproni, Bigongiari … ed ha per contemporanei Cucchi, De Angelis, Mussapi, D’Elia, Magrelli, Riccardi, Carifi, Fiori….. Tutta gente che lei non ha letto (nemmeno se i suoi occhi si sono fermati sulle pagine di qualcuno di loro, ma dubito anche di questo), e lo si capisce da come scrive e non solo da quello che scrive. Potrebbe, tra i contemporanei, avere qualcosa in comune al peggior Conte, per di più frainteso. Dante è eterno perché ha scritto nel suo tempo, per il suo tempo, al suo tempo, con le parole del suo tempo, anzi, creando le parole per il tempo a venire: essere presente, presentire il futuro… Dante aveva letto i suoi contemporanei, anche i minori, e lei, avendo citato addirittura Eliot come poeta avvicinabile alla sua linea (!!!!!!!!!!!!!!!), saprà quanto sia importante per il “talento” il confronto con la “tradizione”, e dunque leggere e conoscere i contemporanei serve a coltivare la propria originalità…

[…] La lascio […] con qualche semplice domanda: si risponda da solo. Anzi, le lasci risuonare dentro di sé senza rispondere […]. Sono domande che non possono non mettere in crisi qualsiasi “poetica” (io-sono-costantemente-in-crisi di fronte alle stesse domande, che mi pongo sempre senza aver la pretesa di metterle a tacere con un elenco insignificante di “ismi”, giacché ogni risposta vera è sempre personale: si “risponde” di una cosa quando se ne assume la “responsabilità”, e dunque pago di “persona” le conseguenze della “risposta”). Le scrivo rileggendo la sua lettera.

Può un filosofo sapere che cosa è la poesia? O la poesia è una pratica che sfugge alla filosofia, proprio in quanto esperienza non esperita?

Che cosa sono la natura, la realtà, la realtà superiore…? Come posso parlare di loro, non creandole con i concetti del mio dire, ma lasciandole parlare con il mio dire-ascoltare?

Una poetica, cioè una teoria nata da una esperienza, può stabilire il valore di una poesia, che emerge ed esiste solo nell’esperienza della stessa? Se esistono tante poetiche, non esistono forse tante diverse esperienze di poesia? E forse, dunque, la poesia di Eliot non potrebbe, pur rimanendo nel comune ambito della poesia (che è una esperienza, non una teoria, come il nome stesso ricorda), non essere la stessa esperienza della poesia di Leopardi, o di Carducci, o di Ariosto, che infatti scrivevano in modo diverso, facevano cose diverse con la loro scrittura?

Se la poesia raccoglie molteplici esperienze del poetico, ed ha valore conoscitivo, non esistono allora diverse esperienze di una stessa verità, piani diversi di conoscenza? Allora preferire un poeta a un altro significa e-leggere una prospettiva sulla verità?

Ma che cosa è la verità? Può la poesia raggiungerla? Perché? Come? Come può “donarla” a tutto ciò che non è poesia, e dunque non può esperire la verità secondo i suoi mezzi ma la cercherà attraverso altre pratiche, altri livelli di conoscenza, altri rapporti con la stessa verità?

Come si può contemporaneamente dire, con un Aristotele superficialmente letto e scolasticamente citato, che la poesia è superiore alla storia perché tocca l’universale e non il particolare, e insieme che “la poesia deve avere radici profonde nella storia, e deve raccontarla perché è storia, e il poeta è (sic) l’espressione della volontà collettiva?” Ma che cosa sono l’universale e il particolare? Non è forse vero che troviamo l’universale solo nel particolare, concretamente, e dunque la poesia è, come diceva Maritain, divinazione dello spirituale nel materiale, cioè anche riverbero dell’eterno nel contingente?

Scrivere per amore della poesia e non di sé non implica un radicale tacere di sé (da cui, se si vuole, la poetica eliotiana dell’impersonalità del poeta)? Pubblicare un libro non significa accettarne le critiche, essere responsabili della propria parola, compiere in essa il sacrificio di sé, cioè, appunto, il mettersi a tacere perché essa, e non io, possa parlare?

*  *  *  *

22 ottobre 1996

Caro Nicola,

[…] Un appunto serio, invece, voglio fartelo. A che cosa servono quel mucchio di giudizi critici in fondo al libro? Ti assicuro che un libro di poesia non ne ha bisogno. Piuttosto, può servire una buona prefazione, ma anche in quel caso bisognerebbe pensarci su quattro volte almeno. Se un libro ha peso, non ha bisogno di altri puntelli, che, per giunta non possono essere guardati che con sospetto.

