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Revolution, di Emanuele Taglieri

Silenzio dalla Repubblica delle Lettere

2 Settembre 2016/1 Commento/in LIBRI/da Andrea Temporelli

(L’opera scelta come copertina è di Emanuele Taglieri.
Cliccare sull’immagine per la visualizzazione completa)

Nel riflettere, sul suo sito, in merito a una mia intervista e al libro Smarcamenti, affondi e fughe, Salvatore Anfuso ha riaperto la discussione intorno alla morte della poesia.

No, fermi tutti, specialmente quelli che passano di qui perché interessati alla poesia. So che della “morte della poesia” non ne potete più. Non ne posso più nemmeno io. E allora, perché ho ripreso l’insensata, esangue sigla? La poesia è viva, vivissima. Peccato che si sia trasformata in un fiume sotterraneo, che circoli esattamente dove più nessuno sappia ascoltarla, inverarla. Insomma, la poesia (italiana) è morta perché si è persa, perché vive nell’anonimato: non fatemi ripetere quanto è scritto nel programma di questo sito.
Nel post Salvatore mi sollecita con una lettera su un senso comunitario della scrittura. Parla del sogno di «fondazione di un piccolo, cazzuto gruppetto di giovani e talentuosi scrittori, affamati di notorietà, teso a sfondare le barricate ostili erette dalla precedente generazione». Ahi! No, per favore, smettetela di inquadrarla sul piano generazionale, se per generazione intendete questo. L’idea dell’opera comune era altro, e la generazione era solo il punto di applicazione storico più sensato per questa idea. Ma Salvatore, in effetti, lo ha capito, perché ha corretto questo suo sogno, e sa che essere “affamati di notorietà” significa sbagliare tutto fin dal principio. Occorre, in effetti, «affondare la parola scritta nelle terga dei dinosauri e dei loro apostoli per il solo gusto di farlo; perché farlo è divertente», come scrive poco oltre. Ecco, la letteratura è rinnegata. Il poeta, e il narratore che non compiace il mercato, sono dei reietti, degli invisibili. Quindi? Evviva! Vuol dire che alla letteratura si dedicheranno solo i veri sognatori, i solitari capaci di dedicarsi all’opera come ci si vota a un amore impossibile, a un dio, una ragione di vita assoluta. E sapranno fare tutto ciò purificati persino da ogni romanticismo, sconfessando ogni titanismo dell’io, in piena, eremitica, solidale umiltà.
L’unica cosa che resta ancora da capire è come riuscire a seguire la traccia di questa vivissima poesia, di questa segreta energia letteraria, per farne tradizione. Occorre trovare il modo di combattere il sistema, di trasfondere nel mercato e nel mondo editoriale le sole opere autenticamente vive che nessuno o quasi sa più discernere (combattendo, secondo l’immagine di Salvatore, come spadaccini contro un immaginario Richelieu), oppure occorre migrare altrove, fondare nuovi luoghi (sul web?) entro cui mettere in circuito questa consapevolezza? Si può fondare una comunità che si autocertifichi, a dispetto dell’attuale sistema, attorno ai valori letterari più alti e aggreganti?
Io, mentre lascio aperte queste domande, continuo il lavoro personale, tra scrittura e scuola, tra le vertigini delle mie visioni e la concretezza francescana dell’aula e dei rapporti umani. Però di tanto in tanto, per fortuna, mi accorgo che ci sono altri eremi da cui provengono segnali luminosi di assenso.

_ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _

RIPROPONGO QUI DI SEGUITO, PER COMODITÀ, L’ARTICOLO DI ANFUSO:

Profezie condivise

 

Bisogna essere pacifici eremiti
che dalle loro celle si lanciano messaggi
per annodare le proprie solitudini
Andrea Temporelli

Quando non si ha nulla da dire si sta zitti, è così che sono stato educato. Poi c’è chi parla, e tanto, anche e soprattutto quando qualcosa da dire non ce l’ha. Non è il caso di Andrea Temporelli, alias Marco Merlin, che in un’intervista a cura di Davide Brullo apparsa su La voce di Romagna il 18 giugno scorso dichiara: «la poesia italiana è morta […]. La poesia italiana non esiste più. So che agli altri la mia affermazione sembrerà un proclama pretestuoso e riciclato, mentre per me è un’evidenza, una considerazione ovvia».

