Messaggio nella bottiglia

Un messaggio in bottiglia

Sul nuovo numero della rivista “Atelier” compare questo ampio saggio, che prende in esame il mio volume di saggi Smarcamenti, affondi e fughe. Ringrazio direttori e redattori della rivista per l’attenzione e le belle parole, a tratti persino esagerate.

Andrea Temporelli: un messaggio in bottiglia
di Giulio Greco

1. Smarcamenti

Smarcamenti, affondi e fughe (Borgomanero, Ladolfi, 2016, pp. 402, 20 euro) di Andrea Temporelli non va inteso come riedizione di saggi e neppure come un compendio teorico, ma come un vero e proprio manuale di “poetica militante” o forse “militare”, come suggerisce l’editoriale n. 21 del marzo 2001.
Il testo raccoglie il pensiero e l’anima battagliera del cofondatore di «Atelier»: gli editoriali, le interviste narrate, le lettere aperte, pubblicate sulla rivista.
Si tratta di scritti che, per la loro stessa natura, sono diversi dalle precedenti sintesi critiche di Andrea Temporelli, che non a caso erano firmate con il nome di battesimo di Marco Merlin.
Il dato segnala, pertanto, uno stacco netto, anche se, a dire il vero, la già cospicua produzione dello scrittore (che conta ormai sette titoli principali) ha sempre mostrato uno spettro vario nell’approccio all’analisi testuale: si è passati dall’acribia critica e sistematica degli studi monografici su Mussapi e su Luzi o sulla generazione dei poeti nati negli Anni Cinquanta e Sessanta (Poeti nel limbo, 2005), alle letture divaganti, alleggerite dalla necessità di giudizio riservate ai propri coetanei (Mosse per la guerra dei talenti), dalle coraggiose valutazioni degli autori contemporanei di maggior prestigio, spesso controcorrente e politicamente scorrette, anche se filologicamente ineccepibili (Nel foco che li affina), alle varie e a tratti semiserie letture che compongono la miscellanea Nodi di Hartmann. L’intera gamma di queste modalità di analisi è ora rappresentata dall’ultimo volume di saggi Letture critiche (appena edito da Moretti & Vitali), che dimostra proprio gli stadi della metamorfosi che hanno riportato il critico alla sua dimensione naturale di scrittore.
In questi Smarcamenti sicuramente troviamo il nerbo del polemista, le idee del critico militante, le provocazioni del poeta.
Si tratta di un lavoro unico nel panorama della nostra tradizione perché, se da un lato il pensiero fondante dell’autore si amplia, si approfondisce, si attua nella pratica di diciotto anni di “codirigenza” della rivista, dall’altra rimane fedele al disegno iniziale, tracciato fin dal progetto presentato nel primo editoriale.
Per chi, come me, si è dedicato allo studio della rivista per comprenderne i principi, gli sviluppi e i risvolti pratici nella tesi di laurea (poi confluita nel saggio «Atelier»: il rinnovamento della poesia italiana del 2014) non può non essere impressionato per un verso dalla mole di questioni, di problemi, di nodi critici affrontati e dall’altro dalla lucidità di impostazione, dall’impegno di studio e di documentazione e soprattutto dalla forza sconvolgente delle soluzioni proposte. Si potrà condividere o non condividere le sue posizioni, ma chi intende affrontare il mare magnum della produzione critica degli ultimi decenni, se ignora questo lavoro, si troverebbe su una barca priva di remi.

