Tiziano Broggiato, fotografia di Dino Ignani

Poeti contemporanei: Tiziano Broggiato

(La foto è di Dino Ignani.
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La contiguità semantica fra due titoli, Predilezione dell’albero secco e Il copiatore di foglie, non è occasionale, come rivela la ripresa di alcuni testi da un volume all’altro. Che cosa può significare questo fatto? È possibile che l’autore abbia voluto semplicemente offrire quanto di meglio era nelle sue possibilità oppure rendere più esplicita la ricerca poematica attuale o riprendere le poesie che, con il senno di poi, trovavano soltanto in quel frangente il loro contesto ideale. Ma, senza escludere nessuna di queste spiegazioni, la ripresa puntuale e allo stesso tempo sostanziale di alcuni componimenti nei libri citati, fra cui quello che dava allora il titolo alla raccolta (ora ridotto a Predizione), fa presumere che la scrittura di Broggiato fosse alle prese con un nodo irrisolto o ultimativo.

Roberto Mussapi, presentando Il copiatore di foglie, parlava del compito avvertito dalle ultime generazioni «di un recupero della dicibilità, della comunicazione, sgretolatesi prima per le alchimie neosperimentali poi per una ripresa (necessaria e salutare, ritengo) della spessa costola simbolista da cui discende gran parte della poesia novecentesca. Ora è necessaria un’uscita verso il mondo, un ritorno alla comunicazione drammatica e non semplicistica, consapevole e insieme avventurosa». E aggiunge: «Il percorso di Tiziano Broggiato in Il copiatore di foglie, e particolarmente nella risonante evocatività del poemetto Ascoltando Marilyn, si muove in quella direzione responsabilmente e con il necessario coraggio». Una simile indicazione operativa risulta perfettamente consequenziale alle problematiche sollevate da Luzi licenziando il libro precedente, quando individuava la questione della «condizione di indicibilità sostanziale e di incomunicabilità oggettuale. La entropia è glorificata e sofferta. Preme sotto la coltre delle aggregazioni e dei lemmi una genesi intensa che non vuole coincidere con essa ed essere nominata attestandosi come realtà. C’è un parto doloroso e tortuoso che neppure il forcipe potrebbe risolvere». Ma forse, come sempre avviene per le indicazioni critiche avanzate da scrittori, questa linea interpretativa, che pone in risalto la tensione verso la chiarezza di una poesia inizialmente ermetica e simbolica, potrebbe rivelarsi più utile per intendere le ragioni di Luzi e di Mussapi o, meglio, si rivelano così profondamente inerenti alla tradizione e alle sue pulsioni da essere universalmente valide. Bisognerà dunque stringere ulteriormente le maglie del discorso per cogliere lo specifico di Broggiato. Tra l’altro, va subito evidenziato che la ricerca di una piena dicibilità e persino di una trasparenza biografica era attiva già in Piani alti, l’opera d’esordio, nella quale si potevano invenire testi addirittura espliciti. Semmai l’evoluzione pare toccare non la sostanza, ma la modalità dell’espressione. Se in Piani alti «l’apparizione delle esperienze si verifica[va] a lampi su uno spartito linguistico fortemente fratturato, ansioso di evitare le cadenze e le scontate usure dell’elegia, verso cui talvolta scivola[va], anche se tematicamente risentita, la “parola innamorata”» (Bandini), la progressiva maturazione dei motivi lirici personali si accompagna nei libri successivi all’affinamento di una lingua più fluida, di un verso maggiormente scorrevole: non a caso la sola revisione apportata ai testi ripresi da Predizione dell’albero secco concerne il punto di rottura versuale, in precedenza irrigiditosi in un meccanico gusto per l’enjambement che lasciava addirittura preposizioni, articoli o congiunzioni affacciati sul limite bianco della pagina.

Anche queste indicazioni, però, non sembrano risolutive. La sintassi visivamente ritorta, il verso frantumato tipico di Piani alti trovava pressoché già pronte valide alternative: il volume si apriva con testi di tutt’altra maniera, quasi montaliani nell’impianto strutturale e lessicale controllato e teso. Il nodo ultimo emerso poi nella poesia di Broggiato non è soltanto la ricerca di una parola poetica coscientemente rivolta al lettore e, insieme, la ricerca degli strumenti tecnici congrui. La questione centrale del Copiatore di foglie è, tutt’altro che banalmente, il dilemma di un effettivo ascolto. È come se il poeta assolutizzasse la domanda fino a chiedersi se il suo gesto, e non astrattamente il gesto della poesia, subisca lo scacco della vanità. Che non si tratti di uno sterile rovello solipsistico si evidenzia dalla focalizzazione della quaestio su un piano esistenziale specifico. La dolorosa prossimità a tale fuoco espone completamente l’autore ai motivi profondi della sua scrittura. In questa prospettiva, Mater ultima è poesia straordinariamente efficace in sé e felicemente introduttiva alla silloge.