Se è vero che la poesia italiana è morta, è anche vero che non tutte le “morti” vengono per nuocere. Io di poesia però non me ne intendo, e quindi sto zitto. Ma il fatto di stare zitto non significa che (io) non esista. Non significa nemmeno che non possa, nel silenzio, maturare un’idea. Dunque, quantomeno, ci sono molti tipi di silenzio. Alcuni di essi sono addirittura proficui: è proficuo stare in silenzio se non si ha nulla da dire, altrimenti si finisce per fare figuracce; è proficuo il silenzio riflessivo, quello che precede un enunciato, il quale permette di meglio raccogliere le idee; è proficuo perfino il silenzio di protesta, quello che rimbomba per l’assenza di parole e che serve ad attirare l’attenzione. La domanda che a questo punto sorge spontanea è: la poesia italiana è morta, o sta solo zitta? Forse, in questa nostra epoca postmoderna, i poeti nostrani non hanno nulla da dire; forse stanno raccogliendo le idee per urlare più forte; forse la poesia è morta (di una morte apparente) per meglio attirare l’attenzione. Qualunque sia il destino della poesia italiana, dopo un silenzio riflessivo, Andrea Temporelli è tornato a urlare:

«I fatti crudi sono questi: i pochi maestri del Novecento sono nel frattempo morti; i presunti eredi si sono ridotti a manichini, dal momento che con gli anni si sono sfilati da soli la spina dorsale, come dimostrano i loro libri sempre più sbiaditi; quelli dell’opera comune si sono dissolti come neve al sole, senza lasciare testi capaci di incidere e senza creare le condizioni perché un’eventuale opera capace di lasciare il segno fosse quantomeno inoculabile nel corpo della tradizione, ridotto ormai a cadavere inerte. I più giovani? Una masnada indistinguibile di belle faccine o di tigrottini carini, buone per le passerelle nei festival estivi. A dispetto di queste mie parole, comunque, io resto pieno di speranza e di vita, mi guardo intorno con tranquillità, continuo a cercare cellule di condivisione».

Ma chi è Andrea Temporelli? Direttore di Atelier dal 1996 al 2013, ha pubblicato con Einaudi  Il cielo di Marte (2005), con Il Ponte del Sale Terramadre (2012), con Guaraldi Tutte le voci di questo aldilà (2015) e, naturalmente, il libro che vedete in calce: Smarcamenti, affondi e fughe, Giuliano Ladolfi Editore (2016).

Tesi a scrivere qualcosa che piaccia, che venda, che susciti plausi e stima, ammirazione ed elargizioni spesso dimentichiamo la vera funzione della scrittura. Ci parliamo addosso senza avere nulla da dire, e passiamo il tempo che avremmo potuto impiegare in una silenziosa riflessione, a invidiarci reciprocamente i miseri successi personali. L’idea che piano piano mi sono costruito è che, esclusi gli usi professionali, la scrittura letteraria non possa essere intesa come un mestiere vero e proprio, quello del romanziere o del poeta nell’immaginario popolare, ma piuttosto un richiamo proteso a incontrare uomini e donne dotati di una sensibilità e di un immaginario simili ai nostri. Arroccati nei confini individuali, lanciamo sordi richiami nella speranza che inciampino in un’ombra gemella. È così che mi è giunto questo libro.

Smarcamenti, affondi e fughe è una raccolta di editoriali apparsi su Atelier nei numeri diretti da Andrea Temporelli, più alcune lettere (nel senso letterale del termine, e mi scuserete il gioco voluto di parole). Benché gli editoriali siano più difficili da digerire per chi, a suo tempo, non ha seguito la rivista, sono le lettere ad aver attirato la mia attenzione. Andrea si fece carico di un sogno: la creazione di un’opera condivisa (semplifico). Nel 2013, quando ha lasciato Atelier per ragioni che non approfondiremo, si è smarcato passando a una profezia privata.

