OTTOTREDICI di Anna Gritti, 2010, tecnica mista su carta, 120x200cm

Didattica della poesia (2)

(L’opera scelta come copertina è di Anna Gritti.
Cliccare sull’immagine per la visualizzazione completa)

Anna Lucchiari Ippolitoni

I primi momenti di una didattica della poesia

Quando trovo
in questo mio silenzio
una parola,
scavata è nella mia vita
come un abisso.
Ungaretti

Nell’evoluzione dei processi psichici, il posto occupato dal linguaggio è centrale e lo sviluppo intellettuale della persona dipende dalle sue possibilità di saper parlare, ossia di possederlo e di padroneggiarlo. La parola è essenziale per l’essere umano, ne manifesta il primato, è veicolo e moltiplicatore di pensiero: non possiamo pensare senza parlare come non possiamo parlare senza pensare.

Lo sviluppo del linguaggio, strumento attraverso il quale la nostra mente agisce, si riflette perciò sul pensiero, lo organizza e lo feconda. Un grande pedagogista, Aldo Agazzi, ha scritto nel 1951: «Non è la lingua il modo e la forma con la quale si esprime, nella sua totalità, tutto lo spirito? La lingua esprime quello che si è, quello che si sente dentro e che si vede fuori, come lo si sente e come lo si vede, ossia secondo le impressioni, i moti intimi, le reazioni, le idee che si [suscitano] in noi: la lingua esprime i nostri pensieri e i nostri ragionamenti, le nostre esperienze e il nostro sapere: la lingua, massima forma espressiva, accanto al linguaggio mimico, al disegno, alle varie arti, apre l’individualità chiusa di ciascuno alla comunicazione con gli altri, rivelando noi a loro, essi a noi».

Saper parlare, dunque, significa costruire il proprio mondo, il proprio io totale, significa proiettare e coinvolgere tutta la propria personalità. La pedagogia linguistica tradizionale ha talvolta sopravvalutato la verbalità e la formalità del fatto linguistico. Ha insistito quasi esclusivamente sulla conoscenza riflessa dei meccanismi linguistici, sulle classificazioni grammaticali e sulle categorie logiche, pretendendo l’uso formale della lingua che, come tutti i simboli, non può che rimandare all’oggetto del simbolo. Ne consegue che tutti sanno parlare, ma pochi sanno esprimere se stessi avendo smarrito il senso della comunicazione e la natura simbologica dello strumento lingua. Questa pratica formalistica ha finito per mortificare la creatività del parlante ed esaltare la lingua piuttosto che il linguaggio. Un’educazione linguistica autentica, creativa, si ha solo quando la lingua è fatta vivere funzionalmente in ordine ai significati.

La situazione oggi

Credo non si possa negare che il nostro tempo sia caratterizzato da verbosità eccessiva. Le nostre giornate sono riempite da fiumi di parole, da torrenti di chiacchiere nelle quali i significati si perdono, si confondono. A volte si parla proprio per confondere, per riempire il tempo, come alla televisione, alla radio, dove luoghi comuni e banalità di poco senso divengono il modello cui i giovani si debbono in qualche modo riferire.Tutti parlano, pochi ascoltano e nel mare dei messaggi verbali, che viaggiano freneticamente da un punto ad un altro, perdiamo la capacità di selezionare quelli che contano.

Abbiamo perduto il silenzio; in qualche modo, lo temiamo, come se esso aves-se il potere di scoprire le nostre fragilità. In effetti, il silenzio implica capacità di ascolto non solo delle chiacchiere, ma anche dell’«altro» e della nostra anima. Alfred De Musset scrisse: «La bocca custodisce il silenzio per ascoltare il cuore che parla».

Certo, il linguaggio esprime, comunica, informa e, se nella nostra società tutto ci spinge ad essere informati, a conoscere; non possiamo tuttavia dimenticare che il pensare è ispirato alla ricerca del significato. È molto rischioso conoscere senza riflettere, scriveva Kant.

Come impara a parlare il bambino?

Quando il bambino impara ad usare le prime parole, si serve di parole-frasi (linguaggio olofrastico), di parole semanticamente piene. Quando allunga una mano verso un oggetto pronunciando «da», in quella sillaba mette tutto, domanda, desiderio, comando, fiducia nell’adulto che lo asseconderà e che gli parte dal cuore. Solo in un secondo tempo il bambino acquisisce le parole cosiddette “semanticamente vuote”, preposizioni, articoli, pronomi, che gli consentiranno di costruire le frasi usando i vari indicatori sintattici.

Per aiutarlo ad appropriarsi di un linguaggio significativo, dobbiamo creare le condizioni non solo perché apprenda una ricca nomenclatura, ma anche perché eserciti la lingua come un’espansione espressiva dei propri sentimenti. Nel 1979 Postman avvertì che la nostra società corre un serio rischio di reificare i procedimenti, di credere che il procedimento possa sostituire lo scopo. Questo rischio si corre anche nell’educazione linguistica, se non si danno precise informazioni sulle relazioni che corrono tra lingua e realtà, tra cose e parole. Da allora, è passato molto tempo e, forse, la situazione è peggiorata con l’arrivo della realtà “virtuale” che è simulazione raffinatissima, non realtà.

