Popole Misenga si allena vicino a casa sua, a Rio de Janeiro, il 27 maggio. (Felipe Dana, Ap/Ansa)

Sommersi, non salvabili

Davide Brullo mi manda questo testo, per inserirsi nei ragionamenti sul tema generazionale che sto approntando, in vista di domenica. Sa bene che concordo per filo e per segno, in particolare per quella impossibilità di riconoscere i libri importanti che pur ci sono, persi come diamanti nel cuore duro della montagna della nostra epoca. Io, in questi giorni, mi sto fissando su un’immagine, che deve ancora accadere: la parata di un gruppo di atleti profughi, alle prossime Olimpiadi. Ecco, l’opera comune sta diventando qualcosa del genere. Scrittori che restano legati alla loro lingua, alla loro tradizione, ma che ormai devono abbandonarla, perché in essa non hanno più cittadinanza. Scrittori che portano il loro talento dentro un nuovo alveo: il sogno di una letteratura mondiale, che non sia una paccottiglia insensata, ma un grandioso concerto di differenze, una festa di innesti, un’amorosa competizione nel superarsi in disciplina e potenza di visione.

Eccovi il testo di Brullo, uno dei pochi poeti in circolazione che sa quel che dice:

Ancora ancoro la gioia al ferro. «Siamo l’ultima generazione prima dei social, ricordi, ci scrivevamo delle lettere come ai primi del Novecento». Così brilla tra le mie costole la voce di Isabella Leardini. E chi se lo ricorda. In qualche modo questa tredicesima edizione di ParcoPoesia, che accadrà dal 23 al 24 luglio al Castel Sismondo di Rimini, sarà decisiva. Il “Festival della poesia giovane”, infatti, ragiona su quelli che erano giovani alla prima edizione del festival e che adesso hanno 40 anni e oltre. Per lo meno la domenica, alle 15,30, sotto la bacchetta di Roberto Galaverni, probabilmente l’ultimo critico letterario che si occupi di poesia in una grande testata nazionale (il “Corrierone”), si traccerà la «storia di una generazione». Vicenda, per altro, che interessa quasi soltanto chi appartiene a quella generazione. In effetti, si rimprovera a quei poeti, che hanno esordito poco dopo lo scoccare del nuovo millennio, di non aver lasciato libri, per così dire, “decisivi”. Messa così, è un grave errore di prospettiva. Questa non è più l’epoca dell’impegno critico, ma dell’elenco dei lirici viventi, anzi, dell’«atlante dei poeti contemporanei», come dice la nuova impresa da elenco telefonico dell’Università di Bologna. Come se fosse sufficiente essere vivi, aver pubblicato quattro stracci e dirsi poeti per essere poeti. Io, per dire, non ci sono. Probabilmente non ho un corretto passaporto poetico, non ho passato gli esami. Eppure (pigliatemi per presuntuoso, ma in fatti letterari sono alquanto spietato e razionale) ho scritto un ottimo libro d’esordio (Annali, 2004) e un libro francamente “decisivo” (L’era del ferro, 2007). Il problema? Non pubblico più nulla da nove anni, ho scritto male di tutti, me ne sto per i fatti miei. Il problema più ampio, però, è che questa non è l’epoca dei libri “decisivi”. Non perché non esistano, ma perché non siamo in grado di riconoscerli e di amarli. Non abbiamo più tempo per amare in modo disinteressato e totale. Per me, per dire, ben più dei libri ammantati da una qualche aurea di autenticità (intendo: Milo De Angelis, Valerio Magrelli, Giuseppe Conte, Maurizio Cucchi, i quali non valgono il più riposto Alessandro Ceni), contano, per capirci, in modo equivalente, L’invasione dei granchi giganti di Federico Italiano, Nome e soprannome di Simone Cattaneo, le poesie di Andrea Ponso e di Francesca Serragnoli, l’onestà di Riccardo Ielmini e lo sforzo tellurico e teorico di Andrea Temporelli (raccolto nel recente Smarcamenti, affondi e fughe e nel romanzo Tutte le voci di questo aldilà), senza il quale non avremmo fatto questo balzo, e le poesie di Isacco Turina che nessuno ha ancora pubblicato. Ma tutto questo vale ‘a posteriori’, perché siamo una generazione cresciuta senza maestri (e perciò senza ‘aiutini’), sufficientemente cinica per capire che dalle collane editoriali delle case editrici dei lirici laureati (Mondadori, Einaudi, Guanda…) uscivano soltanto poeti “bolliti”, sfiatati. Abbiamo capito, voglio dire, che la poesia si agita ed è agita sempre altrove. Ancor più ora, nell’era in cui la rinuncia e l’esilio non più episodico sono una disciplina necessaria per qualificare il proprio linguaggio. Il contraccolpo (ovvio) è che nessuno si fila questi poeti, il cui dettato pretende dedizione e prelude a una gioia ancorata al ferro. La poesia è una cosa troppo delicata per lasciarla in mano ai poeti (che riconoscono solo il simile e il dissimile) e agli accademici. Per esempio, in questi mesi ho scoperto la poesia nei versi di Antonio Trucillo, che è di Napoli e ha il dono della visionarietà del Beato Angelico, ma chi lo conosce? A me lo ha presentato Vincenzo Gambardella, uno scrittore così eccentrico che non se lo fila nessuno. E poi ho scoperto la poesia in Enzo Travaglini, che di mestiere fa l’infermiere ortopedico ed è centrato nel pudore. Le sue poesie sono fragili come fossili di vetro («Lo senti, il vento, come sospira? / È la voce della montagna: / lei, che ha nostalgia del mare. / Il fiume promette, / e un granello dopo l’altro / la montagna s’incammina»), e lui scrive in dialetto riccionese, giusto per farsi capire ancora meno, e forse non pubblicherà mai, d’altronde, è un uomo che passa inosservato, come l’acqua. La poesia è troppo vaga, necessaria, multiforme perché un’epoca sia sufficiente per capirla. Ma li vedo già tutti troppo stanchi.

 

1 commento
  1. Avatar
    Vera dice:

    Non ci sono nemmeno io. E mi credo poeta, umilmente e con verità, molto più di tanti che pur leggo, pur non avendo io pubblicato niente. 🙂
    buon lavoro domenica.

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