Odissea, Proemio

Cominciare l’Odissea

Ogni traduzione è una reinterpretazione del testo, quindi un’opera originale. Si dovrebbe sempre leggere una traduzione con la consapevolezza di camminare su un ponte che desidera portarci sul continente di una nuova lingua.

Così in classe abbiamo recentemente confrontato alcune traduzioni dei primi versi dell’Odissea. Qui di seguito ne riporto altre ancora, quelle che ho a portata di mano nel mio studio (in particolare, quelle di due poeti come Emilio Villa e Daniele Ventre – magari quest’ultimo vorrà intervenire qui sotto con un suo commento?). L’obiettivo era cercare di mettere a fuoco la poetica implicita nella traduzione oggi più diffusa, quella di Rosa Calzecchi Onesti, e imparare a commentare una traduzione. Dopo i testi, sotto forma di appunti sintetici, ripeto qualche semplice considerazione.

L’uomo ricco d’astuzie raccontami, o Musa, che a lungo
errò dopo ch’ebbe distrutto la rocca sacra di Troia;
di molti uomini le città vide e conobbe la mente,
molti dolori patì in cuore sul mare,
lottando per la sua vita e pel ritorno dei suoi.
Ma non li salvò, benché tanto volesse,
per loro propria follia si perdettero, pazzi!,
che mangiarono i bovi del Sole Iperìone,
e il Sole distrusse il giorno del loro ritorno.
Anche a noi di’ qualcosa di queste avventure, o dea, figlia di Zeus.
(Rosa Calzecchi Onesti)

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Narrami, o Musa, dell’eroe multiforme, che tanto
vagò, dopo che distrusse la rocca sacra di Troia:
di molti uomini vide le città e conobbe i pensieri,
molti dolori patì sul mare nell’animo suo,
per salvare la propria vita e il ritorno ai compagni.
Ma i compagni neanche così li salvò, pur volendo:
con la loro empietà si perdettero,
stolti, che mangiarono i buoi del Sole
Iperione: ad essi egli tolse il dì del ritorno.
Racconta qualcosa anche a noi, o dea figlia di Zeus.
(G. Aurelio Privitera)

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Musa, l’eroe dalle vie molteplici dimmi, che molto
Peregrinò, rovesciata la sacra fortezza di Troia;
e città vide di molti degli uomini, i cuori ne intese,
molti dolori sul mare patì dentro l’animo suo,
mentre cercava a sé vita e ritorno per i compagni.
Ma non per questo i compagni salvò, contro il suo desiderio:
già, per le loro follie andarono incontro a rovina,
essi che con i giovenchi del Sole Iperìone, da stolti,
s’eran cibati, e per loro il dio tolse luce al ritorno.
Tu di quei casi, dea figlia di Zeus, narra in parte anche a noi.
(Daniele Ventre)

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Era un grand’uomo, straordinario giramondo:
espugnata la sacra rocca di Troia, era andato
pellegrino, ramingo, correndo palmo a palmo
il mare: scoprì città, conobbe l’indole di genti
e nazioni. Ora, o Musica dea, ora ispirami
su costui, sulle inaudite sofferenze ch’egli,
solo con il suo coraggio, ebbe ad affrontare
per porre in salvo la propria vita, e proteggere
la via del ritorno ai suoi seguaci! Perché
questo appunto egli fortemente voleva: ma
tuttavia non riuscì a portarli in salvo. Essi
perirono; ma vittime delle loro folli sacrileghe
azioni: insensati! Vollero mangiare i manzi
sacri al Sole Iperione, e così avvenne che il Sole
sottrasse dal novero dei giorni proprio il giorno
del loro ritorno. Ebbene, tali eventi evoca
o dea, figlia di Zeus, evoca anche per noi
e dando inizio da qualunque momento vuoi.
(Emilio Villa)

Ovviamente, un’analisi della traduzione non dovrebbe prescindere dal confronto con l’originale (ed è per questo, per inciso, che in Italiano lo studio dell’epica si potrebbe anche ridurre al minimo, nei licei classici: è in greco che occorre “incontrare” Omero!). Tuttavia, qui concentriamoci sulle traduzioni.

Tralasciamo anche (ma quanto sarebbe importante!) l’aspetto metrico. Chi può osservi in tal senso in particolare la versione di Daniele Ventre.

