Little Learners, di Peggy Johnson

Rigenerare la scuola

Tutto accade quando a un certo punto l’insegnante prende coscienza. C’è un momento in cui – forse per caso, forse per stanchezza, magari anche dopo un avvio brillante – durante una lezione egli prende consapevolezza della scena: e si vede lì, a gestire un teatrino che non ha più senso: pochi alunni lo stanno veramente seguendo, alcuni non lo ascoltano mai (anche se stanno buoni nel loro angolino, addomesticati), altri hanno qualcosa di più importante da comunicare a un altro compagno, la maggior parte recita a dovere il ruolo che è stato assegnato loro, per cui non sono pochi quelli che ti guardano, e magari prendono pure appunti; ma sono degli automi, degli operai alienati alla catena di montaggio. Per fortuna i due o tre più impegnativi oggi erano anche assenti, ha pensato all’inizio dell’ora in angolo del suo cervello, sebbene non voglia ammetterlo.

Così il docente si rende conto di non essere veramente presente: la sua lezione è un evento astratto, che ripete da anni. Anche quando c’è passione in quel che si dice addosso. Capisce che il suo è un compiacimento, se è fortunato. Con gli anni, la situazione non potrà che peggiorare, e dal compiacimento si passerà alla tortura esplicita, inflitta tanto agli alunni quanto a sé stesso. Anche quando si parla di argomenti belli, anche quando i contenuti (i programmi!) sono perfetti. Il dramma, anzi, è proprio questo.

Ecco, è in quel momento, dopo quella presa di consapevolezza, che l’insegnante si trova davanti al bivio: rassegnarsi e proseguire, pensando alla busta paga risibile, all’assedio di richieste e accuse implicite che da ogni parte gli piovono addosso, certo che il suo rimane un mestiere e non una vocazione; oppure far saltare il banco, e reinventarsi.

Perché dovrebbe scegliere la seconda strada? Perché ama il nucleo irradiante della disciplina su cui si è formato – perché l’individuo si valuta per quello che dice, per quello che fa e per come lo fa, e l’insegnante è il primo a valutare sé stesso – perché ha scoperto che, come nell’arte e nella scienza, l’innovazione è il cuore stesso della tradizione.

 

3 commenti
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    Tiziana dice:

    Mi sembra che oggi sia più difficile per gli insegnanti fare il proprio mestiere. Io ho un rispetto immenso per loro, mi ricordo ancora la mia maestra severa alle elementari che ci ha forgiato nel rispetto dell’insegnante. Era un piacere ascoltarla. Altri tempi.

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    • Andrea Temporelli
      Andrea Temporelli dice:

      Non saprei dire se è più difficile o no. Temo di sì, perché la cornice sociale della figura dell’insegnante è saltata. Deve fare un po’ da genitore, da psicologo, da assistente sociale, da tutor personale; deve rendere conto al dirigente scolastico, al ministero, alle necessità creative che la prassi imporrebbe sulla sua materia di insegnamento. E, nello stesso tempo, deve farlo senza la protezione di alcun prestigio: su di lui ognuno dei soggetti in causa ha diritto di critica e di ingerenza. Tuttavia: basta lamentarsi. Questo è il contesto: troviamo il modo di cavalcarlo.

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