Nizza, la Turchia e i programmi scolastici

Alcuni miei studenti erano a Nizza e hanno assistito agli eventi

Ogni tanto qualcuno storce il naso quando racconto che, come insegnante di storia, per me è fondamentale parlare dell’attualità e concludere il ciclo scolastico della scuola media studiando in modo approfondito i nostri decenni. Qualche volta, addirittura, provoco il mio interlocutore affermando che non è così importante nemmeno mantenere il percorso cronologico, per insegnare la storia, e che non ha senso perdere troppo tempo, tanto per proporre un esempio, sull’epoca giolittiana, quando non si analizzano con attenzione i processi entro cui siamo immersi. Credo fermamente che come insegnante sia mio dovere fornire un orientamento ai miei studenti. So già che il mio interlocutore, a quel punto, sosterrà che parlare della storia contemporanea è pericoloso, anche perché è impossibile offrire un punto di vista impersonale, politicamente imparziale, sui fatti contemporanei. Come se raccontare secoli di “civilizzazione” del mondo da parte dell’Occidente fosse un discorso neutro…Ma questa terribile estate mi sta fornendo troppo materiale incandescente per non insistere sul mio approccio didattico: la Brexit, la strage di Nizza, il tentativo di Golpe in Turchia

Tanto più che alcuni miei studenti si sono trovati coinvolti direttamente nella terribile vicenda di Nizza.

Ecco il racconto riportato sulla pagina novarese del giornale “La Stampa” del 16 luglio:

La gita degli undici liceali del Don Bosco di Borgomanero

«Avevamo appena terminato di vedere i fuochi, bellissimi, quando abbiamo sentito sparare, urlare, gente che scappava da tutte le parti. Allora ci siamo messi tutti a correre coi nostri accompagnatori. Siamo arrivati in albergo e ci siamo rinchiusi dentro, a farci coraggio». Chiara Paonessa è una delle sei studentesse e dei cinque studenti del liceo «Don Bosco» di Borgomanero, che si trovavano a Cannes per un campo scuola estivo di formazione culturale; gli studenti e i loro accompagnatori erano sulla Promenade des Anglais, a qualche decina di metri dal tir-killer. Con Chiara c’era Giulia Goio: «Ho fatto appena in tempo a voltarmi indietro e ho visto una scena terribile, la gente che cadeva a terra, colpita».

Il gruppo era accompagnato da due salesiani del collegio di Borgomanero, don Alessandro Borsello e don Alessandro Basso. I ragazzi in questi giorni hanno visitato il museo di Chagall, il museo oceanografico e nella giornata che precedeva la partenza il programma prevedeva lo spettacolo dei fuochi per il 14 luglio. «È stato un campo estivo molto bello, con ragazzi entusiasti, ma ormai un po’ stanchi. Così, sulla Promenade, abbiamo deciso di incamminarci verso l’albergo. Prima – dice don Basso – volevo fare vedere loro uno dei simboli della Costa Azzurra, l’hotel Negresco di Nizza. Ci stavamo avvicinando quando è successo il finimondo: si sentivano gli spari vicini, le urla della gente, e la nostra reazione immediata è stata quella di prendere i ragazzi e di allontanarli subito da quella zona. Il mattino successivo siamo andati a Villefranches e lì, prima della partenza abbiamo celebrato una messa in suffragio delle vittime».

E dire che Nizza era stata scelta dai genitori degli studenti al posto di Parigi, considerata troppo pericolosa: «È proprio così – racconta Fabio Facchin, che ha la figlia nel gruppo di studio – tutti pensavamo che la città a rischio fosse Parigi, e invece ecco quello che è capitato. Sembrava quasi che me lo sentissi: la sera prima ho sentito Francesca al cellulare e le ho raccomandato di stare sempre vicina agli insegnanti». Serena Borgna, insegnante di latino e greco, avrebbe dovuto accompagnare i ragazzi, ma all’ultimo è rimasta a casa: «Quest’anno la meta era Parigi, ma molti genitori non hanno iscritto i ragazzi proprio per paura, e allora si è optato per Nizza».

 

 

2 commenti
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    Salvatore dice:

    Ricordo con piacere il mio professore di storia e letteratura. Ricordo che insisteva nel dire che i fatti, prima di essere studiati, devo storicizzarsi. Cioè devono diventare storia affinché li si possa guardare con occhio critico imparziale. Secondo lui servivano almeno cinquant’anni perché il processo di storicizzazione compiesse il suo ciclo, forse anche di più. Tuttavia, questo, non gli ha mai impedito di comunicarci la sua circa i fatti, molto meno tragici, che andavano all’epoca in cui io ero ancora uno studente: circa venti-venticinque anni fa: l’inizio dell’era berlusconiana. Ricordo anche che grazie a quel professore mi appassionai di storia. Io ho sempre visto la storia come un continuum temporale. Alcuni insegnanti dividono invece le epoche in camere stagne, come se i fatti accaduti dopo non siano collegati a quelli accaduti prima. Forse, da un punto di vista pedagogico, è un approccio che ha delle ragioni, ma gli studenti devono comunque abituarsi a vedere la storia non come uno studio mnemonico di date e nomi, ma un vero e proprio racconto; un racconto il cui inizio si perde nella notte dei tempi e che senza pause si evolve fino ai giorni nostri e, si spera, oltre.

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    Monica Ambrosi dice:

    Anch’io concordo sul fatto che bisogna dare più spazio all’attualità e guidare i ragazzi ad un pensiero critico, per quanto possibile. Io lo faccio soprattutto quando insegno geografia e, con una collega che mi affianca, quando accade qualcosa di importante “blocco” il programma e mi fermo per ricercare le notizie, le possibili spiegazioni e interpretazioni di ciò che è avvenuto. Sollecitiamo gli alunni a cercare loro stessi notizie e a formarsi un’opinione. Mi pare tempo ben speso, soprattutto quando constato che molti ragazzi non hanno alcun interlocutore a casa con cui confrontarsi. Inoltre la mia, come molte ormai, è una scuola multietnica perciò è un ambiente favorevole all’educazione al confronto rispettoso e aperto alle varie posizioni. Abbiamo anche invitato un giornalista dell’Espresso che ha parlato ai ragazzi di molti temi suscitando davvero un grande interesse!

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