Meglio il totale silenzio su una propria opera, piuttosto che racimolare giudizi che non hanno, visto il loro contesto (lettera personale o recensione per pseudo-riviste…), altra utilità se non quella di lustrare il nome di chi, sapendo benissimo di parlare nel vuoto, non ha la necessità di misurare le parole.

*  *  *  *

13 luglio 1997

Carissimo Gennaro,

[…] Ma siccome, tra amici, i complimenti non servono e restano sempre sottintesi, se non nei momenti in cui è primario “rendere giustizia” all’altro o ricordargli i meriti quando viene svalutato, vorrei esprimerti qualche considerazione critica. […]

La tua nota introduttiva è veramente fastidiosa. C’è troppo risentimento, troppa saccenteria. È tutto giusto quello che dici, probabilmente, ma non era quello il modo e soprattutto il luogo appropriato. Le tue poesie sono già astiose di natura, dopo quello sfogo indignato e inutile, diventano addirittura acide.

Non credere che la rabbia, l’ira, l’indignazione, il risentimento, l’umor nero e quant’altro non si addicano, secondo me, alla poesia. Non sto dicendo questo.

E poi, suvvia, un po’ di umiltà: le tue poesie non potevano essere pubblicate da Einaudi o Feltrinelli. Se credi che ciò dipenda dal fatto che non hai un nome, se ti dài questa accomodante risposta (“è tutta una mafia, se non ne fai parte, non ti considerano…”), e cioè sei veramente convinto che le tue poesie meritassero di entrare nelle più importanti collane di poesia italiana, sbagli. […]

L’umiltà è infinita, diceva Eliot. Ed è certamente più importante della poesia.

Pubblicare da Einaudi, poi, non è detto che cambi la vita. C’è chi lo ha fatto ed è ora completamente dimenticato: Solliazzo, Zanichelli… (E cito due autori che ho recentemente spostato nella mia libreria per far posto a Sissa e Ritrovato, editi dalla Book, o Piccini, edito da Cultura Duemila Editrice, o Giuntini, edito da Rebellato….).

Giampiero Neri ha pubblicato la raccolta completa delle sue poesie da Coliseum! Margherita Guidacci ha libri sparsi in tanti piccoli editori. Dico: Neri, Guidacci. Non * * * e Merlin.

Mi sono dilungato su questa considerazione, perché già inerente alla tua poesia, che mi sembra satura di intenzioni, di saputa intelligenza, di arguzia e ironia. Gonfia, insomma. Piena di affermazioni, di bravure, di colpi d’artificio. Vi ho trovato tante idee, certo, tantissime. Ma non la musica delle immagini, le visioni, i simboli, le cose in cui si incarnano quelle idee. Le tue poesie sono un discorso atteggiato, e si sente che hai il dono del gusto delle parole, hai il pieno possesso delle tue idee. Ma è proprio questo il tuo limite: il pieno possesso delle tue idee. Anche se dici che la scrittura è scoperta, rivelazione ecc. Avere la vocazione e le idee è un privilegio che i poeti non si concedono: solo gli altri hanno l’autorità per farlo.

*  *  *  *

26 settembre 1997

Caro Riccardo,

[…] Con funambolismo sperimentale, non indicavo niente di denigrante. Riconosco alla poesia tutto lo spazio tecnico che vuoi, ma permettimi di insistere su un punto discriminante: certe frivolezze lasciano il tempo che trovano. Lo sperimentalismo più efficace, secondo me, non prescinde dal senso (c’è ancora chi fonda la propria concezione linguistica sulle aporie desaussuriane piuttosto che sulle acquisizioni di un Benveniste, per intenderci); certe infrazioni del codice ricadono nella vacuità. Per una semplicissima legge di economia, una virgola all’inizio di strofe è ridondante rispetto allo spazio bianco già presupposto. Ma, per carità, questo è solo un esempio: figurati se un lettore di poesia contemporanea si scandalizza su una virgola. Tra l’altro, anch’io sono per un utilizzo connotativo della punteggiatura, nei testi creativi, e non difendo affatto alcun codice prestabilito, che è solo un simulacro storico.