Lasciando da parte il discorso sulla poesia che non mi compete, non perché ci stia riflettendo né per attirare l’attenzione, ma piuttosto perché al suo riguardo non ho davvero nulla da dire; è sull’opera condivisa e sulle profezie private che invece vorrei esprimere un parere. Per farlo mi rivolgo direttamente ad Andrea. Dunque:

Caro Andrea,

c’è stato un tempo recente in cui ho sognato la fondazione di un piccolo, cazzuto gruppetto di giovani e talentuosi scrittori, affamati di notorietà, teso a sfondare le barricate ostili erette dalla precedente generazione. Al momento, e al seguito della lettura del tuo libro, ma era un’idea comunque in fase di maturazione, immagino invece un gruppetto di arzilli quarantenni che, voltando le spalle all’immagine del professore di lettere (o dell’impiegato) con domenicali aspirazioni letterarie, in un mondo in cui scrivere per vivere è impensabile, raccolgano l’unica eredità davvero buona rimasta al mondo delle lettere: affondare la parola scritta nelle terga dei dinosauri e dei loro apostoli per il solo gusto di farlo; perché farlo è divertente; e farlo assieme, come picareschi spadaccini all’ombra di un immaginario Richelieu, è semplicemente più esaltante: lo so, sono una cattiva persona. La mia ex, che non amava leggere ma era una donna sagace, diceva sempre che i successi non sono tali se non hai qualcuno con cui condividerli.

Ciò che più di ogni altra cosa mi trovo ad odiare, non sono gli scrittori arroccati nei loro castelli di potere, i quali danno vita a macchiette semmai divertenti da osservare e non fanno altro che ribadire un cliché di cui, credimi, non sapremmo fare a meno, ma quei lamentosi svenevoli fantozziani scrittori incompresi, che passano buona parte del loro tempo a scrivere opere mediocri, giustificandosi non per la loro sapidità, ma per l’irriconoscimento sociale. Se da un lato non c’è spazio, dall’altro non mi ci metterei. Tuttavia di passare del tempo a vivere senza scopo, una vita fuori dalla pagina scritta, non ne ho voglia. Ciò che mi esalta è la sfida verbale, è l’autostrada imboccata nel cuore della notte per ritrovarsi assieme a ridere dei successi e degli insuccessi reciproci. Ho letto le tue lettere, lo so che anche tu sei una personcina davvero davvero cattiva: «[…] smettiamola di essere complici dei nostri becchini. Sperperiamo il nostro talento: saremo degli splendidi guastafeste». Solo che il mio modo di “sperperare” non può che trascendere ogni morte.

Con stima.

________________________

Note

Se questo libro possa rappresentare una lettura utile ai fequentatori tipici di questo blog, è una domanda che mi pongo da quando l’ho avuto tra le mani. In tutta sincerità non so rispondere. Non è narrativa e non può insegnarvi a scrivere (anche se…), ma non è nemmeno un saggio. È una raccolta postmoderna di testi vivi e veri, scritti da uno scrittore, poeta, critico, uomo, marito, padre… non sul “magico mondo dell’editoria”, ma all’interno di esso. Leggerlo non farà di voi scrittori migliori (anche se…) né uomini migliori (semmai il contrario); tuttavia potrebbe aprirvi gli occhi su quello stesso mondo che vorreste sfondare per approdarci a piedi giunti. Volete davvero farne parte? Ecco, forse questo libro può tentare di rispondere. Quindi fa per voi nella misura in cui quella domanda ve la siete già posta, e nella misura in cui preme con forza sulla vostra pelle.

Vi lascio con un piccolo estratto:

«Anche Rondoni di strada ne ha fatta molta. Non lo leggo più in libricini dalla vita davvero “clandestina” tra gli scaffali delle librerie del centro. Esce ormai da Guanda, con un librone che vince premi a destra e a manca. E non lo dico con invidia: sono solo un po’ stordito da modi e tempi, mi sembra di trovare acclarato, nella repubblica delle lettere, solo ciò che ha già fatto corso. Si battezza la novità quando è anestetizzata. Siamo tutti fuori tempo».

Sarebbe stato facile, visti i tempi, proporvi un estratto della lettera indirizzata a Moresco…

 

 

Tags: POLEMICHE E PROPOSTE, SMARCAMENTI
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1 commento
  1. Salvatore
    Salvatore dice:
    2 Settembre 2016 in 8:43

    Ciao Andrea,
    grazie per la citazione. Non scarterei tuttavia l’idea del confronto generazionale: anche se può sembrare anacronistico e irriverente. Non ci vedo nulla di male nell’irriverenza. E per quanto riguarda l’anacronismo: le barricate sono cosa attualissima. Semmai è la motivazione a essere differente, rispetto al passato: la mia è che farlo, infilzare le terga dei dinosauri e dei loro apocalittici apostoli, è una cosa divertente; farlo assieme, come picareschi spadaccini all’ombra di un immaginario Richelieu, lo è di più. Non sempre il “vecchio” è meglio del “nuovo”, con parole diverse lo diceva Charles Darwin. 😉

    Rispondi

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