untitled_07, di Angela Velleca (ink. collage and seam on cardboard, 42x30 cm, 2016)

Tra visione e sperimentazione

(L’opera scelta come copertina è di Angela Velleca.
Cliccare sull’immagine per la visualizzazione completa)

[…]
E vidi chiara la banalità della mente e vidi
che si faceva ascia e l’ascia era così banale.
E i corpi gravitazionali aprirono piano le loro ali.
Riconobbi l’unità la diversità del numero e della forma.
E fui distanza. E rotolai tra me e te e rotolai tra te
e lui e rotolai tra me e me e rotolai tra me e lui e
rotolasti tra te e me e rotolasti tra te e lui e rotolasti
tra te e te e rotolò tra sé e te e rotolò tra sé e me
e rotolò tra sé e sé. L’uomo dalle braccia scure
all’improvviso mi gettò a terra e girò le stelle
e il mio corpo rotolò tra le scale. Io dimenticai. E mi
trovai in una terra lunga che non aveva nome. Non
riconobbi la pelle la fronte le unghie e qualcuno disse
«tu sei thérèse».

Florinda Fusco

C’è una colluttazione continua tra sapere e non sapere dietro la sperimentazione poetica di Florinda Fusco (e qui il termine sperimentale rimanda a una effettiva linea poetica discendente dalle avanguardie novecentesche, alla quale l’autrice viene generalmente ascritta). Barese del 1972, già apprezzata per diverse uscite su rivista e in volumi collettivi, ma soprattutto per raccolta autonoma linee (Editrice Zona 2001), Florinda Fusco ci propone versi (leggibili sul sito http://www.re-vista.org) che ancora una volta evidenziano la frizione tra due elementi spesso pensati come antitetici: la visionarietà “orfica” e la matericità sperimentale, appunto – quest’ultimo elemento legato per di più alla tipica liturgia del corpo, così costante, lo abbiamo notato, nell’esperienza di scrittura delle donne.

Il passato remoto che proietta la visione su uno sfondo assoluto e tragico, il tono che si solleva su immagini sempre più eclatanti assecondando il climax della descrizione, il piglio a tratti anche filosofico che s’indovina («E fui distanza») possono essere additati rapidamente come i sintomi dell’ingrediente che tende a portare su un piano metafisico l’evento testuale; la gestione teatrale della voce (l’autrice si occupa effettivamente anche di drammaturgia), la porosità fonica dei versi e la prontezza a smentirsi in pose sempre diverse, o sempre fluide all’interno dello stampo previsto, sono i dati della componente materica, poco incline a qualsiasi deriva oltre il dato oggettivo. E, tuttavia, il connubio di queste tensioni antitetiche è proprio la dimostrazione poetica dei limiti dei filtri logici attraverso i quali setacciamo i fondali del reale, distinguendo tra materia e spirito fino a perdere di vista la loro unità sostanziale.

L’aggrovigliarsi dei corpi descritto nel brano citato, quasi allegorie delle due entità che reggono la vicenda e arrivano a comporre una figura indistinta, sono allora l’emblema di un pensiero erotico (di una logica emotiva) che non si lascia incantare dalle differenze, ma riscopre continuamente la solidarietà degli elementi e l’intrecciarsi delle forze nello stesso corpo del poeta, specchio del molteplice.

(da Mosse per la guerra dei talenti, 2007)

 

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