Questo, dunque, è solo un esempio. E certo, approfondendo il discorso, ci scontreremmo, più che su due concezioni poetiche divergenti, su due diversi modi di giocarsi qualcosa nella scrittura (due diverse intenzioni). Mi scrivi: «Se capire etimologicamente significa prima di tutto “contenere”, la poesia dev’essere un contenitore: di cosa, poi, io preferisco lasciarlo alla cristologia». È una bella frase a effetto, ma tremenda: la poesia non è un caleidoscopio vuoto, un sogno vacuo, un gioco di specchi sul nulla. Ecco, diciamo così: io nei miei versi scommetto qualcosa che mi riguarda.

Non credere adesso che sia così stupito da non capire che anche per te è lo stesso. Rifletti su questo, però: che senso ha quella scommessa? In altre parole: per chi scrivi? Questa non è una domanda teorica, ma un buco che dovrebbe aprirsi nella coscienza di ogni scrittore. Se non senti un senso di mancamento interiore, non tentare nemmeno di rispondere a questa domanda: non è il momento. Ti dico questo perché per molto tempo credevo di aver risposto a quella domanda (prima ancora, per la verità, la sentivo insensata), ma non era vero.

C’è anche la possibilità che tu abbia già dato una risposta a tale domanda. Ebbene, tienitela per te. Non è questo il punto. Puoi rispondere: “scrivo per me”, e da qui trai tutte le conseguenze. Ma credo che solo se uno sente degli occhi oltre la pagina la sua scrittura acquista profondità, buca il foglio. Una parola necessaria è quella, e soltanto quella, in cui metto in gioco qualcosa di mio, e cioè lo espongo.

Ora, non fraintendermi un’altra volta. Non sono a priori contro o a favore di una scrittura autobiografica. Sono soltanto per una scrittura temprata al fuoco delle proprie intenzioni. C’è chi scrive per divertirsi, esattamente come risolverebbe le parole crociate. Niente di male in questo.

Anche per te, sono certo, la poesia non è un caleidoscopio vuoto. Questo è il punto tremendo della tua frase. Allora, che cosa c’è da capire nella poesia? Che cosa ci metti dentro? Chiami in causa la cristologia (seriamente scherzando). Dici che non sei responsabile dell’elaborazione secondaria che è la scrittura (poesia=sogno). Dici che non vuoi complicità con il lettore (e fai bene, quello che conta è quell’unico sguardo che la tua scrittura presuppone o crea, e non lo sguardo falsificante del “pubblico”): ne saresti “dimidiato”. Cosa posso dedurne, escludendo l’ipotesi circense della poesia (che pure può raggiungere vacuità vertiginose, quasi una vera e propria ontologia del nulla, una contro-realtà immaginaria: vedi il caso dell’istrionismo puro di un Carmelo Bene)? Anzitutto, che sei su un altro livello persino rispetto all’ontologia del linguaggio zanzottiana, che risulterebbe ancora una volta una poesia da laboratorio. Se dovessi prenderti sul serio, intenderei così le tue indicazioni: “quando scrivo, trascendo il mio stato naturale della coscienza e aderisco perfettamente alla mia anima, che non ha parole ma, appunto, le è [così mi scrivi]. Rientrando nel mio stato ordinario, trascrivo come posso, ma già tradendo, il sogno cui ho assistito, che alla fine non posso più interpretare, se non per barlumi”.

Di teorie siffatte ne circolano molte, di questi tempi, anche ad alto livello. Di buono c’è che esse implicano che nella scrittura ci si giochi tutto. Siamo davvero nel campo della mistica.

Ma è davvero questo quello in cui credi? Sei anche tu un felice delirante dell’era novella?

Ma guarda un po’ dove sono andato a finire. Addio coerenza, forse questa lettera ti metterà più in confusione circa le mie idee di prima. Ma sono d’accordo con te sul fatto che la poesia incarna nella propria forma il movente, per questo mi chiedo quale movente muove (sic) le tue poesie così rarefatte, intellettuali, formalistiche. Ci intendiamo? Anch’io non mi sento responsabile delle ossessioni di cui, anzi, voglio proprio liberarmi, scrivendo. Ma ci sono ossessioni da letteratura e deliri da New Age.