L’educazione linguistica oggi ha bisogno di poesia

Pieni come siamo di parole senza senso, circondati da esempi poco edificanti di uso sconsiderato, superficiale, insipiente e irriflessivo di quello straordinario strumento che è il linguaggio, dobbiamo ripensare all’educazione linguistica in modo che si possa correggere questa pericolosa tendenza. Se la società chiacchiera, dobbiamo insegnare ad usare le parole con proprietà e rigore e far comprendere bene che esse traducono e sviluppano i nostri pensieri, i nostri sentimenti e le nostre emozioni.

Io credo che non si faccia educazione linguistica con noiosissimi corsi di grammatica: un buon comportamento linguistico trae le sue origini dalla più profonda necessità di esprimere la propria personalità e le proprie conoscenze, con controllo, varietà e precisione.

Per raggiungere questi scopi, occorre innanzi tutto leggere e recitare agli allievi, fin dalla più tenera età, brani adeguati, che consentano loro di avvalersi della naturale disposizione al linguaggio metaforico, simbolico, sintetico. In altre parole, dobbiamo cominciare dal principio, offrendo ai bambini fiabe, favole, poesia ed esempi di letteratura in cui la parola sia particolarmente intensa. Sulle fiabe e favole c’è un’ampia letteratura, ma sulla poesia non c’è molto, poiché pare che la lingua poetica non si possa porgere ai bambini, essendo diversa e difficile; nel tempo del facile, ciò che è diverso e difficile viene semplicemente respinto. Si parla poco di letture poetiche per gli scolari, come se la conoscenza di questo poderoso strumento espressivo, fosse marginale o superflua.

Per rendersi conto di quanto ciò risponda alla realtà, basta chiedere a colleghi docenti o ad adulti della nostra cerchia di conoscenze, quali e quanti libri di poesia leggano e se mai ne leggono qualcuno. Sono rare le persone che, pur entrando in libreria di tanto in tanto si sentano attratte da un volume di poesie. D’altronde, non esiste un tale mercato, figuriamoci se esistono delle raccolte di poesie per bambini e fanciulli! Eppure, il comportamento dell’adulto nei confronti di altre espressioni artistiche è ben diverso. Si portano i bambini a visitare musei, gallerie, ad assistere ad uno spettacolo teatrale, si fa loro ascoltare della buona musica, ma alla poesia non si pensa, tutt’al più ci si limita a qualche filastrocca. Quasi sempre si ritiene che non sia adatta ai bambini e che non possano comprenderla.

Il fatto è che, mentre si trovano molti adulti che amano il teatro, la pittura, la musica e che quindi sono in grado di mediare queste espressioni artistiche ai bambini, per la poesia ci si scontra praticamente con un muro. La poesia si fa male a scuola ed è legata nei ricordi dell’adulto a momenti penosi del tipo «per domani a memoria e commento scritto». Così essi sono usciti dalla scuola tirando un sospiro di sollievo e pensando «mai più!». A nessuno però è mai venuto in mente di richiedere loro di eseguire un’aria del Barbiere di Siviglia o di commentare una sinfonia di Beethoven, quindi hanno potuto seguire in libertà la loro indole, il sincero godimento di quest’arte. La poesia è rovinata dalla scuola, dove la si insegna non come un’arte da gustare, ma come oggetto da smontare per imparare la grammatica, l’analisi logica e a sintassi.

Oggi si smonta tutto, ma lo smontaggio sistematico di cui è oggetto la poesia, è quasi un delitto di vivisezione del suo corpo vivo ed unitario. In queste condizioni, l’adulto che non ama la poesia, come può insegnare ad amarla ai suoi allievi? Eppure quello della poesia è un linguaggio magico, perfettamente comprensibile ai bambini, perché si libra sopra le barriere del tempo e dello spazio, perché vive di metafore e di analogie che sono a loro congeniali, perché con poche parole, intense ed efficaci, li aiuta a chiarire i sentimenti e le emozioni che si agitano dentro ciascuna persona spesso in modo confuso.

In che modo?

Basta saper scegliere i soggetti, privilegiando all’inizio evocazioni ed osservazioni della natura e del mondo che ci circonda, legate ad impressioni e a sentimenti che sono patrimonio comune. Basta far sentire la musica della parola, l’importanza del ritmo nel verso, la valenza di certe sillabe, la differenza tra suoni, così come si farebbe con la voce dei vari strumenti musicali. Non serve altro che additare all’attenzione del piccolo allievo che la parola poetica va pronunciata e goduta nella combinazione di suoni che produce e fargli comprendere con esempi che tutte queste parole insieme evocano immagini che sono alla portata di tutti. Il bambino di oggi imparerà a scuola tante cose che gli serviranno nella società informatizzata, automatizzata, robotizzata che l’aspetta. Io continuo a preoccuparmi dell’inesistente educazione alla poesia che è indispensabile all’uomo, se si vuole educare l’integralità della persona.

 

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