L’attacco oscilla, come ci si poteva aspettare, su tre opzioni: subito l’invocazione alla Musa (secondo uno schema logico: prima invoco qualcuno, poi esprimo la richiesta), oppure il verbo (“Narrami”), o, come nel caso della Calzecchi Onesti, il riferimento al protagonista, in modo conforme all’originale. Si noti però subito il termine scelto nella prima versione: l’uomo – non: l’eroe. Questa scelta racchiude già una poetica: è come se si volesse marcare la differenza con l’Iliade. Qui, nell’Odissea, un protagonista occupa davvero per intero la narrazione, e questo protagonista, a differenza di Achille, Ettore e gli altri guerrieri, non ha tratti spiccatamente divini. Sono coerenti con questa scelta anche altre sottolineature: intanto, quest’uomo è detto “ricco di astuzie”, ma anche di un carico di memorie dolorose (“molti dolori patì in cuore”). Marcare l’astuzia significa però assecondare anche l’immagine più scontata e riconoscibile che ciascuno porta con sé di tale personaggio. Odisseo è un uomo furbo, intelligente, anzi propriamente astuto, cioè capace di ingannare (è l’inventore dell’inganno che porrà fine alla guerra con Troia, ma ha anche gabbato il gigante Polifemo). Chi preferisce formule che puntano sull’ingegno multiforme è forse più aderente alla complessità di tale uomo, che è anche un abile costruttore, per esempio (sa fabbricarsi un’imbarcazione – ben più di una zattera – con le proprie mani).

Che cosa si ricorda anzitutto di Odisseo? Il suo vagare, ovviamente, per mare, attraverso mille avventure. Peccato, però, non trovare un termine che renda l’idea di questo suo percorso. Le traduzioni qui riportano queste soluzioni: errare, vagare, peregrinare. Emilio Villa gira a sua volta molto intorno al problema: definisce Odisseo un “giramondo” “pellegrino” e “ramingo”. Il fatto è che il pellegrinaggio ha un sapore troppo religiosamente connotato, mentre il vagare e l’errare suggeriscono nella nostra lingua un’esperienza di viaggio che non è quella di Odisseo, ma semmai di molti uomini moderni. Il viaggio epico, infatti, non è per nulla un moderno errare senza meta, una sorta di romantica ricerca di sé, o un vero e proprio disperdersi. No, il viaggio classico si caratterizza per la certezza della meta. Il nostro protagonista non vaga, ha un obiettivo certo: il ritorno. E allora stiamo attenti, quando leggiamo queste versioni, a non proiettare il nostro punto di vista sul testo. Troppo spesso si elogia un’opera classica per la sua vicinanza a noi: prima, però, occorre scoprire e godere di tutta la distanza linguistica e culturale che rende quel testo un’esperienza irriducibile, rispetto a ciò che, in fondo, ci è già noto!

Fatto sta che, prima di tornare alla sua Itaca “bello di sventura” (come ricorderà Foscolo), Odisseo qualche interessante pausa e qualche piccante divagazione se la concederà. Per questo è un “giramondo” (Villa), un conoscitore di genti e nazioni, un esperto di popoli e di culture. Insomma, tutti sono concordi nel cogliere nel nostro eroe una sorta di antropologo, se non più strettamente un etnologo.

Altra caratteristica evidente: non è un eroe solitario (anche qui, sottolineiamo la differenza con il nostro immaginario moderno), è un capo responsabile, che desidera fortemente “salvare i suoi seguaci”. È insomma un uomo generoso, solidale, legato ai suoi gregari. Ma questi, “pazzi” o “stolti”, commisero un grave errore e per questo non si salvarono. Questo errore li rende tecnicamente empi, perché vìolano un decreto divino. Sono quindi “sacrileghi”. Ma mi pare interessante il fatto che sia in Villa sia in Ventre (seppure un po’ attutito nella forma di sostantivo plurale) sia, soprattutto, in Calzecchi Onesti, faccia capolino un termine che, nella nostra tradizione italiana, non è per nulla trasparente: follia. L’associazione della follia a Ulisse riporta direttamente all’Inferno di Dante. Certo, in questo caso non è Odisseo a macchiarsi di questa colpa, ma pare impossibile non cogliere una certa interferenza in una simile scelta espressiva. Tra noi e l’Odisseo di Omero si interpone la memoria dell’Ulisse dantesco, e la parola folle si fa opaca, si sovraccarica dei residui di un’altra poetica, di un’altra interpretazione (il celeberrimo folle volo di Inferno XXVI che qui, ovviamente, non stiamo a spiegare). Si tratterà di una patina appena percepibile, ma non credo si possa parlare di un’iperinterpretazione.

Un’ultima sottolineatura, questa sì un po’ divagante. Comunque lo si voglia tradurre (Racconta qualcosa anche a noi – di quei casi narra in parte anche a noi – tali eventi evoca anche per noi), la chiusura è una magnifica espressione che fissa la supplica implicita nel cuore di ogni lettore: Anche a noi di’ qualcosa di queste avventure, o divina musa: fa’ che leggendo anche noi possiamo essere più profondamente uomini, esperti di genti, forgiatori del nostro destino, malgrado il fato avverso e le sofferenze.

Per questo leggiamo: per vivere più vite, per perderci sulla via di casa, per rientrare (belli di fama e di sventura) nel cerchio magico della nostra origine, fino al segreto del talamo nuziale: perché i confini dell’universo si accordano, nell’uomo saggio, alle cose piccole e semplici che abbiamo accanto a noi, così vicine, così irraggiungibili…

 

 

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