Frank Balbi, di Sara Scaramelli, 2006 (olio su tela, cm 30x30)

Aforismi per una poesia con i piedi per terra (Turina)

(L’opera scelta come copertina è di Sara Scaramelli.
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Ogni tanto mi chiedo che fine abbia fatto (tra i tanti di cui non ho più notizie) Isacco Turina, un altro che ha scelto la via della solitudine (ne ho trovato un accenno soltanto qui, in fondo all’articolo). Le sue idee sulla poesia (vedere qui di seguito i suoi aforismi) mi trovavano (e trovano) in sintonia, anche se poi, ovviamente, sull’applicazione concreta, sulla valutazione del testo, c’era (c’è) sempre da compiere un lungo viaggio…

Aforismi per una poesia con i piedi per terra
di Isacco Turina

La denominazione di neometrici non è che un neo sul viso intatto della metrica. Chi adopera, oggi, le forme chiuse, è semplicemente un metrico. Qualche decennio di malintesa versificazione libera ha fatto credere ad alcuni poeti, baciati dal successo, di aver recuperato un tesoro sommerso e dimenticato: non è così. La poesia, occidentale o di qualunque altro Paese ed epoca della storia, è metrica fin dalla nascita e per sua costituzione. Il metro è ciò che ne fa un genere riconoscibile, ciò che la distingue da altre forme di scrittura. Questo principio, ben noto agli accademici e ai linguisti (si pensi alla definizione che della poesia ha dato Jakobson), viene spesso e volentieri dimenticato dai poeti, astratti abitanti di una poesia senza corpo, di una mera costruzione ideale in cui alla concretezza della forma viene sostituita qualche indefinita essenza, la si chiami soggettività, Io del poeta, esperienza vissuta o in qualunque altro modo. La poesia, così come i poeti, ha bensì un corpo (un significante) ma non un’anima. E il corpo può essere bello o brutto, ma è, comunque, identificabile, giudicabile, inequivoco. Chi si cela dietro l’ineffabile della poesia e cerca ciononostante di “scrivere” poesia, sta inutilmente cercando di afferrare con le mani ciò che di continuo, con i piedi, calcia in avanti, sempre più avanti. Forma non vuol dire assenza di contenuto e, d’altra parte, l’assegnazione di un contenuto ad una qualsivoglia forma è più una coazione dell’uomo, un istinto elementare, che non un’operazione cosciente. Certo si possono criticare gli eccessi di formalismo, ma non per partito preso e nella convinzione di potervi sostituire una poesia più vera, ma soltanto sulla base di una divergenza di stile. Qualunque poesia, essendo verso, è infatti anche stile. Anche per la poesia si può sostenere ciò che Truffaut diceva del cinema, che ogni suo esempio è insieme un’opera di poesia e un’opera sulla poesia. Il testo poetico è sempre anche una presa di posizione sull’arte poetica, il suo senso non è solo in ciò che dice, ma anche in ciò che si limita a mostrare, ad indicare. Chi scorda lo stile in nome della verità, non si accorge della differenza che passa, ad esempio, fra l’espressione «costui ha scritto meglio di me» e «fu miglior fabbro del parlar materno». A mio avviso, è una svista che il poeta non può concedersi.

Più volte durante il dibattito è emersa l’esigenza di una poesia che parli del contemporaneo, di ciò che è attuale: tecnologia, rifiuti. Non mi si guardi male, se ai dogmatici che ipostatizzano una loro personale visione della modernità, ricordo che l’amore è altrettanto presente alle persone che usano la rete informatica e che la stessa rete informatica è ben lontana dal rappresentare, se si guarda il mondo da altri punti, un capovolgimento totale nelle condizioni di vita: almeno tre miliardi di persone, ad esempio, non sanno nemmeno cosa essa sia. Un aereo che piomba su un palazzo spegne contemporaneamente le vite di chi lo abita e tutti i monitor, ma questo secondo accadimento sarà, per chiunque guardi la scena, assai meno rilevante del primo. Negli oggetti si riflette soltanto una piccola parte di ciò che chiamiamo “contemporaneità”, la più evidente, forse, ma non per questo l’essenziale. Baudelaire ha parlato della metropoli, Manzoni no. Blake ha descritto la rivoluzione industriale, Leopardi no. Dante ha scritto sulla situazione politica del suo tempo, Cavalcanti no (o in misura ben minore). Nella Terra desolata le condizioni di vita dei contemporanei sono chiaramente descritte, nei Sonetti ad Orfeo no. La poesia può nutrirsi di qualunque cosa ed essere comunque altissima poesia. A chi vuole attribuire una missione alla poesia, come a chi non vuole proprio concedergliene una, ricordo che esistono più poesie in cielo e in terra di quante un solo poeta (o un solo critico) possa contenerne.

