Il fermento della poesia

C’è un fermento segreto nella poesia che spacca i legami interni di ogni stile e irradia il corpo della scrittura per farlo vivere e respirare, portando dentro a una forma, a suo modo limpida, il delirio.

Non esiste formula certa per innestare nei propri versi le cellule che, con dolore e meraviglia, possono dare origine al semplice miracolo della poesia. Serve molto amore per l’uomo, serve coraggio, serve lucidità intellettuale, serve umiltà senza ipocrisia. Servono amici, luoghi da abitare, esperienze da attraversare con tutto il peso e con tutta la luce del proprio corpo. Serve tutto.

Credo sia tale sentimento di responsabilità l’unico contrappeso certo cui affidarsi, perché il delirante fermento della scrittura non degeneri in follia muta. Anche la poesia oscura è terribilmente logica, ma la coerenza, lo sappiamo, non è sinonimo di verità né di chiarezza. La ragione, infatti, non esaurisce il reale, come riconoscerebbe il più ragionevole degli individui. Il fatto è che il poeta cede alla confidenza con la propria materia nel momento in cui perde il sentimento del legame con la comunità reale in cui opera (e non intendo la società tout court; il passaggio a questo livello è ancor più delicato). Il problema della chiarezza non è interno alla poesia, non è questione estetica. Il poeta “ermetico” è irresponsabile quando non parla se non a sé stesso – parlare ad altri poeti sarebbe già molto, se esistesse un rapporto leale, un confronto serrato, una comunione di intenti fra scrittori. I poeti sono insopportabili non quando sono oscuri, o quando così ci sembrano, ma nel momento in cui si capisce che la loro verità se la cantano addosso, e non si rendono responsabili nei confronti di qualcuno per quello che dicono. Insomma, il poeta chiede giustizia, chiede di essere giudicato: chi scrivendo non sente il peso di questo giudizio che incombe resta vittima dei propri infingimenti, impaniato nella poetica che ha innalzato a specchio e schermo di sé.

Ma a chi spetta l’arduo e ingrato compito di giudicare? Chi osa giudicare? Ma direi meglio: chi ha il coraggio di giudicare poeti che si offendono, poeti ancora troppo adolescenti per accettare che la loro opera sia veramente offerta al mondo? Ecco dov’è il confine che ci spiega il fermento della poesia: parliamo impropriamente di chiarezza o di oscurità del poeta, dovremmo invece sentire se la sua parola ci viene incontro (qualunque sia il proprio statuto), oppure vuole solo ammaliarci.

L’aria che respira un’opera è viziosa se chi scrive si sottrae al giudizio delle nuove generazioni e, allo stesso modo, se non rende giustizia (se non giudica) le precedenti. Dunque c’è veramente bisogno di figli ai quali parlare, per preservare il fermento della poesia.

 

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