SMOKE #13, di Stefano Bonazzi (Digital composition printed on photographic fine art paper behind plexiglass plate, Size 100 x 150)

Il bambino geometrico

(L’opera scelta come copertina è di Stefano Bonazzi.
Cliccare sull’immagine per la visualizzazione completa)

Nel posacenere ho spinto la cicca,
ma di sbieco, tanto che le scintille
sbrindellarono dalla brace in cima.
Le scintille che attirano attenzione
su un’azione consueta ed ordinaria.
Dall’arancio metallico divampano –
sarebbe da quell’unica miscela
di carta e di tabacco inceneriti –
minuscoli lapilli zampillanti
che, sfrigolando lesti, affievoliscono.

Gianluca D’Andrea

Dalla raccolta Il laboratorio (Lietocollelibri) di Gianluca D’Andrea ricopio la poesia che ho avuto modo di sentir leggere direttamente dall’autore in un recente incontro. In quell’occasione pensavo, ascoltando, alla concentrazione razionale sul dettaglio «ordinario» che funziona come una lente che convoglia la luce su un punto fino a incendiarlo. E mi venivano proprio in mente gli esperimenti che si fanno da bambini, con le foglie secche e le lenti. Di questi esperimenti è zeppo questo laboratorio, anche se i barbagli che raccoglie («I bambini badano alla luce / quando le distanze sbiancano sul punto») restano ingabbiati in un tono troppo magrelliano, mi dicevo, o persino lombardo (eppure Gianluca è nato a Messina nel 1976!). Tornato a casa, senza aver avuto l’occasione di approfondire il discorso con l’interessato, ho ripreso il libro, trovandolo per fortuna più scomposto di come mi era apparso. Magrelli c’è eccome, quale antecedente (è stato persino argomento di una laurea che verteva sull’analisi del rapporto fra poesia e informatica), ma la raccolta accoglie anche infiorescenze stilistiche che rompono gli argini di un controllo eccessivo, si contamina linguisticamente, riacciuffa in extremis il gusto del gioco e persino dello sberleffo. Mi sono rassicurato. Così colgo l’occasione per lanciare, a chiunque voglia sentirsi qui chiamato in causa, il dubbio che mi lasciava allora un po’ titubante sulla soglia del libro: fino a che punto vale ancora la pena di insistere sul lucido minimalismo di chi si affida all’aura che circonda il testo, al bianco del non detto, ai retroscena che si vorrebbero indovinare dietro a una poesia-metafora (e metafora sospesa, quasi autoreferenziale)? Fino a quando le ceneri delle nostre terre desolate continueranno ad ardere?

Certo, certo, la poesia non deve dovere. Qui, infatti, non si prescrive nulla, si ha solo desiderio di condividere lo stupore che ancora cerchiamo di cogliere nei versi, quello stesso stupore del bambino davanti alla trasformazione della materia. Soltanto – ecco il punto cruciale – ci sembra che a bruciare adesso sia ben altro e che in qualche modo i nostri occhi ormai adulti dovrebbero rendere ragione del contesto che la poesia, qualunque poesia, anche quella più dimessa e sottotono, sfida. Comprendo bene la legge dell’inversamente proporzionale: abbassare toni e argomenti per strozzare la retorica e risalire precisi al cuore dell’evento. Ma un angolo di rifrazione deve essere ben presente alle strategie del poeta, ai suoi calcoli. Deve essere linguisticamente piazzato nel testo, nella postura («di sbieco»?) che gli si assegna.

Un titolo interno del Laboratorio recita: Il bambino geometrico e le citazioni. Che siano proprio le citazioni, implicite o esplicite, gli specchi per far uscire dal laboratorio il raggio di luce e abbagliarci, dentro la realtà? Che sia l’onda della tradizione a sollevare la voce, a farla risuonare nuova e antica nella nostra memoria?

(da Mosse per la guerra dei talenti, 2007)

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