Roscigno Vecchia. Murature antiche

Cade la terra (di Carmen Pellegrino)

Ha ragione Andrea Di Consoli quando afferma che «Cade la terra è un tassello romanzesco importante della grande letteratura meridionale novecentesca. Che venga pubblicato ora, in altro secolo, è solo la dimostrazione che gli orologi non sempre indicano l’ora esatta».

Del resto è la stessa autrice, Carmen Pellegrino, a definire nella sua nota conclusiva la costellazione di riferimenti letterari di cui si nutre questo romanzo, che per certi versi si potrebbe intendere proprio come un compendio di storie raccontate con quel particolare tono asciutto, privo di compiacimento, che dà forma nella “grande letteratura meridionale” all’epica di vite reiette, di sconfitti e di dimenticati dalla storia.

A cucire insieme questa antologia di personaggi emblematici, colpiti dalla sovrana ingiustizia del progresso, della legge, della storia, della natura stessa, è una voce femminile (Estella) che assurge al ruolo di protagonista, una sorta di Parca che cuce le vicende degli altri intrecciandole alla propria.

C’è un’evidente malìa nelle cose abbandonate, nei paesi disabitati, nei luoghi in cui si riconosce la traccia, non sempre positiva, del passaggio dell’uomo. C’era dunque il pericolo di cedere, nella narrazione di queste storie, a un’inflessione elegiaca, che invece Carmen Pellegrino ha abilmente scongiurato, sia appropriandosi, come suggerito, di quel tono narrativo così specifico della letteratura meridionale novecentesca, sia congegnando una struttura a cornice e prestando particolare attenzione allo sviluppo delle storie, tra disvelamento di dettagli, incroci di personaggi, ritorno sulle figure-cardine (a quella di Estella fa da contraltare quella di Marcello, come diremo).

Il paese narrato, che prende spunto anche da luoghi reali, diventa allegoria macroscopica, nel suo inesorabile franare, di una visione universale: il destino di ogni cosa è il progressivo disfacimento. Ma questa disfatta cosmica è ormai raccontabile superando, senza eroismi, la disperazione che inizialmente ne deriva (per quel che mi riguarda, ne farei un discorso persino storico: stiamo finalmente superando il “male di vivere”, la depressione psichica novecentesca?). Ciò non significa che la soluzione sia consolante, perché è pericolosamente prossima a una lucida follia, ma quanto meno si indovina un’ipotesi di pace che rimane sospesa nell’aria, chiudendo il libro.

Alento è dunque un borgo, sotto la protezione di una “Madonna della Frana”, che viene abbandonato inesorabilmente, perché continua a rovinare, a precipitare nel suo destino. Eppure, questo smottamento perpetuo appare nella narrazione come congelato, bloccato in una dimensione di minaccia costante. Solo di tanto in tanto ne abbiamo richiami, specialmente nelle scene che incorniciano le storie dei suoi abitanti. A precipitare, semmai, sono le esistenze, risucchiate rapidamente nel loro destino. Solo Estella decide di rimanere ad Alento, di identificarsi in quella catastrofe impietosamente lenta, finanche impercettibile. Non è difficile leggere in queste figure la volontà dell’autrice di portare il suo sguardo consapevole in zone in cui tale consapevolezza è bandita, in quanto estranea, addirittura sospetta, pericolosa. Sono le zone di quelle sottovite di uomini “fessi”, di bifolchi a tratti bruti, che non sanno cantare i loro sentimenti, per cui soffrono di un dolore muto, così prossimo a quello delle bestie. Ma, attenzione, in questo viaggio pietoso, compiuto dall’autrice, non c’è regressione e, soprattutto, non c’è posa sacerdotale. Sarebbe infatti piuttosto semplice affermare che il compito di chi scrive è quello di redimere le vite reiette dei personaggi; sarebbe consolante. In tal senso, è strategica la presenza di Marcello, che incalza e mette in dubbio le verità di Estella, che a sua volta si rivela essere, non a caso, una “sconsacrata”.

Tutto potrebbe essere solo un delirio e questo lascia penetrare il gelido soffio dell’assurdo, una morsa tragica che contribuisce a recidere l’elegia. Una domanda pare aleggiare, sottotraccia: che cosa sarebbe il mondo, senza lo sguardo dell’uomo? Il paesaggio, la natura, l’universo intero, riprecipitati nella loro mutezza, che cosa diventerebbero, se non un inquietante appello senza risposta? Che cosa diverrebbero tutti gli oggetti così potentemente intrisi di senso (denti, berretti, lampadine, lettere, cioccolata, bottoni) che Estella raccoglie, se non ci fosse più storia, se non potessero più farsi dono (pur con quella parte di “offesa”che reca in sé ogni dono)?

Il finale riapre per questo i conti con i morti e teatralizza (pirandellianamente) la poetica dell’autrice. In queste pagine, sentiamo l’invito a continuare a vivere, anche in faccia alla morte, pur senza pensare di poter redimere ciò che è irredimibile. Servirebbe un’altra vita, ma dal momento che dal nostro orizzonte storico è ormai, di fatto, bandita ogni superstizione, a noi non resta che affidarci alla letteratura.

Eppure i morti ci chiedono questo: non la memoria, non la ripetizione della loro esistenza, ma un’altra storia, un’altra vita.

Così, non si scrive più per salvare dalla morte, ma per renderla giusta. Si scrive per essere degni del lusso di vivere e di dimenticare.

Si scrive per perdonare.

 

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