Fuoco

Voglio il fuoco

Ogni volta che mi trovo di fronte a delle poesie brevi resto perplesso, prima ancora di leggere. E dire che negli ultimi anni ho verificato sulla mia pelle come interi romanzi, spesso anche acclamati, a mio giudizio non valgono un solo verso. Questo, naturalmente, ha a che fare con il mio specifico punto di vista o, se si vuole, con la mia poetica. (Dipendesse da me, direi semplicemente dal mio essere).

Quali convinzioni, o pregiudizi, si attivano quando la pagina bianca domina sulle parole?

Posso confessare di non adorare particolarmente Ungaretti, per esempio. Il grande Ungà ha avuto il merito di aprire una pista nuova e di rinnovare la poesia, ma poi dal suo varco si è aperta un’autostrada, percorsa spesso da poeti improvvisati, a cui basta l’infilzata di poche parole efficaci per credersi tali. Parole, peraltro, e non versi.

E già che ci sono confesso di non sopportare certa laconicità lombarda che ha scoperto il modo di attivare persino suggestioni epiche raccogliendo frammenti, lasciando precipitare nei bordi bianchi una storia profonda e drammatica, talmente profonda e drammatica da non esserci (intendo lì, dove la stai cercando, sul foglio).

Nonostante tutto, non mi ritengo sordo a queste possibilità espressive. Spesso è molto conciso anche il divino Celan, per ricordarne uno.

Ma ritengo che il passo breve sia inadatto al nostro tempo. So di affermare qualcosa di contrario a un pensiero che più volte ho raccolto sulla bocca di molti studiosi che difendevano la poesia nel nostro mondo: l’espressione poetica, asserivano questi, è veloce, sintetica, intuitiva, breve: perfetta per le necessità comunicative d’oggi.

E invece no. Spesso la brevità è un alibi, se non un trucco. Oggi è il tempo della complessità e, nella sterminata, insostenibile produzione verbale in cui affoghiamo, la poesia accetta questa sfida. Certo, lo so, si può costruire un mondo anche in quattro versi. Da piccolo rimasi a lungo incantato davanti a un presepe costruito dentro a una noce.

Tuttavia, datemi un ritmo che genera un verso, datemi una struttura che cattura una voce, datemi un pensiero che si articola in profondità, datemi una visione che genera un mondo, o almeno una scena di questo mondo, e in tutto questo bevete fino in fondo il bicchiere di vanità finché non affogate.

Riuscite a realizzare tutto questo in una manciata di versi?

Basta con le scintille. Voglio il fuoco.

 

6 commenti
  1. Davide dice:

    Non condivido questo articolo (decisamente riuscito)
    sul mio profilo Fb solo perché mi riguarda da vicino.
    Troppo personale.
    Il mio più grande problema è la brevità.
    Anche se credo di aver fatto dei progressi in merito,
    spesso mi rendo conto che al momento in cui concepisco
    i versi è come se avessi già dentro l’intera strofa e composizione
    e ad un certo punto stremato, non riesco più. È come se mi spegnessi.
    Se tento di forzare, arrivano delle stupidaggini mostruose
    piene di enfasi o semplicemente versi non riusciti.
    In alcuni casi, sento mancare qualcosa che al momento
    non riesco a esprimere e in un secondo tempo, riesco a
    completare la composizione. Ma ci sono altri versi che non vanno oltre.
    Sono nati così, nani. E non posso aggiungere nient’altro.
    Poi ogni tanto vado a studiarmi un poeta recente o meno recente
    magari uscito in una grande e prestigiosa collana e noto come
    le sue composizioni siano brevi, molto brevi…allora mi dico:
    porca miseria, ma allora si può, si può esprimere qualità
    anche in poco spazio…solo che lui/lei è un grande poeta, tutto qui.
    Stessa cosa quando lavoro sulla metrica, sugli aggettivi,
    sul comparativo “come”, per non parlare del famoso “Io”.
    Poi mi viene da ridere mentre leggo gli “altri” e mi dico:
    ma, non è che sono solo io che mi sbatto con tutte queste regole
    e forse forse di regole invece non ce n’è?
    Alla fine, l’elemento più importante è come dici tu,
    il ritmo che genera un verso,
    la struttura che cattura una voce,
    il pensiero che si articola in profondità,
    una visione che genera un mondo…

    Grande articolo.

    Rispondi
  2. Andrea Temporelli
    Andrea Temporelli dice:

    Caro Davide, non credere che abbia consigli, qui non esiste scuola ma confronto di esperienze. Però sappi che i tuoi pensieri sono anche i miei, per un certo periodo anzi erano continui. Spesso poi io stesso scrivo cose brevi oppure rendo brevi certi testi a furia di sottrazioni. Comunque, a me è servito a tratti anche un semplice trucco: assemblare i frammenti, farne una collana. Abitare i dettagli, sostare. Finché magari un orizxonte si schiude e i dettagli-indizi diventano una scena, un’ipotesi di mondo. Ho poi scoperto che anche i miei testi più ampi nascono così. Trovare i legami tra frammenti, mettere la poesia persino nella sintassi, indugiare sulle giunture…

    Rispondi
    • Davide dice:

      Trovare i legami tra i frammenti…mi è capitato di fare di due poesie una, però non ho mai pensato di farlo di proposito.
      Ci proverò.