Siamo tutti coi piedi per terra, caro Riccardo, proviamo tutti le stesse emozioni, che filtriamo personalmente. Ma non ci capiamo. Perché? Esiste un luogo disarmante da cui parlare, dove ci si intende, dove non ci portiamo dietro il bagaglio pesante delle nostre intenzioni distorte? Per me, questo luogo comunitario che non mi disintegra, questo respiro cosmico e intimo, è proprio la poesia. Non leggo poesia per “capire”: leggo poesia per comprendere, cioè comprendermi e dilatarmi (sentirmi preso) allo stesso tempo. Mi interessa non l’intelligibilità, ma la comunicazione estetica.

Vedi, finisco anch’io nella mistica. Non credo in una poesia “ingenua”. Credo in un sogno che mi investe e mi lascia, non so perché, pieno di responsabilità: devo illimpidirlo, quel sogno, liberarmi. Non tradirlo: quello sguardo che buca il foglio sa dove fingo, dove voglio far vedere io qualcosa che in realtà non c’è o, se c’è, dovrebbe emergere senza il mio peso addosso.

Abbandonando per un attimo la mistica: ci sono poesie da laboratorio (quella che mi inviti a comporre per risponderti) e poesie che, a scapito di tutte le teorie, quando le leggi ti parlano. Parlano davvero a te: condividono il tuo destino. Ci sono cose che vuoi dire, e ci sono cose di cui diventi testimone, che devono essere dette.

[…] E attento: l’esibizione più orrenda è quella che si cela dentro alla propria coscienza. Da questa volevo metterti in guardia (ma non voglio assolutamente camminare nella tua testa: mi fido di quello che dici, la mie riflessioni restano congetture, fraintendimenti, parole che sento di dover dire perché ho bisogno di ascoltarle). Mi metto sempre in guardia dal rischio di ridurmi a un rapporto intellettualistico con la vita. Tu scrivi: non so riconoscere un mondo se non attraverso le magiche caverne della lingua; non sai del greto, senza l’acqua del torrente che lo rifrange in mille pieghe. Ma la lingua è solo una parte del nostro pensiero. Noi diventiamo linguaggio (non lingua) e siamo anche pensiero per immagini, silenzio semantico, incessante incarnazione oltre i concetti. Il greto, per saperlo, devo andarlo a scoprire, fuori della pagina, oltre le parole: nella coscienza che si apre al contatto con quella realtà “fisica”. Sulla pagina cerco di riportare le risonanze che ha provocato nella coscienza. Sulla pagina conta lo stile. L’io non c’entra un bel nulla di fronte a questi “fondali dell’esistenza”. L’io non esiste. Almeno in quel luogo in cui mi porta la poesia. L’io esiste, guarda caso, proprio nella lingua, che crediamo di parlare e invece ci parla.

Mi dispiace, ma proprio non riesco a coagulare in una teoria composta queste riflessioni magmatiche. Ancora una volta, la temperatura si è fatta troppo alta e le intenzioni si sono sciolte. Che dire? Scrivo poesia per vendicare tutti i bambini del mondo.

*  *  *  *

martedì 11 novembre 1997

Stim.mo dr. * * *,

[…] Provo a spiegarmi meglio utilizzando ad esempio la poesia inedita che ci ha inviato: Momento (II) (già il titolo è emblematico).

I due primi versi sono limpidamente comunicativi, ma per questo anche trasparenti, banali: «Stasera piove. / Sono scuri i tuoi occhi.» Inoltre, sono come due note isolate: due versi che coincidono con un’unica proposizione.

Con un’immagine, mi sembra che un pianista, volendo esprimere sentimenti di cui pure conosco l’intensa bellezza, esprima la propria creatività premendo due volte con un dito un tasto. Due note isolate, insomma, mi sembrano questi primi versi; note certamente non prive di un loro fascino, persino dovuto alla risonanza che nasce dalla loro solitudine (si tratta, peraltro, di note pulite e squillanti: un quinario e un settenario…). Tuttavia, per continuare nella metafora, non è ammissibile che il pianista continui con questa cadenza, esprimendo la propria sinfonia con un semplice seppur puro susseguirsi di note singole. Per questo le dicevo che sono per una poesia più organica, intendendo con questo una poesia che si basa sull’armonia (compresenza di più note: molti pensieri che si intrecciano in un verso che è già una microsequenza musicale ricca di movimenti, di “sviluppo” fonico e semantico), sulla sovrapposizione e moltiplicazione interna di tutti i propri livelli di lettura (metrico, contenutistico, lessicale, visuale… insomma, “stilistico”).

 

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