Sono, quindi, d’accordo con Fabio Simonelli il quale non ha pregiudizi su alcun tipo di poesia e suggerisce che ogni strada può essere percorsa. La canzone, anche la canzonetta, è una forma di poesia, spesso più gradevole e meglio riuscita di molte opere che vengono chiamate poesie perché così sta scritto nel nome della collana. Sarebbe sufficiente distinguere, credo, fra poesia bassa, media e alta. Questo accordo, un tempo noto e ripetuto da qualunque poeta, rischia oggi di suonare un po’ stonato. Un’idea egualitaria e democratica della poesia lo rende antipatico. Il risultato è quello che lo stesso Simonelli ha delineato ricordando che in Italia un milione di persone scrive versi, ma forse diecimila sono coloro che li leggono. Dal suo intervento, però, non appare la ragione, del tutto trasparente, di questo divario: è una semplice questione di economia politica. Se ognuno producesse in casa la propria dose di pane, il mercato del pane sarebbe tutt’altro che fiorente. Così il poeta, seduto in poltrona dopo cena, s’ingravida da sé del fecondo seme della poesia e non sente il bisogno di sporcarsi della materia altrui, troppo fluida e caldiccia. Molti fra i poeti ufficiali, poi, rifiutandosi di discernere il buono e il cattivo della tradizione recente (quella più antica è bene o male già consolidata) e, magari, aggiungendo (come autori o come editori) su un mercato già saturo testi poco meditati, non fanno che aggravare lo stato della poesia, stato per il quale la democrazia non è affatto la forma migliore di governo. I moltissimi Italiani che leggono la Gazzetta dello sport e frequentano religiosamente lo stadio ad ogni fine settimana, sanno distinguere perfettamente le misere prestazioni della squadra locale dai numeri esemplari dei loro idoli. Nel campo sempre impraticabile della poesia questa capacità di discernimento è, invece, offuscata da una nebbia tenace, forse la stessa che fa della poesia un quid indicibile e inafferrabile, quel pezzetto di tenero cuore umano o quel lontano frammento di anima su cui, di conseguenza, tutto si può dire e il contrario di tutto.

È sempre in voga il dibattito sulla tradizione e questo convegno non vi si sottrae. Estremisti spaventati dal fantasma della ripetizione, smaniosi di fare cose nuove, suggeriscono di sradicarla, di uccidere i padri per sentirsi creati dal nulla e non generati come vuole la storia (ma chi ha insegnato loro che cos’è la poesia, e come la si scrive? Sono convinti che, se fossero vissuti nel 1600 nel deserto australiano, avrebbero comunque scritto le medesime poesie che scrivono qui e ora?). Io credo, semplicemente, che nella tradizione ci sia tutto, ma che ogni cosa sia pronta per essere adottata e rieducata in un contesto diverso. A chi teme la tradizione suggerisco, invece, di scavarla, di conoscerla più a fondo, di cercare le vie meno battute, autori che non hanno fatto scuola o soltanto in un remoto periodo, linee lasciate cadere dalle storie letterarie più in voga. Chi legge il Burchiello non trova poi che il Surrealismo sia davvero tanto estremo. Chi conosce Folengo e Marino non rimane colpito da frammenti di lessico volgare che poeti meno abili di costoro fanno piovere qua e là nei loro testi per stupire i borghesi (i quali, in realtà, si lasciano meravigliare con meno facilità dei poeti, attenti a carpire ogni virgola che sembri loro inusata, desiderosi di assistere a una rivoluzione con la stessa foia con cui un adolescente pensa al primo accoppiamento). Temo che troppi poeti vivano solo nel presente, di questo soltanto si nutrano ed abbiano la stessa memoria della rosa, secondo la quale, si sa, nessun giardiniere è mai morto. Parlano come i nonni quando dicono: «Ai miei tempi era diverso» e intanto non si accorgono di risalire di cinquanta o sessant’anni una storia che conta, loro malgrado, parecchi secoli. La critica ai grandi nomi è condivisibile, ma la rinuncia, per altro apparente, alla tradizione, non sarebbe che un suicidio. Va aggiunto poi che, troppo spesso, chi rifiuta con baldanza l’opera di un poeta un poco antico è poi del tutto incapace di spiccicare parola di fronte ai moltissimi testi mediocri che deturpano il paesaggio odierno della poesia. E così bestemmiano i morti, il cui valore politico è nullo, ma leccano la mano ai vivi che possono sempre procurare una qualche recensione, pubblicazione o qualche altro sperduto lembo di carta inchiostrata.