  1. La struttura

Coerente con i singoli lavori, il testo è strutturato in modo rigoroso in tre fondamentali parti: gli Editoriali, gli Incontri, le Lettere Aperte.
Dopo un’introduttiva Nota per il lettore, vengono riportati gli editoriali, a loro volta suddivisi in tre parti:
a) Gli artigiani della parola; La parola è il proprio sacrificio; Un’ipotesi di civiltà; Il mestiere invisibile; Il Novecento in liquidazione; L’utopia di una nuova generazione; Colmare un vuoto di passione; Siamo poeti o giullari?; Un respiro dentro la tradizione; Omaggio alla poesia contemporanea; L’opera comune; Il ritmo naturale del confronto; L’emozione della verità; Praticare l’arte della fuga; Fine del Novecento; Un gesto puro e folle; Il fermento della poesia; Militare più che militante; La tradizione del futuro; Chiedere ragione del dolore; La responsabilità della poesia; Lo scisma della poesia; Tradire la giovinezza; Con la ferocia dei bambini; Contro l’idea di una nuova epoca; Credere nella poesia del fare; Farci la guerra per amore; L’invenzione della realtà; La resa dei conti; Il testamento degli eredi; I poeti sono pettegoli; Per una nuova generazione di critici; La solidarietà non è solo una parola (dal n. 1 di aprile 1996 al n. 44 di dicembre 2006);
b) Non con minore energia; L’ultima rivista. Forse; Il canto insonne delle formiche; La poesia è una marchetta; Difendersi dal contagio; Per una letteratura sostenibile; Liberi dalla frenesia del presente; All’attacco! (Stando fermi); Un passo oltre l’inizio; Fine della linea lombarda; Processo alle intenzioni (da un inedito del novembre 2006 al n. 56 del dicembre 2009)
c) Contro l’arte decadente; Morte e fioritura dei talenti; Giovani scrittori allo sbaraglio; Ottanta voglia di poesia; Reazione al limbo o restaurazione?; Elogio del lettore di riviste militanti (passando dagli editor); Cercansi opere di solitudine e profezia; Danze sul filo della lama; Nuovi sbilanciamenti; La cultura non è spettacolo; Liberarsi della letteratura; Dentro e fuori del Grande Gioco; Dell’intransigenza; L’elenco dei colpevoli; Il fattore X; Compimento del dono (dal n. 57 di marzo 2010 al n. 72 di dicembre 2013).
Come si può riscontrare non tutti gli editoriali sono stati riproposti.

Con gli Incontri Andrea Temporelli inaugura un nuovo genere letterario, che per alcuni aspetti ricorda i dialoghi platonici, rispetto alle consuete interviste riportate sui giornali o sulle riviste letterarie, lavori questi più simili ai trattati aristotelici o alle opere filosofiche ciceroniane. L’autore infatti non si limita allo schema “domanda/risposta”, ma riproduce un ambiente, una scena, riporta pensieri, emozioni personali, fa interagire l’interlocutore all’interno di un ambiente e di un’autentica relazione. Oltre alla profondità dei contenuti, non va sottovalutato l’aspetto stilistico destinato a creare una tradizione nella nostra letteratura. Ne escono, infatti, ritratti a tutto tondo e gli autori con cui intreccia il dialogo appaiono in tutta la loro umanità:
Il suono profondo delle cose: Roberto Mussapi; L’estasi e l’ascolto: Marco Guzzi; La voce che ci espone. Incontro con Umberto Fiori; Aprile dei ricordi e dei rimorsi. Incontro con Gianni D’Elia; L’unità che non dà scampo. Conversazione con Cesare Viviani; La rondine e il merlo. Incontro con Davide Rondoni; Il corpo, la voce, lo sguardo. Incontro con Tiziano Scarpa, un’amica e qualche fantasma; Umiltà dell’ambizione. Incontro con Antonio Riccardi.

La terza parte è intitolata Lettere aperte. Qui, più ancora che nelle precedenti sezioni, viene documentata un’attività, rimasta celata nell’aspetto privato di una lettera o di una e-mail, perseguita giorno per giorno, settimana per settimana, mese per mese, anno per anno, con una continuità di corrispondenza difficile da riproporre, ma preziosissima. Come è intuibile, moltissimi cultori di poesia si rivolgono ai direttori di riviste sia per un parere sia per cercare notorietà, raramente per crescere nella consapevolezza della scrittura. Questa “scuola di poesia” ha rappresentato per questi vent’anni l’aspetto qualificante di «Atelier»: i direttori sempre hanno risposto personalmente alle lettere o alle comunicazioni elettroniche, hanno letto i testi giunti in redazione, hanno espresso un parere, hanno dialogato, spesso con difficoltà, con persone che cercavano soltanto conferme e che si stizzivano qualora, e questo è avvenuto nella maggior parte dei casi, fossero state invitate a leggere poesia contemporanea e a rivedere i testi. Non mancano esempi anche su internet, dove si manifesta stupore per una rapida risposta (non penso sia complicato vedere la qualità di un calciatore schierato soltanto in un torneo notturno estivo e un titolare di serie A) e per un cortese (forse troppo cortese) invito ad approfondire i problemi connessi con la scrittura in versi (che tradotto in termini concreti significa: «Non hai la minima idea della poesia; sarebbe opportuno rimboccarsi le maniche e studiare»). Come ha documentato Giuliano Ladolfi nell’editoriale del numero 82, dal titolo La stagione del dilettantismo arrogante, le poetiche avanguardistiche hanno sdoganato ogni tipo di espressione, autorizzando ogni individuo a considerarsi poeta, e non solo poeta, ma eccelso poeta.
Si è trattato di un lavoro immenso, metodico, paziente, ingrato per molti aspetti, che ha prodotto un’invisibile crescita della poesia italiana, documentabile in modo particolare nella generazione degli Anni Settanta, in quei poeti, cioè, che attraverso un lavoro di “Opera comune” hanno saputo trarre linfa vitale per crescere in consapevolezza e in autorevolezza.
Le lettere iniziali contengono i destinatari: Il dono del dio (per un risarcimento a Hermes). [Lagazzi e Pontiggia]; Congedo di un lettore devastato e vile [Giuseppe Genna]; Sfida al Poeta Giovane; L’inizio è irraggiungibile [Antonio Moresco]; Della sfiga in letteratura. [Antonio Scurati]; L’imbarazzo di essere provinciali. Risposta alla lettera aperta di Gianfranco Lauretano; Alla ricerca dello scrittore perduto [Alessandro Piperno]; L’officina di Atelier. Lettere riaperte per Giuliano Ladolfi; Teorema qualità. Lettera aperta alla generazione Tq e a Mario Desiati in particolare, unico fra gli iniziatori del movimento che conobbi, in tempi non sospetti; Lettera aperta, anzi piuttosto chiusa e potenzialmente infinita, ma soprattutto per niente paracula a Flavio Santi.
Segue la corrispondenza, il cui destinatario o è indicato solo con il nome personale o non viene citato, le quali, a mio parere, testimoniano in concreto la “militanza” relazionale della rivista. Qui Temporelli entra nel vivo di questioni concrete: la forma, il verso, la forza della parola, il rapporto con la tradizione, la critica contemporanea ecc.

