Dell'Amore e di altri Demoni, di Giuliana Iannotti, 30x160cm

Autenticare la solitudine

(L’opera scelta come copertina è di Giuliana Iannotti.
Cliccare sull’immagine per la visualizzazione completa)

Parlare in termini generazionali non è un trucco per ritagliarsi un posto nella repubblica delle lettere, ma una pratica che può – se gestita con la dovuta cautela – tramutarsi in un’occasione di crescita. Creare una rete di rapporti, passarsi di mano in mano le raccolte inedite, generare attese oppure sensi di disaffezione rispetto a talune opzioni stilistiche (e quindi umane), insomma porre un orizzonte di riferimento, seppur problematico, garantisce un incremento di consapevolezza.

Si moltiplicano le esperienze, si evita di impantanarsi entro prospettive esauste appena un passo oltre il nostro ego. Va da sé che la caratteristica di questa “rete generazionale”, perché il meccanismo virtuoso funzioni, deve essere la passione di smascherare le ipocrisie e porre richieste intellettuali alte, non la voglia di costituire un gruppo chiuso entro cui compiacersi. Negli amici bisogna cercare la critica, non il conforto; nel rapporto con gli altri l’autenticazione della propria solitudine, oltre il solipsismo ingenuo. D’altronde, chi potrà leggerci davvero? Non certo coloro i quali ci riserveranno qualche riga nelle scuole di poesia o nelle rubriche analoghe sui periodici patinati delle edicole. Potrà leggerci veramente solo chi condivide il nostro “tempo interiore”: più rari ed elettivi sono i confronti di tal genere con scrittori “affermati”.

Il sentimento della propria generazione, in qualsiasi forma si qualifichi, è indispensabile per tentare parole che sentano addosso lo sguardo reale dell’altro; tale sentimento serve, almeno all’inizio, per avvertire il soffio intransigente dell’amico sulle braci dei nostri desideri: «Lì m’ingrembo / e genero un’affermazione».

Ed è con tale disposizione che rileggo adesso le poesie di Paolo Fichera (nato a Sesto San Giovanni nel 1972), sul sito www.geocities.com/nabanassar/. Di questo ragazzo conobbi qualche anno fa la stretta di mano e l’occhio mosso da una feroce tenerezza: qualità che riconosco ora nella strepitosa crescita della sua voce, lievitata nel silenzioso dialogo con altri occhi segreti, eppure indubitabilmente veri, anche nell’assenza:

Mi slabbro in te
come in un setaccio d’orzo,
di cose alla rinfusa
che tengono un vento di detriti
in un’eco, diseguale all’attesa,
all’ansia persa nella carne bianca
lavorata dall’utero che mi lavora
ancora, estranea allo scheletro
di chi muore accanto a me,
al mio sperma sulla tua schiena
per crollare nel ciglio stantio che semina
il nostro esserci nella resa.

Paolo Fichera

(da Mosse per la guerra dei talenti, 2007)

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