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Un passaggio abissale

Penso alla poesia come a un passaggio abissale, nel quale le cose si perdono o dal quale ci vengono incontro. Poco può la nostra volontà di definire. Compito della poesia è quello di sfondare il darsi usuale delle cose, di restituirle a una storia che ci supera: leggere nella loro vanità, la verità. Qualunque peso specifico abbiano.

Penso alla poesia come a un grembo femminile e muto, in grado di trasformare con un prodigio assolutamente naturale le velleità dell’uomo.

Penso alla poesia come a un pozzo in cui possiamo calare qualunque cosa, ma sempre avviando un’avventura, senza poter cioè prevedere del tutto che cosa accadrà, quale forma riemergerà dal buio (e grazie a chi).

Eppure, per quanto le nostre intenzioni vengano sempre inghiottite da questo spazio e riassorbite nella Natura, penso che il poeta si affacci sempre sul baratro della poesia con un movente terribile. Magari i primi passi sono ammaliamenti adolescenziali, giochi di curiosità. Ma poi tutto si fa serio, e il poeta avverte una sete che uccide, talmente radicata nel suo corpo da chiederne la scomparsa: la scrittura diventa un gesto transitivo e intransigente. L’ascolto dell’uomo lascia il posto alla sordità del poeta, nel momento in cui prende voce. E questo movimento è talmente inerente alla storia da spingerlo a chiedere alla poesia qualcosa che abbia la pretesa (ingiustificabile, totalitaria) di essere valida per tutti. Il poeta è sommamente intollerante, nel suo desiderio di dare voce all’altro.

Non ha senso, dunque, chiedersi che cosa sia la poesia; bisogna domandarsi che cosa noi chiediamo ora, alla poesia e pretendere una risposta pagata di persona.

Che cosa chiedo io alla poesia, oggi? Non lo so. O meglio, non sono ancora sufficientemente sincero per dirmelo. Non sono abbastanza scomparso.

Di che cosa mi sento poeta? Mi ispira poesia solo ciò di cui faccio esperienza. Il vissuto, dunque (biografico, onirico, storico, intimo, e qualsiasi apertura al possibile sperimentata nel corpo). Potrei essere poeta di tutto ciò che sono in grado di testimoniare; talvolta, è ovvio, si daranno eventi anche storicamente pressanti, ma che non mi interessano come poeta, benché come uomo ne sia coinvolto magari attivamente. Per esempio, ora la diffusione di nuove tecnologie con i linguaggi connessi mi ispirano poetiche, ma non poesia. Potranno diventare in seguito, forse, moventi per la scrittura, ma attualmente li avverto ancora poco nella carne: sarebbero motivi intellettualistici. Qualcuno dice: i nostri miti si chiamano computer, televisione, cinema, internet: siamo al capolinea. A me sembra che il decadentismo sia la presa di coscienza di tutto questo: siamo saturi, abbiamo letto tutti i libri da due secoli (ma proprio qui, sul crinale dove tutto sembra a posto, nasce la forza sovversiva della poesia…). Si aggiunge: dobbiamo ripensare il mito. Ma questa non era la prima avanguardia del Novecento? Siamo seri, per favore: chi ha avuto la vita trasformata da Internet, alzi la mano. Mi viene in mente mio padre che dice di suo padre quando per la prima volta accendeva la TV. «Unire le pulsazioni di un circuito a quelle del cuore umano» (Il riferimento è allo scritto di Flavio Santi, I poeti sognano pecore elettriche?, «Atelier», VI, 24, dic. 2001, pp. 8-9): ma non è proprio questa la poetica della modernità? Non lo abbiamo letto Eliot, non abbiamo sentito con quale gusto fa cozzare il dato naturalistico con un’immagine desunta dall’universo della tecnica? La poetica del postumanesimo rischia di nascere postuma.

Io sono convinto, anzi, che uno scrittore debba farsi responsabile di una forma di disobbedienza al tema (per usare un’espressione di Bigongiari) di fronte a ciò che la società gli impone surrettiziamente: questo è il solo modo per affrontare in pieno la propria solitudine e il proprio destino. Il che non vuol dire affatto ritirarsi dalla società (facendo il gioco del sistema), ma semplicemente stare nel sistema senza accettarne il gioco: l’unico modo di far ingoiare al capitale «l’osso senza carne della parola» (Raboni). Essere davvero alternativi e propositivi al di fuori del balletto fra Maggioranza (“viviamo nel migliore dei mondi possibili: canta il nostro tempo!”) e Opposizione (“scendiamo in piazza insieme contro il Palazzo: conserva la purezza!”). E non si fraintenda nemmeno l’idea di solitudine, che è proprio la solitudine di tutti noi, immersi nel villaggio globale. I miei versi infatti li sento sensibili anzitutto all’uomo: ecco, mi ispirano le persone: per questo ritrovo con piacere in ciò che scrivo gli amici, il piccolo popolo della mia scuola, il senso di pienezza del tempo che solo gli uomini sanno restituirmi (anche nel dolore, anche nella mancanza).

Perciò chiedo ai miei versi di farsi poesia organica, che non esibisca cioè alcuna meccanica manipolabile ma che sappia far corpo metabolizzando tutte le poetiche (con il processo di digestione espulsione e rigetto di volta in volta vitale), che porti a sintesi i paradigmi stereotipati del nostro modo di porci davanti alla poesia, che stanno al di qua di un modo di pensare creativo.

Penso a una poesia che osi, che sappia farsi carico del Novecento, con tutti i suoi fallimenti.

Penso a una poesia che sappia offrirci una visione della realtà, per quanto complessa e contraddittoria; una poesia che abbia abbastanza coraggio, abbastanza cuore, per fare i conti con la grandezza ma con la massima umiltà. Per portare il sublime qui, sulla terra, nell’orizzonte del nostro tempo, attraverso questo passaggio abissale.

Penso alla poesia come a un figlio che mi superi.

Il Novecento, dunque, è finito? La domanda è insensata e pertanto provocatoria. No, il Novecento non è morto perché non esiste. Oppure: morirà se saremo in grado di guardare negli occhi il suo fantasma, dargli forma e giustiziarlo.

Sento troppo la pressione della storia (delle sue correnti più forti di qualsiasi intenzione interpretativa) per non credere che questo tempo non sia propizio.

Sono troppo nichilista per non scommettere nella capacità dell’uomo di partecipare alla creazione.

 

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