Andrea Temporelli

Profezia privata (terza parte)

In questi giorni di tregua dalla scuola mi sto concedendo un po’ di ozio (attività in famiglia, letture, preparazione di lezioni…).
Colgo l’occasione per ripensare al percorso compiuto quest’anno con il sito e rilancio alcuni vecchi articoli, cui sono particolarmente affezionato. Ecco la terza e ultima parte del mio personale “manifesto”

Cucita dal filo dell’allitterazione, la profezia privata è un ossimoro: senso che respira attraverso la contraddizione, poesia che è inesorabilmente presente, eppure “pre-sente”, sente prima, o forse soltanto continua a sognare, le terre del domani dove potrà realizzarsi. Non esiste profezia che non si rivolga, pur supplicante,all’umanità intera, come non esiste poesia che non covi una particella cosmica, perfino nell’istante in cui si accartoccia e si fa piccola, infima, impercettibile.
Qui, la profezia sa di essere privata di ogni autorità, negletta da tutti, rinnegata dai fratelli. Per ciò stesso la parola si ritorce e accusa l’autore, sempre appeso al proprio verbo. Se mi assomigliate, prima di rendervi osceni e di prendere voce chiedetevi non che cosa voi vi aspettate dalle parole, ma che cosa esse pretenderanno da voi, una volta disperse nel mondo.
Sia dunque privata questa profezia. Alle mie parole non chiederò sconti.

Postilla: l’immagine del profilo
Lo sguardo del poeta cerca la natura, ma immette nella creazione un atto di pensiero. L’innocenza è perduta, semmai la si penserà come traguardo da riconquistare. L’importante è che l’officina si apra «a tutti i venti», perché ciò che accade nell’interiorità dell’uomo è insignificante rispetto a ciò che accade fuori – a meno che i due universi si compenetrino, si rispecchino intimamente.
Ecco dunque l’ingresso della natura, a stabilire un altro fondamentale contrasto su cui si fonda la poesia, fecondata da naturalezza e artificio, da sincerità e inganno, da verità e simulazione: «Per questo ridiven- / to lirico e leggero, falso e vero / mentendoti perché          sempre sincero». (Da Il cielo di Marte)

 

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