Pane sulla mensa

Sillabare il mondo

settembre che ho spezzato . tra te e l’urlo lungo dentro il mare .
dentro giorni a sangue nudo . che mi hai fatto respirare .
per resistere all’inferno . alle mani sulle tombe . ai muri armati a niente .
per restare e fare il pane .

* * *

calmo . come la tua lunga gola . come l’albero semplice . come la memoria .
piena di mare adesso . calmo . ti ascolto ogni giorno che nasci . dal buio
armato . con la grazia del seno . e una vena di luce .
su ogni straziato deserto .

Stefano Massari

Viene su con un ritmo calmo e nello stesso tempo singhiozzante la poesia di Stefano Massari, nato a Roma nel 1969, attivo e già apprezzato come poeta nell’area bolognese benché diario del pane sia a tutti gli effetti la sua prima raccolta organica (ed. Raffaeli). Briciola dopo briciola, quasi in un processo inverso che parte dai residui, dai resti di una storia devastata, il poeta fa il pane, diventa custode di una civiltà fantasma, che dal microcosmo si allarga e guarda oltre le frontiere del nostro tempo devastato, ma anche oltre i confini della morte. Chi legge, viene lentamente abbracciato da un fiato che spezza il gelo, che spalanca alla solidarietà umana il senso di un dolore universale, in una «sillabazione allucinata del mondo» (così Bertoni nella nota che accompagna il volume), ma che non si contorce in sentimentalismi, non prende il dolore come un privilegio. «La scuola della gioia», recita l’epigrafe di Fortini, «è piena di pianto e sangue ma anche di eternità». Anche la musica delle parole è sfregiata, triturata, rimasticata (si palesa qui una certa prossimità con la tecnica compositiva di un altro poeta bolognese, Fabrizio Lombardo, per giunta suo coetaneo, il quale graffia la superficie del testo con delle barre oblique).

Nel caleidoscopio del poeta lampeggiano volti di amici, profili incerti di morti, popoli ai margini della storia e costantemente nel cuore del dramma epocale, e su tutti la figura di Cristo: «il più cieco tra i ciechi ha portato una croce / il più nudo tra i nudi ha donato sua madre / il più fragile ha sfidato i più forti / e li ha condannati al deserto», si dice per esempio in una delle poche poesie non tagliate dai punti, pur sempre fedele all’uso delle minuscole, all’attenuazione, insomma, dei grandi temi: perché il filo che ricuce i frammenti e i lievito che li amalgama non può essere la retorica, ma l’esattezza di un tono che nasce dall’ascolto («non sono nato per obbedire o disobbedire / sono nato per dare e chiedere ascolto»). L’essenza civile di questi versi è aderente all’impulso lirico: non c’è la posa dell’intellettuale, piuttosto la risonanza di una scenografia spoglia predisposta per la voce che trapunta il buio, che lo mangia.

(da Mosse per la guerra dei talenti, 2007)

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