Compagni di viaggio, fotografia di Maria Teresa Ambrosi, 2012

Memoria cola tra le stirpi

(L’opera scelta come copertina è di Maria Teresa Ambrosi.
Cliccare sull’immagine per la visualizzazione completa)

La sciarpa rossa che ancora ritorna
nelle ondate violente dei tuoi sogni
porta biciclette forate d’inverno
e androni ghiacciati di collegio.

Mura che a Novi attendono all’ombra
nella posa ferma del mastino.

L’orologio dorato a guardia della spalliera
emerso dal fuoco dei lutti
– e nostra icona dei morti –
calca deciso sulla mia fronte.

Memoria che cola nella memoria
di generazione in generazione.

Alessandro Rivali

Se è vero che la poesia serve alla vita, in molti sensi, è altrettanto importante ricordarsi che non va confusa con la mera esibizione della propria anima. Per questo mi sembra particolarmente importante l’osservazione con cui Roberto Mussapi introduce le poesie di Alessandro Rivali nel già ricordato volume collettivo Quattro poeti (edizioni Ares): i testi di questo ventiseienne, originario di Genova ma da anni impegnato a Milano, hanno poco a che fare con «quel tono confessionale che marca molte, troppe esperienze dei poeti della sua generazione».

Ovviamente, partire concretamente dal proprio vissuto è da una parte pericoloso perché dà credito ai pericoli del biografismo, dall’altra è spesso una necessità o una scelta consapevole che mira a una onestà di fondo. Ma quali sono i confini del vissuto? Non ricadono anche i sogni, le speranze, i desideri inconsci nella trama fittissima delle nostre esperienze e del tessuto psichico che dà forma alla nostra fluida identità?

Il fatto è che spesso ci illudiamo che la realtà sia appena a un passo da noi, a nostra portata. È un pensiero consolante. Quanta strada, invece, dovremo fare per arrivare a vederla davvero, con quanti occhi dovremo guardare il paesaggio in cui ci perdiamo, prima che si schiuda la nostra visione… Il sangue di un poeta non appartiene mai a un uomo soltanto.

«Milano rabbiosa degli Sforza / e dei curricula ruotanti nel vento. / […] / Del tempo feroce in città parlano i bastioni / scavati dall’edera, / masticati dai topi». La Milano di Rivali è perciò un demone che si placa solo davanti a uno sguardo di più generazioni, e anche di altri poeti (un Caproni spaesato, anzitutto), memorie di più uomini fuse nell’unico stampo di una vita che si supera nell’atto poetico, che apre una breccia eterna nel muro del tempo imbrattandola con il suo – con il nostro – sangue.

 

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