Madre, scultura di Enrico Ferrarini (marmo, 70x90x70 cm)

Versi per incantare l’abisso

(L’opera scelta come copertina è di Enrico Ferrarini.
Cliccare sull’immagine per la visualizzazione completa)

Il grembo della grande madre accoglie
ora, madre, il tuo grembo, che impose
alle mie carni questa forma fragile
di parole e di lacrime

Che possa ora il pianto
farsi ritmo, musica il lamento –
possano ancora questi versi lievi
incantare l’abisso

Matteo Veronesi

Può un eccesso di cultura e di consapevolezza critica soffocare il talento poetico di un autore? La questione non è liquidabile in una battuta, ma credo che non sia un problema il bagaglio culturale che ciascuno porta con sé, il quale diverrà semmai una ricchezza cui attingere. Il danno viene dal conformismo, dalla volontà di affermazione, dalla mancanza di libertà. Del resto, un poeta deve confrontarsi tanto col presente quanto con il passato, deve studiare e applicarsi, per raggiungere attraverso la disciplina una semplicità ricca e una compiuta naturalezza.

Matteo Veronesi, nato a Bologna nel 1975, non ha dubbi circa la propria strada poetica: soltanto con un filtro di estrema densità letteraria arriva a fissare sulla pagina versi come quelli citati, inclusi nel volume Quattro poeti (edizioni Ares). Si tratta di versi che non hanno tempo, scolpiti come sono su una roccia guardano l’eternità negli occhi, pretendono di incantare l’abisso come il canto di un novello Orfeo, nascono dalla disperata necessità di esorcizzare il dolore: di anestetizzarlo per mezzo della veste estetica con cui lo si incatena.

La letteratura diventa così, entro un orizzonte di senso tragico, un appiglio di sopravvivenza. D’altronde, perché leggiamo poesie, perché ci ostiniamo a cercare le parole per definire il mistero dell’esistenza, se non proprio per mettere a fuoco il vissuto, per sfilarne il midollo e placare, almeno un poco, la nera bestia che fa capolino, di tanto in tanto, nella selva oscura della nostra mente?

Non ci si può ridurre a questo, la vita va vissuta, si potrebbe obiettare. E l’obiezione va sicuramente accolta, ben sapendo che non potrà lenire l’estrema considerazione: qualche volta, è la vita stessa che non ti offre alternative.

Per questo, scrivere e vivere consuonano, si specchiano, si compenetrano.

 

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