Unlikely #27, fotografia digitale di Giuseppe Colarusso (cm 50x35)

Il bisogno di scrivere

(L’opera scelta come copertina è di Giuseppe Colarusso.
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Perché così tante persone si cimentano nella scrittura poetica e così poche, invece, leggono?

SCRITTURA E LETTERATURA (Una breve annotazione)

L’esperienza del pensiero creativo, spontaneamente avvertita come salutare ed eterogenea rispetto alla comune mentalità razionalistica imposta dalla nostra società, e per ciò stesso relegata ai margini della cultura – fino a diventare, in molti ed emblematici “casi limite”, un’esperienza di follia o drammatica ricerca esistenziale –, trova, per ovvie ragioni, nella scrittura poetica la più diffusa manifestazione.

Senza sapere nulla delle grandi problematiche della nostra epoca, la maggior parte di coloro che si cimentano nell’espressione artistica individuano in modo irriflesso l’unica via di fuga dal sistema asfittico che determina la visione del mondo dell’uomo contemporaneo. Pensando poeticamente, si infrange la modalità di vita dominante in Occidente in questa fine millennio. Scrivendo un’opera d’arte, qualunque sia il grado di consapevolezza del soggetto, si affronta, all’altezza della propria esperienza, il punto di fuga della nostra cultura, l’irriducibile domanda di senso che orienta, anche e soprattutto quando rimossa, qualsiasi prospettiva vitale.

In modo più immediato, potremmo dire che il riconoscimento della necessità di pensare e comunicare creativamente si trasforma nella gratificante scoperta della possibilità di una sorgiva (cioè miracolosa, gratuita, non programmabile) donazione di senso all’esistenza. Si scrive poesie per riscoprire dimensioni, profondamente umane, che per troppo tempo erano state sepolte dentro di sé. Dietro all’ingenuità con cui nella maggior parte dei casi si affronta la pagina, nell’illusione di concepire un’opera d’arte, si cela l’intuizione che l’esperienza che quotidianamente ognuno vive di nonsenso o alienazione può essere illuminata solo valicando il codice entro cui si è imprigionato il pensiero.

Non educato a percepire il testo creativo altrui come un’esperienza di dilatazione personale, il neofita intravede nella scrittura, e non nella lettura, la perenne rifondazione della propria identità ovvero l’apertura a un’ulteriorità nell’esistente.

È fondamentale capire che si tratta di una esperienza in senso pieno, di un’attività che ha effetti concreti, entro gli orizzonti in cui si situa, anche se risulta facile riconoscere nell’ingenuità culturale, che sta alla base di questa prima soglia di avvicinamento alla letteratura, il fallimento solipsistico a cui essa rimane soggetta, non riuscendo, tale esperienza primaria e soggettiva, a trascendersi entro il campo metapersonale e metastorico della letteratura.

Destinato o all’inerzia (mancanza di autocoscienza) o alla frustrazione nella propria illusorietà, questo primo passo – generalmente legato all’adolescenza e alla giovinezza – verso forme di creatività di valore letterario e non solo personale, non agisce in profondità sul tessuto culturale e finisce per autoescludersi, compiendo il gioco stesso del sistema di pensiero che originariamente contesta (senza saperlo).

La letteratura, invece, in quanto consapevolezza della tradizione (cioè delle opere che ci precedono e determinano e dei “campi di forza” che esse instaurano fra loro), della lingua, della storia di una cultura, risulta l’unico luogo ove può prendere forma un’esperienza creativa tale da determinare una rifondazione della letteratura stessa.

Pertanto, essa appare come una modalità di conoscenza altra rispetto a ogni pensiero riduttivamente fondato su presupposti immodificabili (e dunque imprigionato nella sua storicità) e, nello stesso tempo, luogo in cui “mettere in gioco”, esercitare, riscoprire l’irriducibilità delle esperienze vitali che l’uomo attraversa: luogo che riconduce l’uomo a se stesso, spazio fuori del tempo in cui ci si può sentire convocati semplicemente per stare là dove la vita non passa in modo trasparente, ma scava un solco in noi che approfondisce il nostro essere, permettendoci, riposto il foglio o l’opera compiuta, di fluire più luce nel nostro cammino umano.

