Il raccolto di una vita intera

Anniversario (del mio romanzo)

Uh, me ne stavo sinceramente dimenticando, e infatti sono in ritardo di qualche giorno, ma è da un anno che Tutte le voci di questo aldilà sta viaggiando nel mondo. Cammina come un monaco, stando praticamente fermo, in un mondo vorticoso che ha ben altro a cui pensare. Ma non c’è fretta. Non c’è fretta.

Comunque, la ricorrenza è propizia per rileggere l’epilogo. La versione che ripropongo qui sotto contiene la variante di Geiger.

Dove l’autore si congeda dai poeti e da sé stesso, togliendosi la maschera

Alla larga dalla poesia, schiccherafogli che non avete mai fatto spreco di voi stessi, che non avete mai vissuto e pensate di riscattarvi con i vostri bisillabici piagnucolii. Non destate i lupi: scenderanno nottetempo a sbranarvi. Voi non sapete che cosa sia scrivere sui vostri polmoni, riversati davanti come le ali di un angelo scomposto. Conoscete la vostra vanità.

Invece avete fretta di tentare la voce perché non sapete, idioti, ch’è mortale il bacio divino. Non sapete che si scrive davvero poesia solo quando è troppo tardi, perché per dieci versi degni serve il raccolto di una vita intera: tutta la dolcezza o la tristezza, il canto e il discanto della giovinezza, della maturità e della vecchiaia distillate in un unico calamaio. Non basta provare emozioni. Tutti gli uomini amano, ma non tutti sanno dire l’amore.

Per saper scrivere verticali bisogna aver amato e tradito la propria origine, bisogna aver spiato che cos’è in un porto l’andare e il venire, aver colto il grido dei saluti, la delusione degli arrivi, e poi essere partiti per rifare la terra su rotte mai tracciate, fino a quando non si è ritrovato in sé il cortile stupefatto di sole in cui abbiamo appreso per la prima volta, bambini, il terrore d’esistere. Bisogna aver ascoltato le preghiere di tutti i popoli e aver amato solo le divinità tradite. Bisogna aver ottenuto e perso ogni cosa, aver ascoltato l’erba crescere e confidato nella morte, giacché solo nel nostro essere mortali alberga la possibilità del senso. E ancora non è abbastanza. Per scrivere verticali occorre anche dimenticare, sentire le nostre visioni crollare e per questo piangere e lodare la vita incomprensibile e grande. Perché cifra su cifra la somma di tutte le nostre esperienze in poesia è sempre pari a zero. Bisogna aver smarrito tutti i sentieri e tutti i ricordi, e sentirli cantare con una voce oscura e ignota dentro ai nostri banali gesti quotidiani, quando ci svegliamo, attraversiamo il mattino e il giorno e la sera come compissimo un rito assurdo, fino all’improvviso bacio di vento che ci risolleva lo sguardo e ci fa vedere, per la prima volta, semplicemente vedere, la nostra vita intera da un punto al di là di essa e in quel punto incorruttibile c’è il cortile dell’infanzia, le notti di solitudine e di passione, le città e i mari che abbiamo visitato, le mani sostenute ai moribondi e quelle tentennanti dei bambini, tutto, tutto compiutamente.

Ecco, allora, solo allora, si può essere pronti a scrivere una manciata di versi veri, scritti per tutti e per nessuno, su una pagina illuminata dal sole, accanto a una finestra aperta sotto il vasto cielo.

Perché si scrive intingendo la penna nella morchia delle disperazioni, e con quanta più sofferenza per arrivare, trasumanandosi, a un canto di gioia, le rare volte che. Si scrive per frenare l’emorragia di tempo e di vita che non riusciremo mai a salvare, nemmeno quando, bruciate le pupille, ci aspetta il buio la vertigine la caduta. Si scrive per evitare il suicidio. Si scrivono versi per stare dritti davanti all’assoluto, perché si è uomini mortali. Perché l’opera è una belva che ci divora. Non si scrive per incoronare la propria sensibilità, si segue di nascosto il proprio rosario di sillabe come un eremita eretico che ha un amore esclusivo, come una suora nella cella sposa il profilo dell’ombra e si lascia profanare il ventre solo dal mistero. Non si scrive per guarire, si scrivono versi perché si è già morti, si impugna la penna per uccidere tutte le voci di questo aldilà. Si scrive per zittire l’abisso e il suo vento che ci taglia il volto. Si scrive per magnificare il niente che stringiamo fra le dita, fino a spremerlo da farne tremare l’universo, senza che nessuno sappia mai ascoltare il nostro canto di disperazione e d’amore.

Ma se anche tu non riesci più a resistere, se, infrollito anziché temprato dalla solitudine, pavido come tutti, vuoi convincerti di vedere nello specchio un volto presentabile, fai come me, che saltabecco sulla tastiera del picì dritto come se niente fosse per scrivere un romanzo, cretino.

 

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