Nemmeno si può evitare, fra poeti dai pochi lettori, di parlare del pubblico. Vorrei aggiungere una breve nota a margine di una discussione che ha già detto quasi tutto ciò che si può dire e lo faccio per precisare che il pubblico, dalla prospettiva del poeta, non è soltanto il pubblico reale, quello fotografato ed aggregato dalle statistiche editoriali. Il pubblico è sempre, nel momento in cui si scrive, anche il desiderio di “un certo” pubblico. Non si può scrivere e basta. Si può soltanto scrivere in un certo modo e, così facendo, si pensa anche ad un certo destinatario, a quella parte del pubblico dei lettori, a quella piccola o grande parte, scelta e controllata, con la quale si desidera veramente comunicare, quelle persone che, anche se sconosciute, sono comunque elette dal singolo poeta a propri interlocutori, quella gente che si vorrebbe leggesse ed apprezzasse il nostro lavoro. È per loro che scriviamo. Ed è così che, con lo stesso gesto, si scrive anche “contro” un certo altro pubblico, contro una parte del pubblico, pure scelta e controllata, che si vorrebbe disgustare, incollerire, infastidire, criticare. Il pubblico indifferenziato, il grande pubblico, è solo uno fra gli infiniti, possibili tipi di pubblico.

Infine, è sempre triste parlare della morte. Ma, nel ripeterlo a me stesso, ricordo anche ai colleghi poeti che molti di noi non stanno scrivendo poesie, ma compilando documenti che, magari fra non più di un decennio, verranno letti e sviscerati da storici e scienziati sociali, che cercheranno in essi non il soffio della poesia, ma le testimonianze anonime di “come” si scriveva in questi anni, per correlarle in un’analisi multifattoriale ad altre variabili, quali il costo della vita, il mutamento politico, la coscienza di una guerra o di una pace imminente, la burocratizzazione progressiva della fruizione estetica o chissà quali altre disparate invenzioni. Alcuni di noi scrivono per una storia letteraria, altri per tipi differenti di storia: sociale, lessicale, economica, cronachistica. C’è anche fra di noi chi non è ancora deciso.

(da Atelier 24)

 

3 commenti
  1. Avatar
    Massimiliano dice:

    Quali elementi deve o dovrebbe avere una poesia scritta in verso libero per poter essere considerata prima di tutto una poesia, e quindi essere costituita da un metro? Quale o quali sarebbero questi metri? Se fosse possibile ti chiedevo degli esempi concreti

    La parte del pubblico è molto interessante, così anche per il discorso della tradizione.

    Una curiosità sulla Tradizione: leggo in giro, nei vari siti di poesia, una certa allergia per una fatidica casta di poeti consolidati, dai nomi noti etc. Non ne so nulla, ma leggo spesso una certa ribellione o delusione nei loro confronti, vuoi per i testi ultimi vuoi per ciò che rappresentano: mi pare di aver inteso: un certo baronato. Un certo manierismo che detta le regole seguite le quali si ha forse la possibilità di ascendere a una magari piccola ma certa visibilità…
    Ma risalendo nel tempo, i poeti che oggi vengono indicati come baroni, o icone, incapaci forse di dire qualcosa di nuovo, o incapaci di rinnovarsi, oppure veri e propri ostacoli materiali alla diffusione di una poesia che varrebbe invece la pena di conoscere etc non erano o non hanno occupato essi stessi, agli inizi della loro produzione, lo stesso posto che oggi sono occupati dai poeti che si lamentano di non essere letti? E se così fosse, la Tradizione, allora, non sarebbe costituita da poeti che si sono tutti trovati a dover sfondare non dico lo stesso tipo di muro, ma un muro di altri poeti imperbeambili o di un pubblico ( o società) abituato al vecchio e allergico al nuovo? E ancora, se così fosse, quando leggiamo un poeta della Tradizone, ritenuto oggi irrinunciabile, non stiamo facendo quello che probabilmente rifaremo ancora tra cinquant’anni ( non so) ovvero quando cercheremo di imparare e studiare proprio da quei poeti che oggi sono vissuti come baroni ?

    Parlo sempre troppo e me ne scuso. La prima domanda mi interessa comunque di più, se fosse possibile un chiarimento…grazie.

