The Clown - Part IV, di Stefano Bonazzi (Digital composition printed on photographic fine art paper. Frame, Size 70 x 100 cm)

La cultura non è spettacolo

(L’opera scelta come copertina è di Stefano Bonazzi.
Cliccare sull’immagine per la visualizzazione completa)

La vita di uno scrittore è molto vulnerabile, quasi nuda. Non dobbiamo piangerci sopra. Lo scrittore fa la sua scelta e a essa è vincolato. Ma è vero che si è esposti a ogni vento e che alcuni venti sono davvero gelidi. Si è isolati, e in una posizione non facile. Non si ha alcun riparo, alcuna protezione, a meno che non si menta, nel qual caso, ovviamente, ci si costruisce la propria protezione e, si potrebbe dire, si diventa un politico.
Harold Pinter

Siamo ormai tanto contaminati e rimbambiti dalla logica dei mass media e dei mercati globali da non riuscire più a concepire il valore letterario a prescindere dal successo mondano. Decenni di classifiche di vendita e di dibattiti intorno al pubblico, suggestionati da chi, sventolando la bandiera della letteratura popolare, si infiltrava sui set, presenziava ai vernissage e scattava sui palchi accanto alle star, ci siamo rassegnati a considerare l’opera un mero prodotto e l’autore uno scaltro promotore di sé stesso. Provare a storcere il naso significava essere tacciati immediatamente di snobismo, di sensi di inferiorità e di frustrazione tradotti in atteggiamento reazionario e autoconsolatorio.
Ma lo spettacolo sta alla cultura come la poeticità sta alla poesia o la letterarietà alla letteratura, bisogna ricordarselo. (Altra cosa, ovviamente, sono la meraviglia e lo stupore). Occorre continuamente educarci al disincanto critico, senza per questo tirarci fuori dal mondo, ma con l’idea di attraversarlo consapevoli del suono di ogni moneta. Un libro straordinario potrebbe restare ai margini dei numeri e dei discorsi, come pure un libro che ottiene consensi potrebbe essere, perché no?, pienamente meritevole. Le logiche del successo, tuttavia, non solo restano spesso imperscrutabili, ma si innervano nella progettualità degli artisti, confondono le idee anche agli esperti, diventano insomma un tormentone che masticheremo per inerzia senza capire quanto determinerà, alla fine, il giudizio.
Il problema si complica considerando che il valore di un’opera non è un dato oggettivo, perché la parola non prescinde dai contesti e dalle epoche, e nemmeno dal desiderio di popolarità o dalle sfide al mondo dello spettacolo. Un’opera si impone solo quando trova il proprio destinatario, l’individuo capace di rispondere al suo appello. Ecco, a quel punto scatta l’entusiasmo e la passione che spinge a tentare il contagio, che sprona a rifiutare i valori consolidati per proporne altri, più rispondenti al vero. Ed è la continua lotta dell’uomo per disegnare (spente le luci della ribalta) nuove costellazioni, false anch’esse, ma insieme autentiche nella loro provvisorietà storica, che le rende capaci di offrirci un oroscopo in cui leggere davvero la nostra sorte.
Quando finisce lo spettacolo, la chiacchiera vana cede naturalmente il posto alla discussione su ciò che realmente conta. Terminato o smascherato il gioco di prestigio che ci vuole mantenere incantati, si può finalmente scorgere il volto di chi ci sta accanto e decidere di condividere un’esperienza.
Teniamoci saldi a questi esercizi di obliquità, quindi, per non rimanere imbambolati al crollo della scenografia, che i nostri tempi grami sembrano preannunciare.

 

3 commenti
  1. Avatar
    Massimiliano dice:

    Simmetricamente è pur vero che, se è concepibile un’opera senza un pubblico, un quadro in cantina, un libro in un cassetto, un film impilato da qualche parte, non è concepibile un artista che possa prolungare il suo sforzo creativo scevro da un pubblico, ampio o ristretto che sia. A un certo punto ci si accorge di questa tremenda e secondo me inevitabile necessità, e in un qualche modo si deve far fronte a questa domanda: perchè continuare se nessuno mi vede? O anche: Quanto pubblico mi occorre perchè possa continuare? Nutro dubbi e sospetti nei confronti di quegli scrittori che si presentano umili, che asseriscono di lavorare solo per se stessi: chi tra questi non vorrebbe accedere all’immortalità? Chiedo: la sete e la fame di un pubblico “mondiale”, fosse questo diluito non solo nello spazio ma anche nel tempo, non è insito in potenza in ogni autore? Non si nutre forse la stessa euforia, in un qualche modo simile agli eroi greci che desideravano che il loro nome echeggiasse per l’eternità? Coloro il tono, solo perché credo che gli artisti non dicano quasi mai la verità su come stiano davvero le cose riguardo alla propria vanità e al proprio bisogno di essere “visti”. Solitamente chi ci appare savio e umile e scevro dalla battaglia, dall’agonismo più becero, disinteressato addirittura dal successo materiale, più effimero, non significa che non stia mirando a un successo di più ampia portata, simile a quello dell’aspirante martire….altrimenti, ancora: perchè continuare? Per me stesso che devo morire?

    Credo che prima del crollo della scenografia esterna, del palcoscenico ipotetico sul quale si esteriorizza il vero o presunto dramma interiore, sia necessario ammettere che la scenografia interna invece, deve poter rimanere salda, cementata con l’illusione, anche se taciuta, che se non adesso, a breve, qualcuno o qualcosa, prima o poi, prenderà atto del nostro lavoro ( o immagine,o quel che è). Senza questa illusione, senza questo fantasma, senza questa direi speranza, sul filo del patetico, quasi vergognosa quanto un bisogno primario, quasi fanciullesca per non dire infantile, che necessita dell’Altro per riconoscersi e definirsi ( è accademico direi) nessuno secondo me, nessuno mai, sarebbe in grado di continuare a riprodurre l’esercizio vano dell’arte; a meno di non relegarlo, coscientemente, e definitivamente, senza riserve, nell’ambito dell’hobbistica, o del turismo, per altro ambiti nobili e degni di rispetto perchè liberi dal giudizio di valore, di quello che fa male intendo, che sancisce il fallimento o meno di una vita individuale.

    Come ho avuto modo di dire qui mesi fa, il valore dell’opera, e del nome del creatore che ad essa rimarrà legata, è un falso problema, perchè non appartiene realmente al momento in cui l’opera viene riconosciuta come tale, fosse anche rigettata o misconosciuta ….in quanto è soltanto il Tempo a decidere cosa deve rimanere e cosa no. Questo a me, devo dirlo, rinfranca, no peggio, più biecamente mi consola. Questo rinvio altrove mi permette di non patire troppo dell’agonismo, della lotta, del rumore, della relatività di ogni opinione e di ogni verità adesso…cioè: credo davvero che sia così, che sia il Tempo a decidere cosa deve rimanere e cosa affondare, eppure so che lo dico per pura sopravvivenza…. Ne ho bisogno, soprattutto io, che non ho nessun pubblico. Lo consiglio per chi si trova nella mia stessa situazione, a suo modo funziona e si tira avanti un altro po’ 🙂

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    • Andrea Temporelli
      Andrea Temporelli dice:

      Grazie delle riflessioni. Il rapporto con il pubblico è complesso, per un poeta. Ma io sono anche un narratore: per dire che sono ben consapevole che la relazione esiste. Un accenno al tema comparirà a settembre in un brano che ho quasi pronto, dove si enucleano diversi tratti della mia “poetica”. Ma ci sarà da tornare sull’argomento, mi sa.

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