Madrid, fotografia di Andrea Lazzarotto, 2016

Esordire

(L’opera scelta come copertina è di Andrea Lazzarotto.
Cliccare sull’immagine per la visualizzazione completa)

Esordire è un’utopia. Esordire è il tragico.

Spesso le ragioni che ci obbligano a infrangere la quiete per muovere le cose dentro e intorno a noi, seguendo chissà quale presunzione, non ci sono chiare. Si parte, e non si sa bene perché: si risponde a un impulso che vince la nostra resistenza, che mette in scacco la consapevolezza. Fossimo sempre presenti a noi stessi, resteremmo immobili nella sostanza, aderenti. E invece siamo dannatamente alla ricerca di un corpo che ci assomigli di più.

Nell’origine è inscritto il destino. Per questo si vorrebbe essere perfetti in partenza: ed è, appunto, un’utopia. C’è una tragica presunzione di bellezza nel moto con cui un’idea prende corpo, un’intuizione pretende la prova della carne.

Ecco, dunque, si parte. Si fa spazio al fallimento. Ci si assume la responsabilità della propria ignoranza, si accetta la finitudine umana, sperando che un riverbero di bellezza infine si riveli nel movimento, che le ragioni del viaggio si manifestino in qualche barbaglio, in una figura trattenuta nella coda dell’occhio per chissà quanto tempo. Potessimo farci carico soltanto del poco che sappiamo: saremmo, in fondo, perfetti. Splendidi. E cadaveri, suppongo. Invece siamo attratti dal vuoto, proviamo la vertigine degli spazi, ci proiettiamo verso l’orizzonte, per dare corso all’inseguimento di noi stessi. Siamo sempre un po’ più in là, siamo ciò che sfioriamo, ciò che perennemente sfugge ai nostri gesti. Siamo l’essenza, la continuità nella contraddizione, l’infrazione del silenzio. Esordiamo, prendiamo le distanze da noi stessi, per darci vita, spazi in cui penetrare sfidando l’incubo di non essere veri e di essere soli.

Che cosa ci dà il coraggio di esordire? Una persona, sempre e solo una persona da raggiungere, che ci ha sfiorato e di cui abbiamo conservato un profilo incerto non si sa perché: la traccia di un profumo, la sensazione di una voce vera che ci parlava di noi.

 

1 commento
  1. Avatar
    Salvatore dice:

    Infrangere la quiete… è proprio così. Potrebbe essere solo arroganza, o un atto di fede. Oppure l’impalpabile compassione dell’altruismo. E di nuovo arroganza.

    Rispondi

Lascia un Commento

Vuoi partecipare alla discussione?
Fornisci il tuo contributo!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *