Progettazione didattica e improvvisazione

Progettazione e improvvisazione

Ottobre: è scaduto per noi insegnanti il tempo delle fatidiche programmazioni – anzi, “progettazioni didattiche”. Intendiamoci: non è che nelle prime settimane di scuola non si sapesse che fare e non è che soltanto a ottobre ci ingegniamo sul percorso scolastico che ci attende, ma è questo il periodo in cui ci tocca sbrigare una di quelle caratteristiche faccende burocratiche che risultano noiose e quasi prive di senso, se affrontate in un’ottica individualistica. Spesso le “programmazioni” sono moduli da riempire per un atto dovuto e non hanno una reale ricaduta sull’attività scolastica, per varie ragioni. Anzitutto, perché “progettare” bene è veramente difficile se non impossibile, per chi vuole agire in un’ottica non di contenuti ma di competenze, in relazione non a un percorso astratto ma a un concreto gruppo classe. E come si può sapere come i ragazzi risponderanno alle mie sollecitazioni tra un paio di mesi? Al di là, anzi, dello stesso impegno del docente, i ragazzi cambiano così rapidamente da soli…

Detto ciò, è chiaro che tutti gli insegnanti debbano sapersi prefigurare un cammino. Se non si hanno degli obiettivi, per quanto essi siano da riconfigurare strada facendo, l’avventura non prenderà forma. Gli obiettivi, mi ripeto, sono come gli ideali: brillano come stelle in cielo e non li raggiungeremo mai pienamente. Ma, per noi naviganti in mare, serviranno a stabilire la giusta rotta.

Così, eccomi come tutti gli anni a tracciare mappe, a cercare nuove costellazioni. Eppure, se ho una certezza, dopo qualche lustro di insegnamento, è che anche questa volta non riuscirò a ripetermi e vivere di rendita sulla base del lavoro svolto in precedenza. Sì, qualche verifica si potrà riciclare, qualche esercizio rimarrà un cavallo di battaglia, ma nell’insieme tutto finirà per assumere una forma del tutto inedita. Ogni anno si lavora con persone nuove.

In ogni caso, la vera progettazione è collegiale. Solo confrontandosi con i colleghi si possono creare strategie globali e veramente efficaci, evitare ripetizioni inutili, condividere tecniche che favoriscano l’apprendimento, arricchirsi reciprocamente nel mettere a fuoco la classe.

La programmazione dovrebbe poi aprirsi anche agli studenti. “Che cosa vi piacerebbe studiare? Quali interessi avete? Quale autore preferite?” Sono domande che rivolgiamo ai nostri ragazzi, ma che forse non modificano realmente le nostre scelte.

I teorici della scuola parlano per questo della modularità della programmazione: faccenda complessa in cui non intendo inoltrarmi. Ricordo solo che un buon modulo dovrebbe prevedere dei percorsi liberi, delle scelte demandate allo studente.

Dunque, bisogna programmare, ma programmare anche… le libere scelte degli alunni! Ecco perché osavamo dire che il compito è praticamente impossibile.

Ma alle contraddizioni dell’insegnamento siamo avvezzi da tempo, ormai, per cui ci adattiamo con spirito creativo e con una buona dose di autoironia.

Io, per esempio, mi sono inventato per la scuola media una “mappa del tesoro”: agli studenti chiedo di scaricarsi dal sito tale mappa, in cui sono annotati i moduli che suppongo di affrontare con loro, e che dovranno colorare e valutare al loro completamento. Però do loro avvisi fondamentali: “La mappa, vedete, ha dei buchi, che dovrete riempiere voi, e soprattutto è magica, per cui, cammin facendo, potrebbe modificarsi radicalmente”. Intanto, però, mi sembra utile offrire loro una visione d’insieme, un riferimento per non perdersi o anche solo l’intuizione di un cammino. Qualcuno, in ogni caso, mi ha già domandato dove si nascondesse la fatidica X del tesoro. Lo scopriremo insieme, gli ho risposto.

Non sono, però, un maniaco dell’efficienza. Quanto disordine c’è sulla mia scrivania! Tutti, del resto, ci rendiamo conto della necessità di coniugare programmazione e improvvisazione. Quante volte, le lezioni migliori sono scaturite all’improvviso da una domanda, da un’osservazione, da un imprevisto! Direi anzi che questo è il nocciolo di una delle più importanti lezioni da offrire ai nostri studenti. Si lavora con metodo rigoroso per scoprire la libertà. In arte ci si esercita sui canoni per raggiungere la spontaneità. Nella vita, si devono assorbire le regole, se vogliamo esprimere la nostra autenticità. Si impara la grammatica per arrivare, un giorno, a scrivere bene, senza nemmeno più ricordarci, probabilmente, la regola. La cultura, insomma, è ciò che ci rimane dentro quando abbiamo dimenticato tutto. La disciplina serve per portarci alla leggerezza dell’abitudine, che trasforma magicamente la fatica e ci nutre con il suo frutto prelibato: la soddisfazione.

Montale amava ripetere che la buona poesia nasce spontanea, ma su un terreno coltivato. Mi piace pensare che le mie lezioni abbiano, in fondo, la stessa genesi.

 

2 commenti
  1. Massimiliano dice:

    “La mappa ha dei buchi”… il tesoro solitamente è in uno di essi: Il tesoro è vuoto e attorno al vuoto si è costruita la mappa, come la Polo, la caramella col buco e la menta attorno.

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    • Andrea Temporelli
      Andrea Temporelli dice:

      Hai ragione, Massimiliano. Infatti mi convinco sempre di più che progettare bene, in team, come docenti, significhi “creare spazio”, rispetto alle programmazioni claustrofobiche cui ci siamo assoggettati non so perché. Il che non significa NON svolgere parti delle indicazioni ministeriali, ma evitare ridondanze fra le materie, scegliere bene le scale di approfondimento, potare insomma il grande albero del percorso didattico di uno studente partendo dal suo punto di vista. Per creare spazi, appunto. Zone di movimento creativo. Vuoti da riempire con scelte libere, improvvisazioni, bisogni del momento.

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