      Rispondi
    • Margherita dice:

      La brevità o la lunghezza non sono elementi per giudicare se una poesia è buona o no. Poi, se la brevità è un inganno, si palesa ancora di più in poesia. La complessità del mondo si può esprimere come si vuole in poesia e secondo il proprio talento

      Rispondi
  3. raimondo dice:

    Piccole morti in variazione

    piccole morti in variazione

    restava immobile per qualche secondo come fa il camaleonte prima
    di sferzare l’attacco. ma i suoi non erano attacchi
    leggeva la realtà e poi come rumine la elaborava fino a farla diventare
    come un cappello o una coperta che copriva i desideri di ciascuno
    e tutti si riconoscevano e vedevano riflessi immagini che come istantanee
    rovesciavano i propri ricordi

    Guardò lontano attraverso i vetri

    Le luci accostavano al sapore del sale l’insolita idea di una macchina a
    vapore vagante tra le brume della gente ammucchiata,
    spazi vuoti che pretendevano aria dal meccanismo del sudore,
    dal languido venir meno di una lama di realtà che contagiava di sonno e
    tensione d’orchestra
    le minime strettoie della compartecipazione

    [ Cosa senti e cosa vedi – questa è la stagione delle allergie,
    mi capita tutti gli anni con il taglio del fieno – poteva essere
    una frase detta per rompere l’inutile monotonia , invece
    scendere e risalire le chine impervie del salutare e guardare i nasi altrui…
    si aprì una porta, quella centrale, entrò come un buio senza ombre
    era normale che arrivasse inaspettato; come una lacrima dopo
    un’emozione, attesa, anzi voluta, ma solo nei momenti inopportuni.
    lui non arrivava mai solo, lo accompagnavano giovani tutti con nomi
    dai significati appropriati al loro ruolo
    ciascuno diverso ma tutti avevano in comune il pensiero
    solo i più attenti avevano però notato le rassomiglianze]

    Andavano dicendo che cercava di nascondersi per camuffare la
    propria intelligenza,
    voleva apparire bambino per continuare a imparare,
    voleva allontanare il momento che lungo la strada si approssima
    a un sedile come un trono

    E li si vede scritto il proprio nome, seguito da qualche numero e
    una manciata di semi

    Non ebbe il tempo di stendere la sua noia al sole,
    gridò nel pugno un imperativo
    e annegò fra le tende come si invola la scintilla della paura.
    Un passo e due e forse anche un terzo per giungere alla frazione di specchio
    che avrebbe rivelato le sue gambe nude e ricopiate a mano, con tratto incerto

    Medio orientale era il suo nome come il taglio dei suoi occhi che
    come soli a est incatenavano la notte e come scoglio impedivano
    il passaggio

    – l’eccentricità degli occhi pone la violenza dell’esistenza di un dio come
    atto intenzionale dell’uomo

    Tutti lo presero come un proclama
    nel riso e nel pianto porto in dono l’unica possibile risposta: il mio corpo
    come pegno –

    Ne rise. E fu paradossale.
    il passo era lungo un secolo fatto di memorie e di arcani come numeri
    ripetuti sino all’ossessione fino a quando il sentire non riconobbe
    la combinazione finale

    Aspettò come estrema unzione il morso e passò la vita al setaccio
    dividendo farina da pula e aspettando l’ultima tentazione

    morì tante volte quante i suoi nomi appropriati tranne una

    Portò la mano alla bocca come ci si bacia le spalle per aver prova della
    propria sensazione come intuizione emozionale

    – correrai tra le strade come si tappa del vino andato a male, per non vedere
    l’ingiustizia della tua peregrinazione, per non correre il rischio di assolverti
    senza peccato –

    [NON ORA
    SI CHIUDE]

    Orfeo è morto e Ofelia danza nelle sale del castello,
    non esiste estate o freddo paludoso,
    solo il nulla di un sentiero d’alloro
    ch’esprime l’inerzia di un corsa senza ostacoli.

    nel dolce chiamare che non cessa con il solo respirare
    acqua prolungò la sua esistenza sino alla successiva vita dove
    era atteso

    [ripensò alle sere chiuse nel campo
    fuori il deserto e occhi curiosi
    una sottile tela di iuta resa trasparente dai desideri mostrava
    lampi di luce riflessa
    dato che i tramonti duravano lo spazio di un batter di ciglia
    e si poteva toccare il cielo come ombra per il suo improvviso
    nascondersi dopo il colpo del cannone

    Dio misericordioso lascia alla notte la tregua e aspetta il giorno
    che verrà per le tue vendette

    I contadini seminarono semi di miglio
    e aspettarono ancora una volta la pioggia
    tre anni erano passati invano
    (anonimo)

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