Il naufragio, di Barbara Ghisi, 2004, olio su tela, cm 40x100 (collezione privata)

Vivere senza patteggiamenti

(L’opera scelta come copertina è di Barbara Ghisi.
Cliccare sull’immagine per la visualizzazione completa)

Occorre tentare la visione, puntare in alto, rischiare il fallimento, almeno per quanto riguarda la poesia. Se in narrativa cercare di “fare carriera” o comunque ambire a trovare un proprio pubblico ha ancora senso, in qualche modo, in poesia non esistono carriere. Esiste l’orizzonte, assoluto, dell’arte. Lo sostengo da tempo…

Non dovete pensare che sia un sogno
essere germogliati dalla cenere del fiore
dalla voragine dell’albero.
Io recito qui le mie appassite lunazioni
e la mia carne è un abito tormentoso,
la greve armatura che mi nasconde
agli spiragli del desiderio.
Non sono che un volatile ramarro, una felce
confusa al verde retrattile dell’imbrunire,
ostinato mi liquefa come la roccia
sulla mano serrata e non ho nome
poiché non ha nome il mare inesorabile
che mi ha espulso.

Adriano Napoli

Quanti sono i poeti intorno ai trent’anni che potrebbero essere annoverati fra le “promesse” delle prossime stagioni letterarie? Più di cento. Troppi – se si guardasse con l’occhio del critico. Una tale quantità induce a una considerazione: un giudizio estremamente positivo sullo stato attuale della poesia e uno diametralmente opposto finirebbero per coincidere: tutti bravi o tutti scarsi che siano i poeti, nessuna figura risulterebbe incisiva.

Per questo non ha più senso affannarsi per una carriera aggrappandosi alla propria dignità “locale”. Bisogna puntare in alto. Guardare oltre la poesia italiana. Tentare (in qualunque stile, anche quello apparentemente semplice di chi ha attraversato l’intera tradizione) la magnificenza della visione.

La raccolta L’albero di Giuda (edizioni Joker 2003) del trentenne Adriano Napoli muove inconsapevolmente i passi da qui. Tesse la sua trama con simboli forti, espressionistici (il sangue, le presenze ferine della natura, le figure di una religiosità controversa), è sapida di letture contemporanee (Sandro Montalto coglie nei versi citati l’eco magrelliana di una coscienza che abita il proprio corpo con troppa, sofferta consapevolezza – qui però più “carnale” che razionale), ma si misura soprattutto con le figure gigantesche della modernità, come testimonia un attacco eliotiano del tipo: «Città silenziosa, tu dormi…». Se si percepisce un tono a tratti troppo lirico (che siano anticorpi “lombardi” ormai insani a dettare l’impressione?), specie nel ripiegamento nostalgico dell’ultima parte della raccolta, dove si accreditano accenti persino canzonettistici («E mi ritorni in mente / una domenica di tanti anni fa»), la sfida contro «le metafore quelle deliziose soprattutto / con cui fa giubbetto la carneade degli scribacchini» è tuttavia stata lanciata: quando il poeta troverà la forza di proiettare in avanti la propria mitologia, c’è da credere che vivrà senza patteggiamenti la scommessa di dare voce all’amore persino attraverso lo scandalo, come i colloqui con l’albero di Giuda di questo esordio.

 

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