Mi sembra opportuno citarne una:

26 gennaio 2005

Gentile * * *,
[…] Si eccede nel tentativo di rendere spettacolare: si inocula stupore imitando lo stupore, con un linguaggio un po’ gonfio e compiaciuto degli aggettivi (spesso reboanti: mirifico, fremebonda, celestiali). L’effetto poetico sarebbe quello opposto: di suggerire lo stupore dissimulandolo, con una maggiore secchezza espressiva, insomma. Anche le movenze del testo, certi a capo ecc., sembrano simulare la vertigine, senza renderla pienamente (c’è differenza, insomma, tra comunicare ed esprimere: posso dire “dolore dolore” con tono sofferente e comunicare noia, o dire invece qualcosa di apparentemente rassicurante – “bello” – ed esprimere dolore). Certi sintagmi («invincibile alchimia») risultano dunque stonati, sopra le righe, e provocano l’effetto contrario rispetto a quello desiderato. «Brivido di luce» è poetichese popolare. I «superni furori» sono parodia inconsapevole. Non si vuole con questo richiamare a un abbassamento del tenore linguistico: si tratta di trovare il giusto tono. Possono andare bene certe arditezze (“foltoerbato”: alla Luzi), ma se il tessuto complessivo le sostengono. In ogni caso, prima di inserire un aggettivo, è bene ponderare l’ipotesi di trovare un sostantivo in sé completo, per non eccedere nel colore, col rischio di ridurre il poetico a un effetto di suggestione, e non a sostanza più salda.
Detto questo, il tentativo di raggiungere un’orchestrazione grandiosa di visioni che implicano anche grandi temi, piace. La strada intrapresa è giusta, bisogna solo bruciare la gioventù, le sue fiammate, i suoi slanci con tutti i piccoli e fruttuosi vizi che comportano.
Certo, il modello luziano va attraversato e non ripetuto. Penso proprio agli scalini dei versi, alla posa testuale: quanto necessitata e frutto di un faticoso viaggio quella del maestro, e quanto rischiosamente ammiccante e annacquata in qualsiasi altro poeta che imita quella soluzione senza avere alle spalle un suo percorso… E così vale per certi attacchi invocativi, per i toni sublimi, per il corsivo degli infrapensieri o delle altre voci, per la stesura sintattica…

La conclusione di Smarcamenti, affondi e fughe è affidata a due testi: Esodi ed esordi e Lettera di congedo da «Atelier», per i redattori.

[…]

  1. I temi

Molti sarebbero i temi nodali da enucleare per descrivere una concezione alta, a tratti persino assoluta di letteratura, che il passaggio dalla giovinezza alla maturità non ha sconfessato. Proviamo a identificarne qualcuno.
Anzitutto, annoterei il sentimento della fine del Novecento, inteso come un orizzonte del pensiero poetico ormai esaurito e caratterizzato da un eccesso di ironia nichilista, di sperimentalismi vacui e di sfiducia nella portata conoscitiva della scrittura in versi. È il canone “montaliano” che Temporelli ha cercato di attraversare e di superare. Legato a questo, è il tema del male di vivere, di una visione rassegnata, cui invece l’autore preferisce una visione comunque drammatica, non certo consolatoria, ma “bruciata in un infinito progettarsi”, mai chiusa in sé stessa, sempre dinamicamente aperta all’interrogazione del reale.
La strategia di superamento di questo orizzonte è stata ricercata in un senso della tradizione, sinonimo di radicamento e insieme di evoluzione.
La pratica di innesto è stata individuata nella tattica generazionale, che ha convocato intorno ad «Atelier» i giovani poeti e scrittori per costruire un contesto che favorisse il confronto e la crescita individuale (questo era essenzialmente il progetto ricaduto sotto la sigla dell'”opera comune”), nel tentativo di superare l’isolamento improduttivo delle generazioni precedenti, anche per questo incapaci di arginare la deriva epocale della poesia, ridotta ormai ai margini dalla società dominata dal mercato.
Ma trova spazio in questi Smarcamenti anche la precoce intuizione del fallimento di tale programma, che ha implicato un abbandono della lotta, ma la ricerca di nuovi equilibri e nuove prospettive, fino al definitivo “compimento del dono” ovvero la scelta di portare avanti individualmente questa visione e questa pratica e lasciare in eredità la propria “co-creatura”, «Atelier». Si compie così l’ultimo strappo, lo “smarcamento definitivo”, sancito appunto dall’abbandono del nome di battesimo: “Marco”, non a caso, è il nome con cui si chiude il libro.

  1. Affondi

Questo rapido resoconto ovviamente non rende ragione di tutti gli spunti legati alle polemiche contingenti, agli episodi, alle pubblicazioni, agli eventi che hanno scandito questa stagione letteraria e che occhieggiano dietro a tanti Editoriali.
Ma più ancora occorrerebbe dire degli Incontri e delle Lettere aperte, in cui lo spirito militante della rivista si è posto a confronto con l’interlocutore di turno, con piglio davvero esuberante e a tratti apertamente aggressivo, sempre accompagnato da un ascolto febbrile delle ragioni altrui. Sono questi scritti gli esercizi paradigmatici di quella “lotta per amore” che dovrebbe agitare la “repubblica dei poeti”, secondo le idee dell’autore, e che invece troppo spesso sono sostituiti dai rituali ipocriti con cui è scandita la vita, o forse per qualcuno la perenne consunzione, della letteratura odierna.
Emblema dello spirito di questo lavoro si può ritrovare in una parte dell’Editoriale del n. 24 (dicembre 2001):

Da molti anni «Atelier» s’impegna a offrire un’officina per coloro che mettono mano alla poesia con la stessa tensione con cui ciascuno, oggi come ieri, è chiamato a farsi responsabile del mondo, a partire dai propri spazi privati, dai piccoli doveri quotidiani da portare avanti – anche e soprattutto nella gioia, nella pienezza della vita che a tratti ci trascina e sconvolge.
Se nessuno ha mai alzato bandiere ideologiche o poetiche, è pur vero che chi scrive è certo della necessità di prendere posizione di fronte allo snaturamento perverso che molte forze, anche e soprattutto all’interno della cultura, stanno cercando di imporre alla poesia, perché resti potente e inquieto monito contro ogni addomesticamento dell’intelligenza umana, senza pretendere, naturalmente, di imporle un tema preconfezionato o dei modelli precostituiti.

«Atelier», come ha dichiarato Giuliano Ladolfi, non ha mai stilato un manifesto prescrittivo sul modello del Manifesto futurista, nel quale si indicava il modo di comporre poesia, neppure ha privilegiato una linea poetica rispetto a un’altra perché ogni autore ha il diritto e la responsabilità di trovare una “voce personale”; ha lavorato sui fondamenti e cioè sul concetto di arte, di poesia, sul modo di “fare critica” (cfr. il primo volume della Poesia del Novecento: dalla fuga alla ricerca della realtà) e unicamente sulla base di questo Idealtypus ha radicato interventi, scelte e valutazioni.
Non ci troviamo di fronte a un movimento, come il Mitomodernismo o il Neometricismo, che si fondano su aspetti formali del ποιεῖν: il lavoro della rivista si è calato fino in fondo alla crisi della civiltà occidentale, tentando di decifrarne le cause, coglierne le manifestazioni, recepire all’interno del lavoro di poeti e di studiosi le conseguenze e di lanciare bagliori di comprensione, privi di ogni piglio apodittico, sempre in vigile attesa di conoscere tramite la poesia le manifestazioni della nuova epoca che l’umanità sta vivendo, l’Età Globalizzata.

 

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