Maurizio Cucchi, fotografia di Dino Ignani

Maurizio Cucchi

(La fotografia in copertina è di Dino Ignani.
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L’icona del padre. Sulla poesia di Maurizio Cucchi

Il Novecento, si va dicendo, è un secolo di grandi libri primi, ma forse si potrebbe potenziare il valore di una simile battuta, che rischia di cadere nel generico, adottandola per la seconda parte del secolo, almeno nella sua utilità di punto di partenza per un’analisi più accurata. Se poi una ragione, o più ragioni, possano sottostare a una simile constatazione, non è qui il caso di verificare; certo è che in un possibile elenco di autori da addurre a prova per il loro perentorio esordio poetico non mancherà Cucchi, che nel 1976, con Il disperso («un vero romanzo milanese», a detta di Raboni), veniva accreditato come prosecutore della linea lombarda, in particolare per quanto riguarda il suo versante espressionistico.

Nel Disperso non troviamo propriamente una trama, «bensì il suo disfarsi narrativo, secondo canoni che si direbbero atonali», dice bene Magrelli presentando il volume nella successiva riedizione [1]. In effetti, fingendo di raccontare, sotto forma di indagine poliziesca, la ricerca di una figura perduta e dei colpevoli, l’autore porta sulla scena squarci di una realtà impoetica, allucinata, capace in testi ampi e magmatici di creare atmosfere che hanno fatto pensare a Beckett e a Céline, ma che per una certa logica costruttiva possono rinviare anche all’ultimo Caproni, alla composizione di un poemetto per frammenti, sostenuto da una quête, complicato nelle risonanze dalla moltiplicazione dei punti di vista, giocato su diversi registri pronti ad alternarsi vorticosamente – a patto che si tenga presente, appunto, che questa grammatica caproniana viene sussunta in altro linguaggio passando, da una musica elementare e pungente, a una struttura più magmatica, si diceva, e avvolgente, per quanto pronta a infiammarsi in improvvise e perentorie asserzioni. E questo linguaggio altro, di base, ci fa ritornare a Raboni, in particolare alla sequenza Parti di requiem o alla prosa sincopata di Economia della paura, volendo rimanere nei dintorni cronologici degli esordi di Cucchi e vale a dire restando a Cadenza d’inganno, ben consapevoli che si potrebbe risalire anche lungo tutto il “parlato interiore” dei libri precedenti di Raboni, sempre allusivi a una trama romanzesca che poi egli riconoscerà nel poeta più giovane, dove peraltro manca invece il piglio politico di fondo del “maestro”.

[Il saggio è stato ora pubblicato qui: https://substack.com/home/post/p-199046240]

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