Parte dunque dal fuoco («un gran fuoco d’ossa») della trasformazione di sé (annullamento creativo) il viaggio del poeta e tocca tutti gli elementi: l’acqua di un nuovo ideale battesimo (Nell’acqua giunta, prima sezione, aperta da un titolo di sapore mussapiano: Chicago – Natale), l’aria dei Cieli di Milano (seconda sezione), fino alla desolazione terrestre cui ci riconduce Marilyn. Nella raccolta compaiono molti nomi a delineare un coro di amicizie e di persone e persino una data che segna il destino: «“Se avete parato quei colpi / se veramente vi fu consegnato / nel testo il calco segreto / della spalla mancina / ciò che in un millimetro accade / è il vostro seguito: / l’anestesia e il destino dell’urlo / che giunge nella brevità di un sabato / oggi / 27 agosto”». Questa la Predizione dell’albero secco, mentre poco oltre, quel “noi” cui le sibilline frasi erano rivolte, trova un possibile nucleo di riferimento nella poesia in cui si affronta il dilemma fra «battesimo o rinuncia»: «Piccolo Padre. Solafonte. / Parabole che da sole hanno consentito // il mutarsi di un battito / nella prima vertigine dietro / le sbarre. / Allora / racchiuso nell’unico pasto / nel necessario scatto della mandibola / ho mancato anch’io di un niente / quel labbro capace / le poche suyanae rimaste per sempre: / Marco in via Settala / Roberto in via Boccaccio / Milo in viale Majno \ talvolta / e Pino alla Nazionale». Il tema viene ripreso e ulteriormente chiarito nel conclusivo poemetto Ascoltando Marilyn: «– Come vedi \ Tiziano / è indifferente il tempo / alle scelte dettate anzitempo / per placare umori agli antipodi / e rimuovere bende e preluci / rimaste isolate nel miracolo / di un qualsiasi 27 Agosto. / So che anche per te avresti voluto / un rapido sconfinamento: / lo stesso ponte di carta / che consentì ad Angelo e Roberto / di precedere tutti sulla scalinata / del Tamanza. / Ma dimmi: \ perché quella volta / al bivio per Osiv / non impedisti a Giovanni / di indirizzarti nel cunicolo sbagliato / quello delle primavere morte / e dell’annullamento? / Ora Roberto attraversa le correnti / con la stessa arrogante classe / che in campo distingue l’attaccante Branca / mentre a te rimane la convinzione / che nessun manoscritto resterà / a documentare che il cielo si è staccato / piombandoti addosso / solo perché alcuni vecchi fedifraghi / hanno stancato il tuo Dio».

La lunga citazione documenta la lacerante emersione del tema cruciale. Perché lacerante? Perché una tale chiarezza ha infine spezzato i “tiranti” che sostenevano le sequenze poematiche precedenti, equilibrate nel gioco di allusioni e dichiarazioni e nella sincronizzazione degli ingranaggi lirici e narrativi. Ascoltando Marilyn non rappresenta un approdo saldo, ma un esito incerto. L’elemento d’interferenza nella voce che si stava consolidando, seppure attorno a un problematico ascolto, si deve alle contingenti opzioni stilistiche, non alle scelte poematiche complessive. La sorveglianza linguistica cala e il passo narrativo si fa lento e scontato, il dettato prosaico, il tenore del monologo troppo assertivo e incline a raccogliere accensioni patetiche: il confronto con il modello mussapiano risulterebbe schiacciante. Talvola per troppo amore di verità («niente si può inventare in poesia» aveva scritto Broggiato e la Marilyn chiamata in causa non è affatto un personaggio ideale e lontano) il poeta finisce davvero per credere di annullarsi dando vita alla voce dell’altro. Ma non in questo rispecchiamento, probabilmente, si risolve per l’autore l’enigma dell’ascolto.

Non sorprende, dunque, che Ascoltando Marilyn venga ripreso (e in parte anche rivisto) nell’ultimo libro, Parca lux. In questa sede, superato il passaggio cruciale di cui si diceva, l’autore chiarisce ulteriormente la propria poetica, che prevede l’elezione di nuclei mitici, sviluppati per lo più sotto forma di poemetto o comunque di sequenze di testi solidali a livello narrativo. Il dilemma dell’ascolto viene sublimato nell’idea di una poesia alta, che attraversa sì il contemporaneo e cerca in esso figure elettive, ma per proiettarle subito su uno sfondo tragico, nel cono di una «luce definitiva». L’icona inevitabile di tale poesia è Paul Celan, punta di diamante di un coro di voci che continua ad ampliarsi (il testo che chiude la raccolta è dedicato a Elio Pecora) rivelando il desiderio di condividere il destino di questa categoria umun’ideale comunità di poeti, categoria non certo privilegiata rispetto alle sorti di qualsiasi uomo, eppure solidale nel condividere la ricerca dell’assoluto resistendo alla solitudine e all’indifferenza. In definitiva, però, la raccolta conferma la blanda tenuta di una voce che si affida alla gravità dell’argomento, al surplus di tono derivato da qualche movenza strutturale e dal passo poematico, alla teatralità delle seguenze dialogate e all’efficacia di talune clausole, per dribblare il registro troppo impostato sulla declamazione («Non odi allora le voci dietro di noi»; «Lasciati trasportare dal fiume ombroso / senza timore \ Ruth dei Moabiti») o il passaggio decisamente prosastico che ancora la limita.

(da Poeti nel Limbo)

 

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