Confronto, fotografia digitale di Sandro Frinolli Puzzilli, 2006, 45x30 cm

Il poeta e il letterato

(L’opera scelta come copertina è di Sandro Frinolli Puzzilli.
Cliccare sull’immagine per la visualizzazione completa)

[…]
c’è una ostinata insistenza nell’ammissione d’infedeltà
ti ho tradito e ne sono goduta
.                                                       lo rifarei certo l’amore non mi basta mai
un piede schiaccia la parola incertezza
.                       ecco di cosa avrei bisogno di un atto di virilità
senza pentimento prendere un biglietto del treno e fare il giro del mondo
restare in attesa delle altre persone le bocce e le vocali che germinano
è vero l’essere umano s’è smarrito nelle sue metamorfosi

Tiziano Fratus

Il letterato esperto si affida a una norma infallibile: capitalizzare al meglio l’ispirazione e pubblicare poco, perché un’opera senza sbavature, quindi inattaccabile, si consegna all’eternità con più credenziali.

Per fortuna, il poeta non coincide quasi mai del tutto con il letterato. Egli conosce infatti l’entusiasmo, è generoso, persino smanioso di rigettarsi in avanti continuamente, per accogliere ogni nuova sfida. Non specula sui propri versi, sa abbracciarne le imperfezioni, perché la sua voce è autentica, non controllata, modulata in falsetto.

Il letterato e il poeta sono spesso in lotta. Entrambi hanno le loro ragioni e lo scontro è produttivo. Alla fine non è una questione di quantità dei versi prodotti, infatti, ma di temperamento: in un poeta si scoprirà almeno un momento esplosivo, nel quale trovano sbocco le molteplici tensioni che giacciono al fondo della sua immaginazione. E non è detto che il risultato rappresenti l’apice formale del suo lavoro, piuttosto, ci si troverà di fronte alla manifestazione della sua origine, in un movimento vulcanico e generativo.

Questi sono i pensieri che mi ha suscitato il confronto con l’esordio poetico dei Tiziano Fratus, Lumina (Editoria & Spettacolo 2003): ecco finalmente un libro che nasce senza controllo, ecco l’irruenza di una poesia sporca che genera uno sgorgo, mi sono detto. Ecco un gesto che non si macera nell’ansia di pulirsi dagli umori da cui nasce, perché è tutto teso verso la direzione in cui punta, senza sapere quale sia l’orizzonte formale in cui troverà quiete. Si potrebbe parlare, per questa poesia, dell’uso vagamente americano delle minuscole, dello sperimentalismo esibito nella soppressione della punteggiatura o nell’uso delle parentetiche o nell’inserzione di sintagmi plurilinguistici (in inglese, in latino) volutamente stereotipati (specie nelle inflessioni vernacolari); si potrebbe discutere delle ascendenze dal monologo teatrale di questi testi dilabenti (nati per implosione di frammenti diversi) che osano la riflessione politica fino alla retorica e al luogo comune, pur di spalare con vigore. Ma, detto ciò, non saremmo riusciti a rendere ragione di quanta vita è qui racchiusa, di quanti paesaggi vengono qui fagocitati in un viaggio lungo la nostra Italia che ha per tema la musica caotica del nostro tempo.

 

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