 

1 commento
  1. Avatar
    Massimiliano dice:

    Ho sempre visto negli artisti il chiaro riflesso dell’essere fallito, dell’asociale, del potenziale criminale, dei disadattato, dell’infelice, del potenziale suicida. Un essere probabilmente più da evitarsi che altro. Se dovessi dirlo in altro modo: accorgendosi di essere un errore umano, ma desiderando tanto quanto desiderano gli altri – e che lui stesso ritiene meglio attrezzati – egli si ritira, inverte le sue attenzioni e le punta sul suo mondo immaginario, esattamente come qualunque psicotico. In quella zona egli cova la sua opera, culla il suo vuoto: l’errore che egli è scopre che altro non è che il bordo di quel vuoto di per sè direi irrapresentabile. Mi pare che più alto sia il grado di creatività più alto sarà il grado di restituzione di quel vuoto, che è la morte, e del velo che la ricopre, che è la bellezza, necessaria a filtrare la prima, a traghettarla, a renderla in una qualche misura visivile, sublimabile; bellezza senza la quale l’artista, come lo psicotico o il nevrotico privo di talento, cadrebbe nel delirio e si perderebbe come chiunque cada negli stati di depressione, dissociazione, dipendenze, ossessioni o che so io…

    Ora, vista così, ogni poesia potrebbe essere una sorta di reificazione di quel nulla. Una sorta di masturbazione: il poeta crea una sorta di zona erogena laddove il dolore sgorga. Non c’è artista per cui il mondo non sia prima di tutto accadimento estetico. Senza una forma il mondo, per lui, è privo di significato. Egli dunque dà necessariamente forma a ciò che in realtà non può averla e questociporta più lontani dalla faciloneria che l’arte procuri piacere. Non è così a meno che non sia un hobby. Per poter dare questa forma egli deve trovare un piacere distorto nella malinconia che gli tocca attraversare, un chiaro impulso che va contro la propria conservazione, un piccolo delirio tascabile per supportare un boccone alla volta la grande bocc anche lo vuole diciamo divorare… dico che il poeta, Scrivendo, secerne il suo sperma sterile. Ritorna alla poesia come l’onanista torna a scaricare il peso del cadavere che continua a crescergli dentro.

    Da dove altrimenti questa disponibilità per tutti quei poeti che hanno fatto del nichilismo la loro tesi cosciente? Il loro stato naturale del sentire il mondo? Nel privato del loro fare artigianale, perchè non prendere in considerazione il loro scrivere come una coazione a ripetere molto simile a quella del tossicodipendente che si inietta la dose? Noi diremmo che il frutto è ben diverso: se da un parte abbiamo l’arte dall’altra abbiamo solo malattia. Certo. Ma qui quel che conterebbe sarebbe dimostrare una radice forse comune, una spinta di per sè cieca, autistica, mutilata della testa, che sia nel poeta che nel tossicodipendente agirebbe li portano a ripetere un’azione che ha per motore il male, il dolore, l’autoafflizione, la continua conferma che ciò che si fa in vita è finalizzato alla morte.
    Non c’è scoperta nella poesia ( per me tra le più belle mai scritte) verrà la morte e avrà i tuoi occhi, di Pavese, se non dell’ultima presenza possibile prima del gorgo, del suo proprio del poeta, che morirà suicida da lì a poco. Egli non mi consegna nulla che io già non sappia se non il velo. Questo anche per dire che forse non vi è nemmeno una qualunque verità trasmissibile in poesia che potrebbe competere con una verità scientifica. Cosa possiamo dire che vada oltre al proprio destino di finitudine? La cosa che posso verificare è che sensibilmente l’angoscia in questa poesia di Pavese è palesata a un tale livello ( anche stilistico secondo me) che non è semplicemente possibile aggiungere altro. E’ uno dei tanti esempi di certa poesia. I poeti che si suicidano alla fine non lo fanno forse solo dopo aver tentato e fallito di arginare con le parole quel vuoto che li ha sedotti? Quel vuoto che li ha fissati senza vederli?

    Bene, ho molto poco tempo davanti per uscire da tutto questo, ammesso che sia possibile…ma se è possibile l’unica condizione che mi sono dato è di non usare della metafisica. Se Sono destinato a rimanere dentro agli argini della morte e del sesso e non vi è possibilità alcuna di uscirvi ( per me intendo) e di intravedere qualcos’altro capace di assumere e non di rinnegare questi due istanze fondamentali, allora che sia così, anche se però diventa inutile, o peggio patetico, tentare un qualunque sforzo poetico personale.

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