La prossima volta la faccio così

Per il verso giusto

Alcuni lavori estivi (molto pratici: sto cambiando colore agli interni di casa) hanno rallentato le mie letture. In attesa di terminare la lettura di un romanzo, di cui vi parlerò settimana prossima, oggi vi riporto alcune poesie che mi sono piaciute, prese da libri ricevuti recentemente.

Alessandro Quattrone, L’ombra di chi passa, puntoacapo 2015

Sapessimo imitare la saggezza
delle cose ferme al loro posto
da mesi o da decenni,
noi anime in continuo movimento
senza una terra né un giardino
dove obbedire muti alle stagioni,
sapessimo restare immobili
come quadri appesi alle pareti,
con i nostri colori che chiedono solo
di avere una forma e una cornice.

* * *

La zanzara schiacciata sul muro
con il suo alone di sangue sbiadito
non ha un futuro da dimenticare
ma solo un tempo immobile e leggero,
un nulla inviolabile,
un addio senza distacco e senza meta.

* * *

Pericolo scampato, pensa forse
la mosca volando via sorpresa:
un’altra mosca, a lei del tutto uguale,
è rimasta vittima dell’estate
crudele, che ha spinto una donna
a non starsene a pensare a chi le manca,
ma soltanto a che cosa eliminare
con la mano decisa e un’esultanza
modesta però definitiva.

* * *

Qualcuno ha domandato.
Non sapeva, non sapeva nulla
di me, eppure mi trovava sempre
lì al solito posto nella mappa,
nell’obbligata sede dove mai
la primavera chiese della rondine
dispersa o forse solo sconosciuta.
Qualcuno ha domandato
chi fossi davvero, io volto solito,
io corpo inesplicabile, invisibile,
nota di una musica ultrasonica
o vento senza muri dove sbattere.
Chi fossi veramente ha domandato
qualcuno. Sì, qualcuno.

* * *

Domani ci sarà una visita,
pensa lei richiudendo la porta.
Bisogna ordinare la casa,
pulire i pavimenti, spostare
i libri, raccogliere i fogli,
preparare una metafora ingegnosa,
evitare la curiosità indiscreta,
sognare un’altra età, meravigliosa,
priva dell’attesa di ogni cosa.

 

Michele Miccia, Il ciclo dell’acqua – Parte di mezzo, L’arcolaio 2016

Il vaso è stato rotto,
le parole scappate,
fluidi tu e io scorriamo
in questa acqua incolmabile
che sempre ci precede,
riflettente di luci
che dilatano le
città fino agli estremi
effetti del martirio,
noi circoncisi con
l’oblio del suo fango,
scanditi esattamente
dalle feste di cui
non conosciamo le
nascite e l’eroe che
le fissò col suo sangue,
i sacrifici che
infine a noi seguirono,
strappandoci gli astri.

* * *

D’amore che d’amore
più non posso, dài prendimi
fino all’usura, che
non lasci io tracce di
camminamenti sulle
tue mura, adesso e subito
spiàzzami, pace mia
spaèsami depìstami,
decentriamoci per
amministrare meglio
i nostri campi e averi.

* * *

Stai nel ritardo tra
un’azione e la sua
reazione, non so
se sia indugio oppure
ponderazione, io guscio
tuo respiro e se non
mi apro quando è l’ora
subito rinsecchisco,
mi ritiro, così
lentamente ti soffoco.

* * *

Sono il prestigiatore
che infilza e taglia il tuo
corpo nel marchingegno
degli artifici, riesco
a scombinarlo su
piani diversi, la
testa e i piedi staccati
dal tronco come se
potessero da soli
vivere senza il resto,
eppure ne esci ancora
incolume ma non sempre
così integro, anche se
moltiplicato per
tanti sei sempre quello.

* * *

Ecco riposiziono
tutti i miei organi interni
subito dopo la
mia gravidanza, tu
non sei più quella vita
intorno a cui ho costruito
la mia fortezza di
carne che si ritira
o ti avvolge adattandosi
al respiro del tuo
respiro, mi introduco
ora un sasso del tuo
peso, per me lo tengo
buono e di nuovo mi
ci abbandono intorno.

1 commento
  1. Avatar
    Massimiliano dice:

    Belle.

    Mi sembra che i due poeti siano abbastanza simili, nel ritmo per esempio, nell’identica assenza di una qualsiasi traccia di rabbia e di un pressochè identico tasso di angoscia, ma soprattutto nell’effetto finale….Quell’ampolla chiara lì.

    Rispondi

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