Epica del quotidiano

Poeti contemporanei: Giselda Pontesilli

L’eroismo familiare che trova espressione nella poesia di Damiani potrebbe apparire come una diga frapposta alla progressiva riduzione, lungo tutto il Novecento, del soggetto, che da eroe romantico si era tramutato in un inetto, in una marionetta, fino a scomparire nei gorghi della sperimentazione linguistica: l’opposizione a ogni ideologia, a partire da quella psicanalitica, che anima questa scrittura, vorrebbe legittimare una simile ipotesi. Ma più che di un superamento di alcuni tratti novecenteschi, tale carattere eroico (calato, si badi, in una dimensione del tutto quotidiana, familiare, persino naturalistica) si dovrà intendere come il corrispettivo romano di quell’epica del quotidiano che rappresenta uno dei crismi della tradizione poetica lombarda. L’effetto, semmai, è di rovesciare quello che per molto tempo è stato inteso come il canone novecentesco, a vantaggio di una linea appunto antinovecentesca, che più volte è stata richiamata.

Non è un caso che proprio a tale Antinovecento (nelle figure di Betocchi, Penna, Marin e Saba, precisamente) si richiami Franco Buffoni presentando su rivista alcuni inediti di un’altra scrittrice formatasi sulle pagine di «Braci» e «Prato pagano»: Giselda Pontesilli, che chiarisce definitivamente la centralità del tema familiare per la poesia romana. E si noti en passant come lo stesso Buffoni, in particolare con il recente volume Theios, sia l’esempio più efficace di un autore che ha percorso il ponte fra linea lombarda e poesia romana, ricongiungendo l’epica quotidiana di area milanese ai toni tersi ed elegiaci che contraddistinguono l’orizzonte familiare prediletto da questi autori. Ecco quanto egli annotava a proposito della poetessa:

Realismo etico, minimalismo, poesia sociale, temperamento classico, metafisica del quotidiano. Sono alcune delle formule usate per definire la poesia di Giselda Pontesilli. Le ricorda lei stessa nella preziosa nota che accompagna una scelta di versi per la rivista “il rosso e il nero” (4, 1995). Dichiarandosi d’accordo. Su tutte. Ma aggiungendo che chi come lei si formò nel contesto romano di “Braci”, sa comunque da sempre e per sempre che “il nodo, il vero scoglio” non è la creazione di una nuova corrente poetica, bensì “un giudizio ontologico, una nuova e più antica visione del reale”. Da qui, da questa incrollabile convinzione – tanto più incrollabile quanto più fragili, legati a un effimero presente di stagione che scompare, di bimbo che cresce, appaiono i versi – discende la poetica di Giselda Pontesilli. [1]

Una nuova e più antica visione del reale, come pascolianamente nuova e antica è ogni scena familiare, ogni indugio della memoria, ogni manifestazione creaturale che ci riconduce a una dimensione di candida contemplazione e che risveglia sotto i nostri sensi i sapori del nido domestico: questi sono i tratti della ricerca di Pontesilli, fin dalla raccolta d’esordio (Il pensiero bello di lui), fin dal testo di apertura, così soavemente spiegato (quasi nella sua interezza) in un’alternanza di endecasillabi e settenari leggiadri, ariosi, persino stucchevoli nella posa aggraziata delle leggere inversioni sintattiche o delle ripetizioni: «Come saranno belle quelle sere / dal vento accompagnate / e dallo sguardo lieto di mia madre / quando è pronta la cena e lei mi chiama. / Ecco, ho studiato tutto il pomeriggio / ed è trascorso il tempo come un lampo / e dopo cena ho ancora un po’ di tempo». Anche qui si pone al centro del quadro il senso di una bellezza piena, frontale e quasi sfacciata, nella cornice della religione dei legami parentali: «Guardano il fuoco insieme, padre e figlio / e intanto li proteggono i nonni». Anche qui il tempo si coglie nei suoi riposi, nella ritualità della propria ripetizione ad libitum: «Domani sarà un giorno uguale a questo», «perché ogni giorno ogni nostro tempo / sarà formato dalle stesse cose». Anche qui la purezza poetica si esibisce in forme ostiche per il gusto moderno, volontariamente fastidiose, come nel caso della rima facile e infantile, ostentata improvvisamente in qualche passaggio: «l’eroe è stato un uomo piccolino, / un cistercense, un benedettino»; «io faccio dentro e fuori col bambino / e del Gloria sento solo un pezzettino». Anche qui sulla scena i personaggi dànno talvolta vita a una recita dal sapore gozzaniano:

«Andiamo, andiamo!», «È una bella serata!»,
«Siete pronti?, «Andiamo, si fa tardi!»;
tra poco il mio più giovane fratello
canterà nel gran «coro dei popoli»,
a Sant’Alessio, sopra l’Aventino.
Un amico, da noi per qualche giorno,
dirà a mio padre: «Signor Pontesilli,
venga anche lei; è un’ottima occasione
per vedere la Chiesa
e per sentire il Gloria di Vivaldi».

Anche qui, infine, troviamo il tema della denuncia dell’epoca, sia che avvenga come in Damiani attraverso una mozione di affetto e di adesione al tempo sempre uguale della storia, sia che avvenga attraverso un aperto dissentire: in ogni caso si tratta di un gesto che origina il distacco dalla contemporaneità per riacquistare la descrizione del nostro tempo con un moto classicista: un gesto etico che ha tutta la pregnanza del ripiegamento dell’epigone che si rivolge non all’uomo di oggi, ma ai propri fantasmi poetici in una sorta di corrispondenza d’amorosi sensi tutta letteraria, come dimostra il gusto per le citazioni esplicite o implicite riscontrabili in questa poesia.

«L’ambito culturale nel quale queste espressioni vanno collocate è neoplatonico», afferma Giancarlo Pontiggia nella postfazione che accompagna il secondo libro di Pontesilli, Campagna; «ma si tratta di un neoplatonismo depurato dei suoi elementi magici e teurgici, proiettato in una dimensione di verità quotidiana e di minime (ma quanto profonde e indispensabili) virtù, pazientemente declinato sui grandi ideali classici di mediocritas e di aequa mens. La stessa poesia della Pontesilli, stilisticamente e aritmicamente, potrebbe essere del resto assimilata al modello del sermo oraziano; così come a Orazio rinviano il motivo, così decisivo, dell’angulus e quello, filosofico, dell’autàrkeia [sic]».

La Campagna assunta a emblema della raccolta più recente è luogo elettivo di rapporti umani autentici, in contrasto con la modernità che ci costringe a una vita di solitudine. Più che scoprire un paesaggio, il lettore troverà in questa silloge il vagheggiamento di una comunità ideale, unanime, composta dai parenti, dagli avi, dagli amici, dai maestri, dai poeti amati, sempre espressa in un tono incantato, pargoleggiante, a tal punto da produrre probabilmente in modo involontario il senso della frustrazione: viene il sospetto che quella comunità, malgrado i molti amici e i contatti (per lo più epistolari) esibiti, non sia mai esistita. In ogni caso, si acuisce il senso di una schietta idealizzazione, soprattutto per l’innocenza dalla quale vorrebbe muovere («le parole, si sa, son tutte uguali»), nel momento stesso in cui si travisano i dati reali: «Orazio, quando dice “Carpe diem” / intende “Sii buono”». C’è più ideologia che filologia in questo umanesimo e, ciò che più conta, più prosa che poesia, malgrado la metrica, le rime squillanti e facili e i temi scelti ad hoc: basti come riprova, tra i tanti prelievi possibili, la citazione dei versi che introducono la raccolta: «All’Università ho amato tanto / due professori: / Rosario Assunto di Caltanissetta / e Fedele d’Amico nato a Roma. / Li credevo immortali: d’Amico / io non lo vidi più per molto tempo / ma sempre aspettavo il momento / di un incontro trionfale / di un mio portargli in giubilo / i frutti suoi: poi morì, / il 10 marzo del ’90».

NOTE

[1] «Poiesis», V, 12, gen.-apr. 1997, p. 37.

0 commenti

Lascia un Commento

Vuoi partecipare alla discussione?
Fornisci il tuo contributo!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *