L'estetica moderna, fotografia digitale di Micaela Marconi, 70x100 cm

Bucando l’aura letteraria

(L’opera scelta come copertina è di Micaela Marconi.
Cliccare sull’immagine per la visualizzazione completa)

non se ne può più della poesia poesia
ma anche della poesia autentica
se è per questo
non si può più fare della poesia, con la poesia
basta con i libri di poesia
se proprio si vuole
allora deve essere qualcosa che si avvicini
a un nome scritto sull’inguine di una spiaggia
un attimo prima che una lingua di spuma
lo lecchi via

Oliver Scharpf

Oliver Scharpf, leggo dalle note al volume If music be the food of love, play on (Libri Scheiwiller 2003), è «nato nel 1977 a Lugano in Svizzera, ha vissuto un periodo a Roma e a Ginevra. Ha fatto, oltre all’esercizio dell’indolenza, ciò che viene comunemente chiamata tutta una serie dei più svariati lavori, fra cui quello in una fabbrica di cioccolato, il venditore di girasoli, il barista, il figurante all’opera».

Il testo riprodotto esprime in modo limpido ed efficace il quesito eterno: come reinventare la letteratura spostandone il limite oltre il già esperito? O, in altri termini, come stare nel già noto testimoniandone la continua novità?

Basta ripensare a qualsiasi stagione letteraria per rendersi conto della necessità fisiologica di bucare l’aura letteraria di ogni genere. Capita così di assistere allo choc di un libro che diviene un caso per la sua genesi selvatica, per il suo stile spontaneo sostenuta soltanto dal proprio alto tasso di verità. Ma la poesia, a ben vedere, si nutre da sempre di altra poesia soltanto perché e finché in questo modo riesce a trovare un varco sul mondo, un punto per decifrare la realtà.

Oggi (il che vale pressappoco “da circa cent’anni”) i trucchi per slavare i tessuti raffinati della letteratura (quand’essa pare decrepita, satura, ridotta a poetichese), sono ben noti: ecco il rinnovamento linguistico, la scelta di soggetti e temi “impoetici”, la sperimentazione di soluzioni tipografiche inedite, la contaminazione dei generi, l’uso delle minuscole, la definizione di poetiche che si autogiustificano sulla base di interpretazioni sociologiche ed epocali, la lotta contro l’io lirico, la mimesi della cultura pop… Tutte strategie tradizionali, ormai, a tal punto che, per avvertire ancora l’effetto straniante di una voce che penetra il corpo della letteratura come una scossa elettrica rivitalizzante, c’è ormai bisogno di sovrapporre al testo il diaframma di un autore-personaggio: nulla contro al comico che scrive poesie o al politico che compone romanzi o al pentito che detta la propria biografia, per carità, purché non si arrivi all’eccesso di ridurre l’auctor a prodotto del sistema editoriale e la sua scrittura a feticcio commerciabile, come magliette di cantanti e di calciatori…

Tutto questo per ricordarci che, se è necessario stare attenti a non trasformare il mondo in un’enciclopedia, è bene interrogarsi sull’esistenza di quel motivo di intensificazione che farà di qualsiasi inclinazione stilistica una mossa creativa, naturale e strabiliante.

(da Mosse per la guerra dei talenti, 2007)

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