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    • Andrea Temporelli
      Andrea Temporelli dice:

      Caro Massimiliano, le tue domande e riflessioni sono sempre interessanti. Senza esaurire veramente la risposta, comincio a dire qualcosa. Sulla Tradizione, hai in gran parte ragione. Almeno fino a poco tempo fa esisteva sicuramente una società letteraria dominata, nel bene e nel male, da certi ‘baroni’. La loro autorità era comunque riconosciuta. Oggi gli autori di peso non sono così autorevoli ‘sul campo’: sia l’Accademia sia le generazioni successive non riconoscono sempre questa loro preminenza, anche quando la tollerano educatamente, perché disillusi. Gli spazi editoriali infatti sono ormai nelle mani di manager o editor o figure simili. Una società letteraria esiste ormai solo come simulacro.
      Quanto al minimo per definire la poesia… il discorso è complicato. Anche perché la poesia non esiste, esistono vari gesti che poi rientrano nel poetico. Qualcosa ho cercato di raccontare negli articoli sull’andare a capo. In breve direi: serve un lavoro figurale (pensare in poesia e non poetizzare un pensiero), un minimo di ritmo (qualunque sia l’unità di misura che il testo si dà), un innesto in una propria tradizione e direi anche un respiro verso l’assoluto, Chechi può realizzare paradossalmente anche nel minimalismo. Confido però di tornare prima o poi sul tema con un articolo. Magari grazie a qualche percorso scolastico

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        Massimiliano dice:

        Aspetto i tuoi percorsi scolastici con interesse. Poi ti dirò: con l’ausilio addirittura degli audio che hai utilizzato e di piccole e brevi lezioni o indicazioni se preferisci, pratiche, sull’ andare a capo su frasi davvero banali – parlo per me ovviamente che scrivo poesie alla domenica –
        capisco più di duemila discorsi, o meglio: mi viene voglia di mettere in pratica, e così facendo di leggere poi altri poeti con occhi più critici; di ascoltarli anche ( in una qualche sparuta presentazione, durante alcune serate di lettura o su YouTube) e capire dove e come fanno le pause per esempio, seguendo il loro testo con gli occhi. Capita che scopra parecchie cose, ( anche nessuna, ok)

        Mi chiedo, più per dare sfogo alla mia deformazione professionale sempre alla ricerca di una qualche idea che altro: il motivo per cui non sia possibile scrivere dei manuali d’uso per la poesia. Non inorridire. Mi spiego: esistono manuali pratici di vari generi pittorici, acquerello, olio etc. Ora solo un imbecille può credere che leggendo uno di questi manuali pratici dipingerà come Raffaello. Però partendo da questi manuali trova una prassi. Trova un corpo ( lo stesso a cui facevi riferimento ) più o meno conscio, su cui lavorare. Bene. Alle estreme conseguenze perchè non sarebbe possibile fare dei manuali d’uso per una poesia intimista, ermetica, in stile “americano” etc. ? Fa ridere lo so, ma non del tutto.
        In fondo Wittgenstein diceva che se non sei in grado di spiegare un concetto è perchè non lo hai capito. Le tracce che hai sparso su questo sito sulla prassi poetica hanno per me proprio questo valore che non trovo facilmente altrove ( uno soltanto sull’uso degli accenti): entro i limiti del linguaggio scritto, ben diverso da quello dell’immagine ( un testo deve essere finito un’immagine può rimanere incompiuta per esempio) dimostri che è possibile dire qualcosa sulla prassi poetica, così sempre troppo sovraccarica di misticismo, come se la poesia fosse sempre e soltanto qualcosa di misterioso…come quelli che praticano le arti marziali e vorrebbero farmi credere che il corpo “agisce senza pensare”, che è ovviamente un altro misticismo bello e buono. Mi rendo anche conto che questo sito si pone un obiettivo alto, esige di lasciare una traccia, una riflessione profonda e che non è esattamente – lo dico in tono affettuoso e ironico – per ‘gli aspiranti poeti’. Non è la sua natura né il suo intento, insomma non è un sito scolastico pur parlando di scuola. Ma a scuola non ci si va finché non si crepa? Quindi ben venga quanto riesci a dire sulla prassi: secondo me ha un valore anche etico, oltre che creare un interesse verso chi vuole scrivere e capire meglio alcuni meccanismi interni che articolano il fare poetico…benchè fatichi a leggere le tue poesie, alcune proprio non vi arrivo in fondo, immagino sia chiaro che ti ritenga autorevole in materia e questo a me basta per mettermi in ascolto, ci tenevo a dirlo.
        Grazie. Ciao.

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